28 Gennaio 2023
Cambiamenti climatici Clima

Arretramento gestito dalle coste per adattarsi ai cambiamenti climatici

Secondo un nuovo Studio, l’adattamento a lungo termine ai cambiamenti climatici comporterà l’arretramento gestito dalle fasce costiere più vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e alle inondazioni, che non deve essere tuttavia l’unica soluzione possibile, bensì come parte di altri tipi di risposte come la costruzione di dighe o la limitazione di nuovi sviluppi urbanistici nelle aree a rischio.

I cambiamenti climatici modelleranno il futuro delle comunità costiere, con muri contro le inondazioni, strutture sopraelevate e, forse, anche con città galleggianti per contrastare l’innalzamento del livello del mare.

La Columbia University ha ospitato la II Conferenza sul Ritiro Gestito (22-25 giugno 2021) “At What Point Managed Retreat? Resilience, Relocation and Climate Justice”, svoltasi in modalità digitale a causa delle misure di contenimento della pandemia di Covid-19, organizzata dalla Columbia Climate School e dall’Earth Institute, con l’obiettivo di sviluppare una comprensione comune e soluzioni concrete di governance per una questione complessa di adattamento climatico a lungo termine, qual è l’arretramento gestito.

Un Rapporto di Climate Central del 2019, sulla base delle proiezioni sull’innalzamento del livello del mare al 2050, ha calcolato che le aree che attualmente ospitano 300 milioni di persone scenderanno al di sotto dell’altezza di un’alluvione costiera annuale media, e che entro il 2100 i territori che ora sono abitati da 200 milioni di persone potrebbero abbassarsi permanentemente sotto la linea di alta marea.

L’arretramento gestito, noto anche come “riallineamento strategico” e“ricollocazione pianificata”, ovvero il movimento intenzionale di persone, edifici e altri beni da aree vulnerabili ai pericoli, avviene da decenni negli Stati Uniti su scala molto ridotta con il supporto statale e/o federale. Gli uragani che si sono abbattuti con sempre maggiore violenza sulle coste del Golfo del Messico e della costa Atlantica hanno indotto i proprietari di case a cercare il sostegno del Governo per il trasferimento, come ultima soluzione possibile. 

Tuttavia, secondo lo Studio Reframing strategic, managed retreat for transformative climate adaptation” pubblicato il 18 giugno 2021 su Science, l’arretramento gestito non deve essere l’ultima risorsa a disposizione, bensì parte della soluzione.

I cambiamenti climatici stanno colpendo le persone in tutto il mondo e tutti stanno cercando di capire cosa fare al riguardo – ha dichiarato A.R. Siders, Professore associato all’Università del Delaware -Disaster Research Center, co-autrice dello Studio e membro del Comitato organizzatore della Conferenza ospitata dalla Columbia University – Una potenziale strategia, quale l’allontanamento dai pericoli, potrebbe essere molto efficace, ma spesso viene trascurata. Sono in corso analisi sulle diverse modalità con cui la società può Stiamo esaminando i diversi modi in cui la società può immaginare la pianificazione per effetto dei cambiamenti climatici e come i valori e le priorità della comunità svolgono un ruolo in questo“.

Le persone spesso si oppongono all’idea di lasciare le proprie case, tuttavia Siders ritiene che pensare seriamente a un ritiro gestito per tempo e nel contesto con altri strumenti disponibili può rafforzare le decisioni, stimolando colloqui difficili. Qualora le comunità dovessero decidere di rimanere sul posto, individuare le cose che i membri della comunità apprezzano può aiutarli a decidere cosa mantenere e cosa cambiare in proposito.

Se gli unici strumenti a cui pensi sono il ripascimento della spiaggia e la costruzione di muri, stai limitando ciò che puoi fare – ha aggiunto Siders – Ma se inizi ad aggiungere l’intero kit di strumenti e a combinare le opzioni in modi diversi, puoi creare una gamma molto più ampia di futuri“.

