5 Dicembre 2021
Economia e finanza Società

I leader devono cambiare le politiche per “Un’economia per il 99%”

leader devono cambiare politiche

La perdurante lenta crescita unita ad un alto debito e la dinamica demografica creano un ambiente che favorisce le crisi finanziarie e la crescente disuguaglianza. Allo stesso tempo, la corruzione dilagante, la visione a breve termine e disuguale distribuzione dei benefici della crescita indicano che il modello economico capitalista non può essere inclusivo per le persone. La transizione verso un ordine mondiale più multipolare sta mettendo sotto pressione la cooperazione globale. Allo stesso tempo, la quarta rivoluzione industriale sta trasformando fondamentalmente le società, le economie e i modi di fare business. Per ultimo ma non meno importante, mentre le persone cercano di riaffermare la propria identità oscurata dalla globalizzazione, il processo decisionale è sempre più influenzato dall’emotività“.

Il passo citato non è tratto da “Il capitale del 21° secolo” dell’economista francese Thomas Piketty, bensì dall’introduzione al “Global Risks Report 2017” del Prof. Klaus Schwab, Fondatore e Presidente esecutivo del World Economic Forum (WEF) che riunisce ogni anno a Davos (17-20 gennaio 2017), per riflettere sul destino economico del Pianeta, i maggiori esponenti della politica, economia, finanza e comunità scientifica, in un incontro “esclusivo” di happy few, dal momento che per esservi invitati bisogna sborsare anche oltre 100.000 dollari.
Tant’è che il titolo di apertura dell’ “Avvenire” del 17 gennaio 2017 di commento alla presentazione del “The Inclusive Growth and Development Report 2017” (vedi: “Dall’indice di sviluppo inclusivo del WEF una bocciatura per l’Italia” è stato “Anche i ricchi capiscono che bisogna cambiare“.

Alla vigilia del Forum un rapporto di Oxfam, una Confederazione di ONG presente anche in Italia (Oxfam Italia), aveva mosso le acque già agitate sull’argomento, sottolineando che bastano i primi 8 “paperoni” del pianeta per fare la ricchezza dei 3,6 miliardi più poveri, confermando che l’1% dei più facoltosi al mondo possiede quanto il restante 99%, da cui il titolo “Un’Economia per il 99%” (An economy for the 99 percent).

Una rielaborazione basata su dati, modello econometrico e metodologia di stima tratti da Credit Suisse Global Wealth Data book 2016 che riporta i drammatici squilibri distributivi e gli eccessi nella concentrazione della ricchezza.
In un contesto di crescenti contrasti la ricchezza cumulata da un’esigua minoranza di super ricchi sta crescendo a dismisura tanto che, avverte la ONG, tra 25 anni potremmo trovarci di fronte al primo “trillionario”, con una ricchezza superiore ai 1.000 miliardi di dollari.
Il modello di Economia “Umana” proposto da Oxfam parte dal presupposto che il mercato da solo non è in grado di rispondere in maniera adeguata ed equa ai bisogni di tutti i cittadini e di rispettare l’ambiente. Pertanto è necessario l’intervento dei Governi per tutelare i diritti di tutti e per salvaguardare il bene comune.
L’Economia Umana può realizzarsi attraverso:

– Governi che si adoperano per arginare l’estrema concentrazione di ricchezza, così da porre fine alla povertà. Può essere realizzato aumentando le imposte sulla ricchezza e sui redditi più alti e assicurando sistemi fiscali più progressivi che permettano di recuperare risorse da investire in servizi pubblici come sanità e istruzione oltre che in politiche di sostegno al lavoro.
– Governi che cooperano, invece di competere in una corsa al ribasso sulle politiche fiscali e sui diritti dei lavoratori. Deve essere posta fine alla dannosa corsa al ribasso in materia fiscale perpetrata da molti Governi per attrarre investimenti di grandi multinazionali e devono essere adottate efficaci misure di contrasto agli abusi fiscali di grandi corporation e ricchi individui così da recuperare utili risorse per i bilanci pubblici. Inoltre, i Governi dovrebbero cooperare per assicurare che in un mercato del lavoro globalizzato la logica del massimo profitto non vada a detrimento dei diritti dei lavoratori e che venga, invece, loro corrisposto un salario dignitoso.
– Governi che sostengono modelli di business non orientati alla sola massimizzazione dei profitti, ma attenti al benessere dei propri lavoratori e al contributo che l’azienda porta al bene comune della società.Esistono già modelli imprenditoriali orientati in questa direzione che hanno dimostrato di funzionare. È perciò fondamentale che a queste imprese si dia il giusto sostegno per far in modo che il loro modello diventi mainstream e non sia confinato a mere sperimentazioni di economia sociale.
– Governi attenti a garantire pari opportunità di sviluppo a uomini e donne. Questo significa abbattere quelle barriere economiche che oggi non sempre permettono alle donne di realizzarsi al pari degli uomini. Assicurare ovunque nel mondo che le donne godano di pari accesso ai servizi educativi e sanitari. Non permettere che siano le norme sociali a predeterminare il ruolo della donna nella società e riconoscere, ridurre e ridistribuire il lavoro di cura non retribuito.
– Governi che incoraggiano l’innovazione tecnologica a condizione che vada a beneficio di tutti. È cruciale il ruolo dei Governi nell’assicurare che lo sviluppo tecnologico non persegua esclusivi interessi di mercato (dettati ad esempio dalla necessità di rispondere ai bisogni di consumatori più abbienti disposti a pagare un costo più alto per l’accesso alle tecnologie), ma sia sempre orientato al raggiungimento di un maggior benessere per tutta la società. Anche nelle trasformazioni del mondo del lavoro, è fondamentale che i decisori politici pongano particolare attenzione nel soppesare i benefici e i rischi nel lungo periodo dati da un crescente uso delle tecnologie in sostituzione del lavoro umano.
– Governi che promuovono una transizione verso l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della nostra economia. L’attuale modello economico, a partire dalla rivoluzione industriale, si è sviluppato facendo ampio ricorso all’uso di combustibili fossili. Questo modello è incompatibile con la sostenibilità ambientale ed il benessere della maggioranza della popolazione. Basti pensare alle vittime provocate a livello globale dal cambiamento climatico e dai fenomeni connessi e ai danni subiti dalle comunità più povere e vulnerabili. È quindi essenziale una transizione energetica verso fonti rinnovabili. Per mantenere il surriscaldamento globale entro i 2°C è necessario abbandonare del tutto l’uso dei combustibili fossili entro il 2045-55.
– Governi che promuovano lo sviluppo guardando ad una molteplicità di indicatori relativi al benessere dei cittadini e non soltanto alla crescita economica misurata attraverso il PIL. È necessario infatti poter cogliere l’effettiva distribuzione di redditi e ricchezza all’interno di un Paese e non misurare soltanto la dimensione dell’attività economica complessiva. È altresì fondamentale contabilizzare i costi ambientali così da poter meglio salvaguardare il pianeta per le generazioni future, e integrare quelle attività ad oggi non contemplate nel PIL come ad esempio il lavoro di cura non retribuito che pure è parte fondamentale del funzionamento delle nostre economie.

Speriamo che i Decision maker riuniti in queste ore a Davos prendano in considerazione, tra le altre, queste proposte, perché la celebre ironica frase di George Orwell “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” (“La fattoria degli animali”), usata ironicamente per condannare le degenerazioni del comunismo, si attaglia perfettamente all’attuale capitalismo globalizzato.

L’immagine di copertina è di Keith Tucker (www.whatnowtoons.com)

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