26 Settembre 2021
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Migranti: accelerare su politiche climatiche e transizione verso le rinnovabili

Migranti accelerare su politiche climatiche e transizione verso le rinnovabili

In occasione della Giornata internazionale del rifugiato e alla vigilia del Consiglio UE che ha come punto chiave la questione delle migrazioni, Greenpeace Germania ha lanciato un Rapporto che mette in evidenza come ogni anno 21,5 milioni di individui siano costretti ad abbandonare le proprie case a causa di siccità, tempeste e alluvioni, numero doppio rispetto a quelli che fuggono da guerre e violenze.

In queste ore si sta svolgendo a Bruxelles il Consiglio UE (22-23 giugno) che all’Odg, tra l’altro, ha la revisione dell’Agenda europea sulle Migrazioni, tema scottante su cui le divisioni tra i Paesi membri sono evidenti.

Qualche giorno prima, in occasione della celebrazione della “Giornata internazionale del rifugiato” (20 giugno), indetta dall’ONU per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione sui Rifugiati (Convention Relating to the Status of Refugees) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Greenpeace Germania ha pubblicato il Rapporto “Climate Change, Migration and Displacement” che mostra come sia sempre più difficile distinguere tra spostamenti di persone a causa di conflitti e persecuzioni e quelli che sono conseguenza dei sempre più frequenti disastri ambientali correlati ai cambiamenti climatici.

Secondo l’Associazione ambientalista, il rischio per la popolazione di dover abbandonare la propria terra a causa di disastri naturali oggi è del 60% maggiore di 40 anni fa, e il loro numero è ormai doppio rispetto a coloro che hanno abbandonato le proprie abitazioni a seguito di guerre e violenze.

In molte aree del pianeta, il clima è diventato instabile e i cambiamenti climatici sta contribuendo a un aumento degli eventi meteorologici estremi e dei disastri ad essi associati. Sempre più persone stanno perdendo le basi stesse della propria sussistenza e vengono forzate a lasciare la loro casa e migrare altrove. I cambiamenti climatici e il degrado ambientale oggi sono cause di flussi migratori assai più rilevanti di quanto molti possano immaginare, essendo fattori moltiplicatori che si aggiungono ai problemi e alle crisi che portano alla fuga e alla migrazione delle popolazioni. Anche se la nostra comprensione dei nessi tra i cambiamenti climatici e le migrazioni è migliorata, molte domande restano senza risposta. Abbiamo bisogno di saperne di più per aiutare meglio le persone colpite.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), sottolinea Greenpeace, nel rimarcare i legami tra cambiamenti climatici, modifiche dell’ambiente e migrazioni, ha sviluppato il concetto di “migrazione ambientale“, utilizzato sempre più spesso: i cambiamenti climatici portano al degrado ambientale cui contribuiscono anche altri fattori, come ad esempio lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. La definizione operativa di migranti ambientali usata dall’OIM è “persone o gruppi di persone che, soprattutto a causa di modifiche ambientali, progressive o repentine, che influiscono negativamente sulla loro vita o sulla loro condizione di vita, sono obbligate ad abbandonare la loro residenza abituale, o scelgono di farlo, sia temporaneamente che permanentemente, spostandosi sia entro il proprio Paese che all’estero“.

La Convenzione ONU si applica infatti solo a persone che valicano le frontiere del proprio Paese per sfuggire a conflitti o persecuzioni. La situazione dei migranti ambientali è spesso differente, anche in considerazione del fatto che il nesso causale diretto tra i cambiamenti climatici e lo specifico disastro ambientale che ha causato lo sfollamento non può essere provato. Capire come colmare i vuoti normativi per meglio proteggere coloro che migrano a causa di disastri o modifiche ambientali è una delle sfide. Molti progetti di ricerca e molte iniziative politiche sono basate oggi sul comune sentire e obiettivo che la migrazione è un passo importante nell’adattamento ai cambiamenti climatici.

L’obiettivo comune è di fornire un aiuto migliore ai gruppi di popolazioni particolarmente vulnerabili e ai migranti che fuggono dagli effetti dei cambiamenti climatici e ambientali. L’obiettivo è di aumentare la resilienza di coloro che abitano aree vulnerabili per prevenire migrazioni non volute e favorire quelle desiderate. Uno dei focus delle ricerche attuali è capire che opportunità può offrire la migrazione alle comunità (e agli Stati) che perdono popolazione come a quelle che accolgono i migranti. Alluvioni, tempeste, siccità e fame possono privare le persone dei loro diritti fondamentali: il diritto alla vita, alla libertà personale, alla sicurezza, al cibo, ad avere casa, acqua, salute, educazione. Ciò rende le migrazioni correlate ai cambiamenti climatici parte del dibattito sui diritti umani. Quei Paesi, e quei gruppi sociali, che meno hanno contribuito al riscaldamento globale continueranno ad essere particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento del clima. Assicurare alle popolazioni colpite e ai migranti un aiuto concreto deve essere considerato come un primo passo per una maggiore giustizia climatica. Accogliere migranti che fuggono dal degrado ambientale è questione di giustizia e solidarietà. Per questo, i Paesi del Nord del Pianeta hanno l’obbligo immediato di moltiplicare i loro sforzi per accelerare la transizione dalle fonti fossili alle energie rinnovabili.

Secondo il Rapporto di Greenpeace, ogni anno 21,5 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case a causa di siccità, tempeste o alluvioni.

Il dato è in linea con l’ultimo Rapporto “Global Report on Internal Displacement” (GRID 2017), pubblicato il 22 maggio 2017 da IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre) che ha calcolato in 23,5 milioni gli individui che nel corso del 2016 hanno abbandonato le proprie case per effetto di eventi meteorologici estremi (alluvioni, desertificazione dei suoli, uragani, ecc.).

Il report individua 5 “forme” di spostamento:

– all’interno dei Paesi come strategia proattiva delle famiglie per mettersi al riparo dai rischi, a carattere stagionale o di breve durata;
– migrazioni di carattere internazionale;
– a carattere permanente e di spostamento di interi nuclei familiari, come avviene nella regione del Sahel con lo spostamento verso le città o più a sud;
– sfollati interni e profughi a livello internazionale a causa di calamità naturali improvvise (il caso limite delle piccole isole del Pacifico);
– ricollocazione di intere comunità per ridurre la loro esposizione a grandi rischi naturali e climatici.

Per un’emergenza sempre più incombente, serve una risposta politica complessa: politiche ambientali e interventi socio-economici per sviluppare la resilienza delle popolazioni colpite dagli effetti del global warming.
L’auspicio è che a Bruxelles non ci si limiti ad un approccio legato a motivi di sicurezza per gli Stati europei, ma che trovino spazio anche aspetti legati ai diritti umani e di incolumità di chi fa domanda di asilo che viene respinta.

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