28 Luglio 2021
Politica Società

Rapporto Censis 2017: l’Italia della disuguaglianza e del rancore

Rapporto Censis 2017

Il Rapporto Censis 2017, giunto alla sua 51ma edizione, indica che gli Italiani non hanno più fiducia nelle istituzioni e quantunque incapaci di trovare uno sbocco alla rabbia che hanno accumulato in questi ultimi anni, non sembrano intenzionati a dimenticare la disuguaglianza e la scarsa mobilità sociale che si sono affermate.

“ […] ex magno certamine magnas excitari ferme iras
(Tito Livio, “Ab Urbe Condita”, III, 40)

Racconta lo storico e scrittore latino (59 a.C. – 17 d.C.) nella sua monumentale Storia di Roma, che in un momento di grave crisi istituzionale e sociale della Repubblica Romana, con le lotte tra i patrizi e i plebei che erano stati privati di ogni tutela per la mancata rielezione dei tribuni, e all’interno della stessa classe patrizia con la decisione dei Decemviri di non abbandonare la carica alla scadenza del mandato straordinario, impedendo lo svolgimento di nuove elezioni ed esautorando di fatto i senatori di ogni potere, Gaio Claudio, già Console nel 460 a. C., pronunciò nel 449 a. C. in Senato un discorso.

Rivolgendosi al nipote Appio, a capo del Decemvirato, lo invita a recedere dallo scellerato disegno in nome della figura paterna, a sua volta Console nel 471 a. C., e del clima di civile convivenza in cui era cresciuto. Gaio Claudio, secondo Livio, era preoccupato, oltre che dall’acceso clima che stava paralizzando ogni attività politica, tanto che Sabini ed Equi, traendo occasione dalle discordie interne alla città, stavano devastando le campagne romane senza trovare resistenza, soprattutto dalle conseguenze di quelle accese contrapposizioni, ben sapendo che “da grandi scontri si generano per lo più grandi rancori”.

E proprio “Rancore” (la parola italiana deriva dal tardo latino rancĕre, divenire rancido) è il termine che connota nel “Rapporto Censis 2017l’attuale stato d’animo prevalente degli italiani che non hanno più fiducia nelle istituzioni e quantunque incapaci di trovare uno sbocco alla rabbia che hanno accumulato in questi ultimi anni, non sembrano intenzionati a dimenticare.

Il Rapporto, giunto alla sua 51ma edizione, che interpreta, come è consuetudine dell’Istituto di ricerca “Centro Studi Investimenti Sociali”, i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase economica che sta attraversando, è presentato il 1° dicembre 2017 a Roma presso il Cnel dal Direttore generale Massimiliano Valerii e dal Segretario generale Giorgio De Rita.

L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni – si legge nel Capitolo “La società italiana al 2017non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici; il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

Eppure, osserva il Censis, la ripresa economica c’è:
l‘incremento del 2,3% della produzione industriale italiana nel primo semestre del 2017 è il migliore tra i principali Paesi europei (Germania e Spagna +2,1%, Regno Unito +1,9%, Francia +1,3%);

-il valore aggiunto per addetto nel manifatturiero è aumentato del 22,1% in sette anni, superando la produttività dei servizi;

– inarrestabile è la capacità di esportare delle aziende del Made in Italy con il saldo commerciale nel 2016 pari a 99,6 miliardi di euro, quasi il doppio del saldo complessivo dell’export di beni (51,5 miliardi).;

la quota dell’Italia sull’export manifatturiero del mondo è oggi del 3,4%, con assoluti primati in alcuni comparti: 23,5% nei materiali da costruzione in terracotta, 13,2% nel cuoio lavorato, 12,2% nei prodotti da forno, 8,1% nelle calzature, 6,8% nei mobili, 6,4% nei macchinari.

Ma “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica – ha sottolineato il Direttore generale del Censis Massimiliano Valerii – e il blocco della mobilità sociale crea rancore”.

Secondo il Rapporto, l’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti.

La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale. Ed è una componente costitutiva della psicologia dei millennials: l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso.

Allora si rimarcano le distanze dagli altri: il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa.

E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai.

