Cambiamenti climaticiEconomia e finanza

Rischio climatico: in Italia può costare fino al 6% del PIL al 2050

Un Libro bianco presentato da Deloitte nel corso di un evento allaVenice  Climate Week(3-8 giugno 2026), e realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano e dell’Università Ca’ Foscari e il supporto di un’indagineIpsos-Doxa, evidenzia l’impatto complessivo che il rischio climatico causerebbe al nostro Paese, mentre la stragrande maggioranza delle PMI risulta ancora impreparata ad affrontare l’impatto finanziario e operativo del clima.

Il rischio climatico non rappresenta più una variabile indipendente, ma un fattore destinato a influenzare in modo crescente le prospettive di sviluppo economico, la competitività delle imprese e la resilienza del sistema Paese.

È quanto emerge dalLibro bianco “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento” sull’impatto dei cambiamenti climatici sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide, cheDeloitte, una delle più grandi reti di servizi professionali al mondo per fatturato e numero di dipendenti che opera globalmente attraverso un network di società indipendenti, ha presentato nel corso di un evento allaVenice Climate Week(3-8 giugno 2026), e realizzato con la collaborazione di esperti delPolitecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari edel team dell’areaClimatedella Florence School of Regulation (European University Institute), che contiene dati raccolti in un’indagine condotta daIpsos-Doxasu un campione di 350 PMI italiane distribuite in modo omogeneo sul territorio.

Secondo l’ultimoClimate Risk IndexdiGermanWatch, l’Italia, dopo la Francia, è il Paese europeo più colpito dai effetti dei cambiamenti climatici (1995-2024).  

L’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2 °C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio– ha commentatoPaolo D’Aprile, Sustainability leader diDeloitte central mediterraneanIl cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro. In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori”.

Fonte: Deloitte, 2026

L’impatto su infrastrutture e turismo
I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050
. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050.  Per il settore delturismosi stima invece unacontrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media(+4 °C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento dellatemperatura di 2 °C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero dicirca 17 miliardi di euro.

Gli effetti sul PIL
In questo senso, si prevede una progressivariduzione del PIL compresa fra l’1,6% e il 6% entro il 2050, a seconda dell’intensità degli impatti economici e dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato dal rischio climatico. Un danno economico che tende ad accumularsi in maniera non lineare e ad accelerare progressivamente nel tempo. In particolare,il rischio climatico si trasmette dall’economia reale del Paese a quella finanziaria in differenti modalità, come il costo di rifinanziamento, l’aumento del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale.

Il livello di maturità delle PMI italiane
Dall’indagine promossa da Deloitte e condotta da Ipsos-Doxa emerge chesolo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischioe appenail 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. Allo stesso tempo,solo il 14% delle PMI italiane ha implementato misure a supporto della continuità operativa del business in caso di eventi estremi, così comeappena il 10% ha introdotto azioni di adattamento verso infrastrutture e asset fisici. Nel complesso, emerge unapproccio strategico di breve periodo e poco strutturato.

Da un lato alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo– ha spiegatoElio Santoro, general manager di Deloitte climate & sustainability –Le PMI sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine”.

In termini di investimenti dichiarati o pianificati, la strategia delle PMI riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di 5 anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro 3 anni (77%). Le principali voci di investimento sono dominate dallecoperture assicurative(54%), seguite dainterventi di adattamento infrastrutturale(23%) e dasistemi di monitoraggio del rischio(20%). Le imprese che si sentono pienamente preparate a rispondere allerichieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico sono una minoranza del campione (18%). Il report indica come le piccole e medie imprese facciano prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali enon più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale (IA), opiattaforme per la gestione del rischio climatico fisico.

L’intelligenza artificiale rappresenta una delle principali leve per massimizzare il ritorno sugli investimenti ed incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture– ha concluso D’Aprile –Sia per le istituzioni pubbliche che per le imprese, è fondamentale valutare le applicazioni dell’IA in base alla propria esposizione ai rischi e investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie dati e monitoraggio continuo delle analisi di rischio”.

Fonte: Deloitte,AI for infrastructure resilience, 2025

La sfida che emerge dal Libro Bianco di Deloitte non riguarda pertanto esclusivamente la gestione di un rischio, ma la capacità di governare una trasformazione. Per affrontarla sarà necessario superare approcci frammentati e di breve periodo, integrando il rischio climatico nei processi decisionali, nelle strategie industriali e nelle politiche pubbliche. Ciò richiederà una collaborazione sempre più stretta tra imprese, istituzioni, sistema finanziario, comunità scientifica e attori del territorio.

La domanda non è più se il rischio climatico influenzerà l’economia italiana, ma quanto preparati saremo a gestirne gli effetti e a coglierne le opportunità. Le scelte compiute nel prossimo decennio determineranno in larga misura la resilienza e la competitività del Paese nella seconda metà del secolo.

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