Uno Studio condotto del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, utilizzando il software CoastSat che consente di ottenere l’analisi delle immagini satellitari acquisite dalle campagne Landasat, ha esaminato circa 3624km di coste sabbiose in Italia lungo un arco temporale di 40 anni e ha constatato che l’erosione costiere impatta su due terzi delle foci deltizie, superando addirittura i 10m di erosione l’anno alla foce del Sinni.
Il 66% dei 40 fiumi principali italiani sta attualmente subendo erosione costiera, di questi oltre il 75 ha un versante idrografico interessato da erosione. Se escludiamo le aree con presenza di difese costiere, il 100% dei fiumi è interessato da erosione. I delta fluviali nell’area del Mediterraneo sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici rispetto al comportamento medio dell’area.
Sono i risultati dello Studio “40-Year shoreline evolution in Italy: Critical challenges in river delta regions” pubblicato sul numero di aprile della Rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science e condotto dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, che ha analizzato i cambiamenti delle coste sabbiose italiane negli ultimi 40 anni, dal 1984 al 2024, con particolare attenzione ai delta fluviali, fenomeno di arretramento che in alcuni casi ha raggiunto i 10 metri all’anno.
“Il cambiamento climatico sta avendo un impatto significativo sull’evoluzione delle coste italiane – spiega Marco Luppichini, Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e autore dello studio insieme alla Prof.ssa Monica Bini – In particolare incidono la diminuzione delle precipitazioni e l’aumento degli eventi meteorologici estremi che alterano il ciclo idrologico e la capacità dei corsi d’acqua di trasportare sedimenti fino alla costa. A questo si aggiungono l’innalzamento del livello del mare, che contribuisce alla scomparsa di tratti di litorale, e l’incremento della temperatura delle acque superficiali del Mediterraneo che intensifica tempeste e mareggiate, accelerando il processo erosivo e riducendo la resilienza delle spiagge”.
Utilizzando il software CoastSat che consente di ottenere l’analisi della posizione dell’intera linea di costa italiana, analizzando le immagini satellitari acquisite dalle campagne Landasat (Landasat 5, Landasat 7 e Landasat 8), basato sulla piattaforma Google Earth Engine, sono stati esaminati circa 3624 km.
Secondo lo studio, le aree più a rischio erosione sono il delta del Po, il Serchio, l’Arno e l’Ombrone in Toscana e il delta del Sinni in Basilicata, tutte zone caratterizzate da un forte arretramento della linea di costa e da una significativa perdita di sedimenti dovuta a fattori climatici e antropici.
Il delta del Po è una delle zone più vulnerabili a causa dell’innalzamento del livello del mare e della riduzione del trasporto sedimentario. Nonostante alcune aree mostrino avanzamenti della costa, molte parti registrano un progressivo arretramento, in particolare nei settori meno protetti da opere artificiali. In Toscana le foci dell’Arno e del Serchio sono soggette ad un arretramento costante di 2-3 metri l’anno mentre il delta dell’Ombrone registra una delle situazioni più critiche, con tassi di erosione fino a 5-6 metri l’anno. La ridotta disponibilità di sedimenti, dovuta a modifiche antropiche lungo il corso del fiume, e l’aumento delle mareggiate rende infatti questa zona particolarmente fragile, mettendo a rischio gli ecosistemi del Parco della Maremma e le attività economiche legate al turismo e all’agricoltura.
Il delta del Sinni, in Basilicata, rappresenta infine uno dei casi più estremi, con un’erosione che supera i 10 metri l’anno, una delle più alte in Italia.
“È chiara l’urgenza di adottare strategie sostenibili per gestire le coste, mitigare gli effetti dell’erosione e proteggere le aree più fragili – conclude Luppichini – Grazie al nostro studio abbiamo realizzato un database omogeneo per l’intero territorio nazionale così da aiutare una possibile pianificazione degli interventi a difesa delle zone più a rischio, come i delta fluviali, veri e propri ‘hotspot’ della crisi climatica in corso”.
