Cambiamenti climaticiMari e oceani

Oceano Artico: tipping point nella geochimica dell’azoto?

Secondo uno studio coordinato dalla School of Geoscience dell’Università di Edimburgo, dal 2009 le concentrazioni di nitrati nel deflusso artico sono diminuite bruscamente, a causa della diffusa perdita di ghiaccio marino, innescata dai cambiamenti climatici, indicando una transizione nei fattori che controllano la produzione primaria artica: da un sistema prevalentemente limitato dalla luce a uno sempre più limitato dai nitrati, con conseguente riduzione della fauna marina.

Il cambiamento irreversibile nella composizione chimica dell’Oceano Artico per effetto della diffusa perdita di ghiaccio marino artico, causata dai cambiamenti climatici, sta sconvolgendo la catena alimentare della regione con un forte calo dei livelli di un nutriente chiave, con conseguenze sulle popolazioni di plancton, pesci, uccelli marini e mammiferi marini.

Lo rivela loStudioSea ice loss drives a regime shift in Arctic Ocean nitrogen biogeochemistry”, coordinato da ricercatori dellaSchool of Geosciencedell’Università di Edimburgo e pubblicato il 28 maggio 2026 suNature Communications Earth & Environment.

L’analisi rivela che l’esposizione alla luce solare di vaste regioni oceaniche poco profonde, precedentemente coperte dai ghiacci, alimenta un processo che scompone il nutriente nitrato e lo rimuove dall’acqua di mare. Secondo il team di ricerca, initrati sono vitali per la crescita del plancton alla base della catena alimentare artica e la riduzione di questo nutriente limita la quantità di vita che l’ecosistema può sosteneree la diminuzione dei livelli di nitrati potrebbe anche ridurre la capacità dell’Oceano Artico di immagazzinare carbonio, poiché il plancton svolge un ruolo chiave nel catturarlo dall’atmosfera attraverso la fotosintesi.

Sebbene studi recenti abbiano segnalato cambiamenti nelle popolazioni animali nelle acque artiche, le cause erano poco chiare, mancando analisi condotte per approfondire la composizione chimica dell’oceano.

Ora, con lo questo studio, finanziato dal progettoChanging Arctic Oceandell’UKNatural Environment Research Council(NERC), i ricercatori hanno ottenuto nuove informazioni sui livelli variabili di nutrienti nell’Oceano Artico, analizzando dati relativi a un periodo di 20 anni di campionamento, provenienti dalloStretto di Fram, il principale passaggio attraverso il quale le acque artiche confluiscono nell’Atlantico.

Per anni, si è ipotizzato che la perdita di ghiaccio marino nell’Oceano Artico avrebbe incrementato la crescita del fitoplancton, poiché una maggiore quantità di luce solare avrebbe potuto raggiungere le acque superficiali– ha affermatoMarta Santos-García, Dottoranda presso la Scuola di Geoscienze dell’Università di Edimburgo e co-autrice principale dello studio –I nostri risultati suggeriscono che questa relazione sia cambiata: l’Oceano Artico sembra essersi trasformato da un sistema principalmente limitato dalla luce a uno sempre più limitato dalla disponibilità di nitrati, con conseguenze di vasta portata per gli ecosistemi marini, le catene alimentari e il ruolo dell’Artico nel clima terrestre“.

Mappa dell’Oceano Artico, comprese le piattaforme continentali siberiane (mari di Chukchi, Siberia orientale, Laptev e Kara) e i modelli generali di circolazione superficiale. Fonte: suNature Communications Earth & Environment, 2026

L’analisi ha rivelato un netto cambiamento a partire dal 2009, con i livelli di nitrati nelle acque che lasciano l’Artico in costante calo. Secondo il team di ricercatori, ilcalo dei livelli di nitrati ha coinciso con una drastica riduzione del ghiaccio marino artico, iniziata all’incirca nello stesso periodo, accelerando un processo che converte i nitrati in azoto gassoso – chiamatodenitrificazione bentonica– nelle piattaforme continentali poco profonde che si estendono sotto quasi metà dell’Oceano Artico.

Il passaggio a condizioni di carenza di nitrati suggerisce che in futuro l’Oceano Artico potrebbe essere in grado di sostenere solo specie di plancton di dimensioni più piccole, il che significa checi sarà meno cibo disponibile per chi risale la catena alimentare.

Poiché il cambiamento delle condizioni nutrizionali è causato dalla continua perdita di ghiaccio marino, èmolto improbabile che l’Oceano Artico possa mai tornare al suo stato precedente, affermano i ricercatori.

In altri termini si sarebbe verificato nell’Oceano Artico un punto di non ritorno (tipping point) chimico irreversibile, anche se i ricercatori sottolineano che sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere i possibili effetti più ampi che i cambiamenti nelle acque artiche potrebbero avere sulle popolazioni marine in altre parti degli oceani del mondo, compreso l’Atlantico settentrionale.

I cambiamenti che abbiamo riscontrato suggeriscono che l’ecosistema dell’Oceano Artico abbia superato un punto di non ritorno intorno al 2009– ha sottolineato il Prof.Raja Ganeshram, della Scuola di Geoscienze dell’Università di Edimburgo, che ha guidato lo studio negli ultimi due decenni –È necessario monitorare attentamente come questo cambiamento si ripercuota sulla catena alimentare, poiché ha profonde implicazioni per noi, anche sulla pesca commerciale nell’Oceano Atlantico settentrionale”.

Al lavoro hanno partecipato anche ricercatori dell’Istituto Polare Norvegese, dell’Associazione Scozzese perle Scienze Marine, dell’Università Tecnicadella Danimarcae dell’Istituto Alfred Wegener, in Germania.

In copertina: La nave da ricerca polare RV Kronprins Haakon nello stretto di Fram, Oceano Artico. Foto di Lawrence Hislop/Istituto Polare Norvegese

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