Una ricerca realizzata da Economia e Sostenibilità – EStà, con il supporto scientifico di Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra! che analizza l’impatto ambientale, sociale ed economico degli allevamenti intensivi in Lombardia, fornisce una fotografia del comparto zootecnico in Lombardia, evidenziando le principali questioni socio-economiche e ambientali che interessano il settore a fronte della transizione ecologica giusta.
Il sistema zootecnico lombardo è oggi fortemente concentrato e sovradimensionato rispetto alla capacità ecologica del territorio.
È quanto emerge dalloStudio“Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso. Impatti, criticità e traiettorie di transizione”, realizzato daEconomia e Sostenibilità – EStà, con il supporto scientifico di LegambienteLombardia, Essere Animali e Terra!, e con il contributo dellaFondazione Cariplonell’ambito della coprogettazione Agrieco 2.0, che analizza l’impatto ambientale, sociale ed economico degli oltre5,2 milioni di bovini e suini allevati nella regione:1 capo bovino/suino ogni 2 abitanti lombardi. Numeri impressionanti che conferiscono alla Lombardia il titolo di prima regione zootecnica d’Italia.
Un primato che porta il peso di “effetti collaterali” non più sostenibili.I risultati della ricerca mettono in evidenza il contributo crescente degli allevamenti intensivi alle emissioni di gas serra, un carico di azoto particolarmente elevato, criticità relative al benessere animale e una forte dipendenza da mangimi importati, che rendono il sistema fragile e vulnerabile anche dal punto di vista economico.
La transizione verso modelli agroecologici non è solo una necessità ambientale, ma anche economica, sanitaria e sociale.
I numeri dell’eccesso
La ricerca rileva nella regione lapresenza del 40% dei capi nazionali di bovini e suini, che sale al 47% se si considerano solo i suini. I dati confermano che la Lombardia è la prima regione italiana per numero di capi allevati. Tre province –Brescia,MantovaeCremona– dominano la classifica nazionale per numero di animali, con Brescia che ricopre il primato nazionale per entrambe le specie. In regione, negli ultimi 10 anni, si è registrata una crescita dell’11% dei bovini da latte. Il report sottolinea un dato allarmante:nonostante un calo importante delle piccole aziende,la produzione di carne e latte non si è ridotta, ma si è concentrata sempre più in mega-allevamenti (con oltre 500 capi), che aumentano il carico di inquinanti per singolo sito e dimostrano la progressiva intensivizzazione del sistema.

La densità di capi concentrati sul territorio(quasi 4 volte la media nazionale per i bovini e 6 volte per i suini) e il superamento del carico di azotoindicano che il terreno della regione non è più in grado di assorbire i reflui come fertilizzante naturale.
Impatto climatico e ambientale
Mentre le emissioni complessive della regione e quelle del settore zootecnico nazionale sono in calo, gliallevamenti lombardimostrano un preoccupante +2,50% di emissioni di CO2eq tra il 2014 e il 2021.
Oltre al clima, a soffrire è il territorio: in oltre la metà dei comuni della Pianura Padana (402 comuni), ilcarico di azoto derivante dai reflui zootecnici eccede il fabbisogno delle colture, causandogravi impatti sulla qualità dell’aria e delle acque.Tale situazione espone la regione a sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati, una normativa che ha come obiettivo la tutela delle acque superficiali e sotterranee dall’inquinamento da nitrati provenienti da fonti agricole (principalmente fertilizzanti ed effluenti zootecnici), e determina ilrilascio di enormi quantità di ammoniaca gassosa,uno dei principali precursori della formazione di particolato ultrafinePM2.5che ristagna nella pianura rendendola una delle aree con i più elevati livelli di questo inquinante atmosferico, in Europa.
Fragilità economica e dipendenza dall’estero
I risultati del report scardinano il mito della “grande dimensione” come sinonimo di efficienza. La Lombardia è fortemente vulnerabile agli shock dei mercati, con un tasso di autosufficienza diappena il 25% per il mais e 13% per la soia (base dei mangimi proteici). Dall’analisi dei dati risulta che leaziende di grandi dimensioni registrano risultati socio-economici e climatici peggiori rispetto alle piccole e medie imprese, che invece generano più valore aggiunto e occupazione per unità di superficie, oltre ad assicurare il presidio di un territorio rurale sempre più spopolato.

L’importanza del benessere animale
In questa situazione anche il benessere animale, sottolinea lo studio, gioca un ruolo fondamentale. Alzare gli standard per gli animali allevati vuol direridurre il numero di capi ma in condizioni più salubri e di qualità, garantendo produzioni più resilienti e sostenibili.Nelle aziende a bassa intensità, una maggiore longevità degli animali riduce i costi di rimonta e le spese veterinarie, e migliora la qualità del latte. Nelleaziende biologiche, l’adozione di pratiche più rispettose genera un drasticocalo dei costi farmaceutici, risparmio che giustifica una parte significativa del differenziale di reddito. Unamandria più sana riduce anche lo stress e il carico di lavoro emergenziale per l’allevatore, migliorando contestualmente il benessere umano all’interno dell’azienda. Ilbenessere animaleè inoltre un tema sempre più di interesse dei cittadini: è unvalore eticodalle grandi potenzialità trasformative della società e del suo rapporto con la natura. Esiste ormai un ampio e solido consenso su unatransizione alimentare che riduca fortemente i consumi di alimenti di origine animale.
La transizione crea resilienza, occupazione rurale e cibo sano
La ricerca conclude sottolineando la necessità di una transizione strutturale versomodelli zootecnici agroecologici, più sostenibili, coerenti con gli obiettivi ambientali, climatici e sociali. Non è solo una necessità ambientale, ma una strategia perridare autonomia e reddito agli allevatori, oggi schiacciati da costi di produzione fuori controllo e dalla volatilità dei prezzi. Ed allo stesso tempo può far parte di unastrategia per migliorare tipicità e legame con il territorio che dovrebbero tutelare le grandi DOP della tradizione alimentare italiana, anche nel mercato internazionale a cui si rivolge gran parte dei prodotti ottenuti dagli allevamenti lombardi.

