1 Febbraio 2023
Energia Fonti rinnovabili

Transizione energetica: se lenta pesano le emissioni incorporate  

Uno Studio condotto da un team internazionale di ricercatori ha calcolato che le emissioni prodotte dalla quantità di energia necessaria per la transizione energetica, inizialmente saranno ingenti e pari a 5-6 anni delle attuali emissioni globali, ma se gli investimenti necessari per le infrastrutture delle rinnovabili fossero impiegati nel giro di 5-10 anni, magari stornando gli attuali sussidi dai combustibili fossili, le emissioni corrisponderebbero a soli 6 mesi.

Innanzitutto, la cattiva notizia. Spostare il sistema energetico mondiale dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili comporterà di per sé emissioni di carbonio, poiché la costruzione di turbine eoliche, pannelli solari e altre nuove infrastrutture consumano energia, gran parte della quale proviene dai combustibili fossili che cerchiamo di togliere di mezzo.
La buona notizia è che se queste infrastrutture fossero messe in funzione rapidamente, tali emissioni diminuirebbero drasticamente, perché molta più energia rinnovabile all’inizio vuol dire meno combustibile fossile necessario per alimentare la transizione
.

È questa la conclusione dello studio Mitigation and adaptation emissions embedded in the broader climate transition”, pubblicato sulla PNAS il 21 novembre 2022 da un gruppo internazionale di ricercatori, che per la prima volta stima i costi della transizione energetica non in dollari, ma in termini di emissioni di gas serra.

Il messaggio è che ci vorrà energia per ricostruire il sistema energetico globale, e dobbiamo tenerne conto – ha osservato l’autore principale dello studio, Corey Lesk, che ha svolto la ricerca per il Dottorato presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia Climate School – In qualsiasi modo tu lo faccia, non è trascurabile. Ma il maggior utilizzo iniziale di rinnovabili può alimentare più velocemente la transizione“.

I ricercatori hanno calcolato le possibili emissioni prodotte dall’uso di energia nelle attività minerarie, manifatturiere, di trasporto, di costruzione e delle altre necessarie per creare enormi fattorie di pannelli solari e turbine eoliche, insieme a infrastrutture più limitate per il geotermico e ad altre fonti energetiche. Secondo uno studio di McKinsey, per le nuove infrastrutture energetiche sarebbero necessari per raggiungere emissioni nette zero al 2050 circa 3,5 trilioni di dollari all’anno.

Con l’attuale ritmo lento della produzione di infrastrutture rinnovabili che determinerà un riscaldamento globale alla fine del secolo di 2,7 °C, i ricercatori stimano che queste attività produrranno 185 miliardi di tonnellate di anidride carbonica entro il 2100, che corrispondono da sole a cinque o sei anni di attuali emissioni globali, un pesante fardello aggiuntivo per l’atmosfera. Tuttavia, se il mondo costruisse le stesse infrastrutture abbastanza velocemente da limitare il riscaldamento a 2 °C, secondo l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi tali emissioni si dimezzerebbero a 95 miliardi di tonnellate. E, se si seguisse un percorso veramente ambizioso, quale quello di limitare il riscaldamento a 1,5 °C, il costo sarebbe di soli 20 miliardi di tonnellate entro il 2100, corrispondenti a solo sei mesi circa delle attuali emissioni globali.

Quantità simulate di implementazione e adattamento delle rinnovabili nell’ambito del percorso di decarbonizzazione graduale (Fonte: PNAS)

I ricercatori sottolineano che tutte le loro stime sono probabilmente al ribasso. Per prima cosa, non tengono conto dei materiali e della costruzione necessari per le nuove linee di trasmissione elettrica, né delle batterie per lo stoccaggio, entrambi prodotti ad alta intensità energetica e di risorse. Né includono il costo della sostituzione dei veicoli alimentati a gas e diesel con quelli elettrici, o quello per rendere gli edifici esistenti più efficienti dal punto di vista energetico. Inoltre, lo studio esamina solo le emissioni di anidride carbonica, che attualmente causano circa il 60% del riscaldamento in corso, ma non di altri gas serra tra cui metano e protossido di azoto.

Altri effetti del transizione energetica sono difficili da quantificare, ma potrebbero essere sostanziali. Tutto questo nuovo hardware high-tech richiederà non solo enormi quantità di metalli di base tra cui rame, ferro e nichel, ma anche elementi rari precedentemente meno utilizzati come litio, cobalto, ittrio e neodimio. Molti materiali dovrebbero probabilmente provenire da luoghi precedentemente incontaminati con ambienti fragili, tra cui le profondità del mare, le foreste pluviali africane e la Groenlandia in rapido scioglimento. I pannelli solari e le turbine eoliche consumerebbero direttamente ampie distese di terra, con conseguenti potenziali effetti sugli ecosistemi e sulle persone che vi abitano.

Stiamo definendo il limite inferiore – ha sottolineato Lesk a proposito delle stime dello studio – Il limite superiore potrebbe essere molto più alto. Ma il risultato è incoraggiante“.
Secondo Lesk, considerando i recenti cali dei prezzi per le tecnologie rinnovabili, l’80-90% di ciò occorre per la transizione energetica potrebbe essere installato nei prossimi decenni, soprattutto se gli attuali sussidi per la produzione di combustibili fossili fossero dirottati verso le rinnovabili.
Se intraprendessimo un percorso più ambizioso, il problema non esisterebbe – ha aggiunto il ricercatore – la cattiva notizia viene dall’eventuale inadeguato investimento nei prossimi 5-10 anni“.

Come parte dello studio, Lesk e i suoi colleghi hanno anche esaminato le emissioni di carbonio dovute all’adattamento per l’innalzamento del livello del mare; scoprendo che la costruzione di dighe in mare e lo spostamento nell’entroterra delle città, ove necessario, genererebbero 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica entro il 2100 nello scenario a 2 °C. Questo, ancora una volta, sarebbe solo una parte del costo dell’adattamento; senza considerare le infrastrutture per controllare le inondazioni interne, l’irrigazione in aree che potrebbero diventare più aride, l’adattamento degli edifici a temperature più elevate o altri progetti necessari.

“Nonostante queste limitazioni – scrivono gli autori – concludiamo che l’entità delle emissioni di CO2 incorporate nella più ampia transizione climatica è di rilevanza geofisica e politica. Le emissioni derivanti dalla transizione possono essere notevolmente ridotte con una decarbonizzazione più rapida, conferendo nuova urgenza al progresso politico sulla rapida diffusione delle energie rinnovabili“.

In copertina: Fonte Columbia Climate School / immagine di Julie Morvant-Mortreuil

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