Il Climate Risk Report 2026, presentato alla COP30 in Brasile, conferma che i Paesi meno sviluppati sono i più colpiti dagli eventi climatici estremi, ma ora anche i Paesi ad alto reddito avvertono più chiaramente gli impatti sociali ed economici dei cambiamenti climatici, tra cui l’Italia, al 16° posto nella classifica del per il periodo a lungo termine (1995-2024).
Dal 1995 al 2024 per effetto di oltre 9.700 eventi meteorologici estremi si sono perse più di 832.000 vite umane e sono state registrate perdite economiche dirette per quasi 4,5 trilioni di dollari (al netto dell’inflazione) e la frequenza e l’intensità dei disastri legati al clima continuano ad aumentare evidenziando l’urgente necessità di una maggiore resilienza e di azioni concrete per contrastare i cambiamenti climatici. L’Italia, dopo la Francia, è tra i Paesi più colpiti del mondo occidentale.
A rilevarlo è il Rapporto “Climate Risk Index 2026 (CRI)”, pubblicato l’11 novembre 2025 nel corso della COP30 da Germanwatch, Ong con sede a Bonn che si prefigge di promuovere l’equità globale e la salvaguardia dei mezzi di sussistenza, che dal 2006 analizza il grado di effetto degli eventi meteorologici estremi correlati al clima sui Paesi.
Il Rapporto classifica i Paesi in base all’impatto economico e umano degli eventi estremi, mettendo al 1° posto il Paese più colpito. Non analizza le proiezioni futuro, ma è “retrospettivo”, ovvero analizza i rischi climatici che si sono manifestati in due periodi di tempo: l’anno solare precedente l’anno di pubblicazione e un periodo a lungo termine (30 anni) per evidenziare le tendenze. Pertanto, la classifica che ne deriva dovrebbe rappresentare un segnale di avvertimento per quei Paesi che sono a rischio di eventi frequenti o di eventi estremi rari e insoliti.

La metodologia utilizzata per il Climate Risk Index prevede l’analisi degli impatti degli eventi meteorologici estremi tramite 3 categorie di pericolo: idrologico, meteorologico e climatologico. L’indice si basa sui dati del database internazionale sui disastri EM-DAT, della Banca Mondiale (WB) e del Fondo Monetario Internazionale (IMF), e considera gli impatti, utilizzando 6 indicatori chiave: perdite economiche, decessi e persone colpite, ciascuno in termini assoluti e relativi.
Il CRI 2026 rivela che tra il 1995 e il 2024 per effetto di oltre 9.700 eventi meteorologici estremi più di 832.000 persone hanno perso la vita e si sono superati i 4,5 trilioni di dollari di perdite economiche (al netto dell’inflazione).
Tra i Paesi più colpiti nella classifica a lungo termine, Repubblica Dominica è in cima alla lista, seguita da Myanmar e Honduras. I piccoli stati insulari in via di sviluppo (SIDS) sono quelli che subiscono maggiormente gli impatti climatici, nonostante contribuiscano in misura minore alle emissioni globali. Per il 2024, Saint Vincent e Grenadine, Grenada e Ciad sono emersi come i paesi più colpiti. Nelle prime posizioni ci sono anche Paesi come l’India (9° posto) e la Cina (11°), e altri come la Libia (4°), Haiti (5°) e le Filippine (7°): circa il 40% della popolazione mondiale vive negli undici Paesi più duramente colpiti da eventi come ondate di calore, tempeste e inondazioni.

Nel lungo periodo, non solo i Paesi del Sud del mondo sono i più colpiti, ma hanno subìto notevoli impatti anche alcuni Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, in particolare Francia (12° posto) e Italia (16° posto).
Il Climate Risk Index 2026 evidenzia un divario tra la pianificazione e l’attuazione delle misure climatiche e che tale deficit incide soprattutto sui Paesi che vengono più colpiti dagli eventi estremi e che non dispongono delle risorse e della capacità di pianificazione a lungo termine. I loro bilanci sono oberati dalla ripresa post-disastro, impedendo loro di svolgere le azioni necessarie per impedire che gli impatti dei cambiamenti climatici peggiorino.
Entro il 2030, i Paesi in via di sviluppo dovranno affrontare un fabbisogno di investimenti per l’adattamento che si aggira tra i 130 e i 415 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, nel 2024 il Fondo per l’adattamento ha ricevuto solo 130 milioni di dollari, meno della metà del suo obiettivo annuale di 300 milioni di dollari.
“Stiamo entrando in una nuova normalità di continui shock climatici – ha affermato Laura Schäfer, Responsabile della Divisione Politica Internazionale sul Clima di German Watch e co-autrice del Rapporto –Senza una più forte cooperazione globale e un sostegno a lungo termine per i paesi vulnerabili, rischiamo di bloccare miliardi di persone in un ciclo di distruzione e ripresa senza fine“.
Il 18 novembre 2025, sempre a Belém, Germanwatch, insieme a CAN International e NewClimate Institute, presenterà il Climate Change Performance Index (CCPI) che monitora le prestazioni di protezione del clima di 63 Paesi e l’UE nel suo insieme..