Nello Studio viene confermato che l’adattamento a lungo termine comporterà l’arretramento. Anche le visioni del futuro tradizionalmente accettate, come la costruzione di muri contro le inondazioni e il sollevamento di strutture minacciate, comporteranno un ritiro su piccola scala per fare spazio ad argini e a drenaggio. Potrebbe essere necessario un ritiro su larga scala per trasformazioni più ambiziose, come la costruzione di quartieri o città galleggianti, la trasformazione delle strade in canali nel tentativo di convivere con l’acqua o la costruzione di città più dense e compatte su un terreno più elevato.

Alcune di queste opzioni si stanno già realizzando. Lo Studio ricorda che nei Paesi Bassi, il comune di Rotterdam ha installato case galleggianti nel porto di Nassau che si muovono con le maree, fornendo una vista sostenibile del lungomare per i proprietari di case e facendo spazio ad aree verdi pubbliche lungo l’acqua. A New York City, un’idea in esame è quella di costruire nell’East River per ospitare una diga contro le inondazioni. Entrambe le città utilizzano strategie combinate che sfruttano più di uno strumento di adattamento.

Le decisioni di adattamento non devono essere “sì” o “no”. Tuttavia, è importante ricordare che questi sforzi richiedono tempo, quindi la pianificazione dovrebbe iniziare ora.
“Comunità, paesi e città stanno ora prendendo decisioni che influiscono sul futuro
– ha proseguito ato Siders – A livello locale, il Delaware sta costruendo più velocemente all’interno della pianura alluvionale che al di fuori di essa. Si sta pianificando il ripascimento delle spiagge e dove costruire le dighe. Si sta prendendo queste decisioni adesso, quindi dovremmo considerare tutte le opzioni sul tavolo ora, non solo quelle che mantengono le persone al loro posto“.

Secondo le autrici, lo studio è uno spunto di conversazione per ricercatori, responsabili politici, comunità e residenti che sono coinvolti nell’aiutare le comunità a prosperare anche con i cambiamenti climatici, senza concentrarsi esclusivamente su dove ricollocarsi, ma anche dove evitare di costruire, dove incoraggiate le nuove costruzioni e come costruire in modo diverso.

L’arretramento gestito può essere più efficace nel ridurre il rischio, in modi socialmente equi ed economicamente efficienti, se è una componente proattiva delle trasformazioni indotte dal clima – ha affermato a sua volta l’altra autrice dello Studio Katharine Mach, Professore associato all’Università di Miami – Rosenstiel School of Marine and Atmospheric Science, anche lei del Comitato organizzatore della Conferenza – Può essere utilizzato per affrontare i rischi climatici, insieme ad altri tipi di risposte come la costruzione di dighe o la limitazione di nuovi sviluppi urbanistici nelle aree a rischio“.

Secondo le autrici, a livello globale gli Stati Uniti sono in una posizione privilegiata, in termini di spazio disponibile, denaro e risorse, rispetto ad altri Paesi che affrontano futuri più complicati. Viene ricordato che la Repubblica di Kiribati, un arcipelago nell’Oceano Pacifico centrale, per esempio, dovrebbe finire sott’acqua in futuro, essendo alcune delle sue isole già inabitabili. Il suo Governo ha acquistato del terreno nelle Fiji per il trasferimento della popolazione e sta sviluppando programmi con Australia e Nuova Zelanda per fornire formazione di forza lavoro qualificata in modo che la gente di Kiribati possa migrare con dignità quando sarà il momento. Le sfide rimangono, tuttavia, dal momento che non tutti sono d’accordo con lo sfollamento.

In un recente numero speciale del Journal of Environmental Studies and Sciences, edito e introdotto dalla stessa Siders sono state esaminate le implicazioni di giustizia sociale correlate all’arretramento gestito in diversi Paesi, inclusi gli Stati Uniti, le Isole Marshall, Nuova Zelanda, Perù, Svezia, Taiwan, Austria e Inghilterra, scoprendo che tale ritiro, come accade negli USA, colpisce le persone più emarginate.
È difficile prendere buone decisioni sui cambiamenti climatici se pensiamo a tra 5-10 anni – ha concluso Siders – Stiamo costruendo infrastrutture che durano 50-100 anni; la nostra scala di pianificazione dovrebbe essere altrettanto lunga“.

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