Siamo un Paese invecchiato che fatica ad affacciarsi sullo stesso mare di un continente di giovani; impotente di fronte a cambiamenti climatici e a eventi catastrofici che chiedono grandi risorse e grande impegno collettivo; ferito dai crolli di scuole, ponti, abitazioni a causa di una scarsa cultura della manutenzione; incerto sulla concreta possibilità di offrire pari opportunità al lavoro e all’imprenditoria femminile, immigrata, nelle aree a minore sviluppo; ambiguo nel dilagare di nuove tecnologie che spazzano via lavoro e redditi; incapace di vedere nel Mezzogiorno una riserva di ricchezza preziosa per tutti.

La demografia italiana è segnata dalla riduzione della natalità, dall’invecchiamento e dal calo della popolazione. Per il secondo anno consecutivo, nel 2016 la popolazione è diminuita di 76.106 persone, dopo che nel 2015 si era ridotta di 130.061.

Il tasso di natalità si è fermato a 7,8 per 1.000 residenti, segnando un nuovo minimo storico di bambini nati (solo 473.438). La compensazione assicurata dalla maggiore fertilità delle donne straniere si è ridotta. A fronte di un numero medio di 1,26 figli per donna italiana, il dato delle straniere è di 1,97, ma era di 2,43 nel 2010. Nel 1991 i giovani di 0-34 anni (26,7 milioni) rappresentavano il 47,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi al 34,3% (20,8 milioni).

Pesa anche la spinta verso l’estero: i trasferimenti dei cittadini italiani nel 2016 sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010 (39.545). Il ricambio generazionale non viene assicurato e il Paese invecchia: gli over 64 anni superano i 13,5 milioni (il 22,3% della popolazione). E le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva.

L’immaginario collettivo ha perso la forza propulsiva di una volta e non c’è più un’agenda condivisa”.
L’immaginario collettivo è l’insieme di valori e simboli in grado di plasmare le aspirazioni individuali e i percorsi esistenziali di ciascuno, quindi di definire un’agenda sociale condivisa.

Nell’Italia del miracolo economico il ciclo espansivo era accompagnato da miti positivi che fungevano da motore alla crescita economica e identitaria della nazione. Ma adesso l’immaginario collettivo ha perso forza propulsiva. Nelle fasce d’età più giovani (gli under 30) i vecchi miti appaiono consumati e stinti, soppiantati dalle nuove icone della contemporaneità.

Nella mappa del nuovo immaginario i social network si posizionano al primo posto (32,7%), poi resiste il mito del «posto fisso» (29,9%), però seguito a breve dallo smartphone (26,9%), dalla cura del corpo (i tatuaggi e la chirurgia estetica: 23,1%) e dal selfie (21,6%), prima della casa di proprietà (17,9%), del buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale (14,9%) e dell’automobile nuova come oggetto del desiderio (7,4%). Nella composizione del nuovo immaginario collettivo il cinema è meno influente di un tempo (appena il 2,1% delle indicazioni) rispetto al ruolo egemonico conquistato dai social network (27,1%) e più in generale da internet (26,6%).

“La nostra società – ha affermato il Segretario generale Giorgio De Rita –  si è mossa lungo linee meridiane incapaci di comunicare tra loro. Questa mancata intermediazione ha così favorito l’individualismo”.

Ma la politica?
Ha mostrato il fiato corto, nell’incessante inseguimento di un quotidiano ‘mi piace’, nella personale verticalizzazione della presenza mediatica. I decisori pubblici sono rimasti intrappolati nel brevissimo periodo.

Il disimpegno dal varo delle riforme sistemiche, dalla realizzazione delle grandi e minute infrastrutture, dalla politica industriale, dall’agenda digitale, dalla riduzione intelligente della spesa pubblica, dalla ricerca scientifica, dalla tutela della reputazione internazionale del Paese, dal dovere di una risposta alla domanda di inclusione sociale, ha prodotto una società che ha macinato sviluppo, ma che nel suo complesso è impreparata al futuro”.

Se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro – afferma il Censis – resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale”.

Insomma, se chi ha un ruolo di potere e di decisione si limitasse a cavalcare il “rancore” o continuasse a chiudersi in una “autoreferenzialità”, senza ascoltare e interloquire per capire il motivo della sfiducia, la società italiana “rancorosa” andrebbe incontro a “grandi scontri”?

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