31 Luglio 2021
Diritto e normativa Società

Decreto Semplificazioni: le proposte delle Associazioni ambientaliste

Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Kyoto Club, INU, TCI e WWF hanno depositato al termine di un’audizione al Senato un Documento di osservazioni e richieste emendative sul Decreto Semplificazioni che presenterebbe norme in grado di aggirare le gare di appalto e ridurre i controlli ambientali.

Scade oggi il termine (4 agosto 2020) per la presentazione nelle Commissioni congiunte di Camera e Senato degli emendamenti al Decreto Legge, n. 76 del 16 luglio 2020 “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” (il cosiddetto “Decreto Semplificazioni”) che, secondo Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Kyoto Club, INU, TCI e WWF che hanno depositato, al termine di un’audizione al Senato sul Decreto Semplificazioni, un Documento di osservazioni e richieste, ripropone “quella approssimazione emergenziale che tante volte ha provocato effetti collaterali non desiderati. Effetti non desiderati che, nel migliore dei casi, hanno cambiato poco o nulla e, nel peggiore, hanno reso più opachi e quindi più a rischio di legalità i meccanismi decisionali”.

Se da un lato, non si può negare l’esigenza di processi più snelli, da un altro non si può non ammettere che nel nostro Paese, la semplificazione e l’accelerazione dei meccanismi decisionali, la forzatura delle norme urbanistiche, territoriali, paesaggistiche e ambientali, la sistematica sottovalutazione della informazione e partecipazione del pubblico e del patrimonio di conoscenze del territorio rappresentato dai cittadini, ha aumentato consumo del suolo , rischio geologico, intaccato un patrimonio paesistico e naturalistico di rilevanza mondiale.

Questo modo di procedere, che ha ispirato anche il Decreto Sblocca Cantieri del 2019, come sottolineato dal Presidente dell’ANAC, Franco Merloni nella sua Relazione annuale 2019, presentata alla Camera dei Deputati dello scorso 2 luglio 2020, allarga le maglie degli affidamenti diretti senza produrre alcun beneficio concreto mentre i problemi vanno ricercati nelle fasi preliminari dell’affidamento, ad esempio nella carente programmazione e progettazione e in quella successiva dell’esecuzione.

Le associazioni condividono da anni e sposano le valutazioni critiche del Presidente dell’Autorità Anticorruzione e chiedono una svolta che:
1) rafforzi e responsabilizzi l’azione la pubblica amministrazione;
2) riduca i livelli e i processi decisionali e gli organismi ad essi preposti;
3) chiarisca i rapporti tra centro e periferia;
4) introduca elementi di valutazione preventiva e successiva degli interventi;
5) rafforzi i meccanismi di vigilanza e controllo su iter autorizzativi resi più fluidi (è uno scandalo ad esempio che il Sistema nazionale per la protezione ambientale, preposto da 4 anni ai controlli, debbano ancora oggi operare in invarianza dei costi rispetto alla riforma del 2016).

Le Associazioni rilevano come sia stata scelta con il Decreto Sempificazioni la strada di una perenne incertezza normativa (denunciata anche da ANAC), che non fa bene né alle imprese, né alla P.A., né ai cittadini, intervenendo su ben 50 diverse norme su materia delicate e strategiche e introducendo: ennesime modifiche od elusioni del Codice degli appalti del 2016 (sono 12 gli articoli su cui si interviene sul D.Lgs. n. 50/2016, dopo modifiche che si sono succedute ogni anno dal 2017 ad oggi); ulteriori forzature temporanee o permanenti dei meccanismi decisionali della Conferenza dei Servizi (sono 9 gli articoli modificati della legge n. 241/1990); uno stillicidio di modifiche al Testo Unico dell’Edilizia (13 gli articoli modificati del DPR 380 2001); diffuse e in alcuni casi pesanti modifiche al Codice dell’ambiente (sono ben 16 gli articoli modificati).

Ma il paradosso è, notano le Associazioni, che gli estensori del Decreto Semplificazioni non hanno sfruttato appieno i meccanismi acceleratori previsti a legislazione vigente, come risulta evidente dal fatto che:
– sia per le procedure aperte che per quelle ristrette di affidamento lavori esistono già meccanismi nel Codice Appalti 2016 che riducono da 35 sino a 10 giorni le procedure di assegnazione da avvio bando (artt. 60, 61 e 63 del D.Lgs. n. 50/2016);
– nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale invece di accanirsi sui tempi dedicati alla consultazione dei cittadini (60 giorni) si potrebbero tagliare di ben 90 giorni i tempi concessi nell’ambito della procedura VIA ai proponenti dei progetti per inutili controdeduzioni e integrazioni nelle procedure ordinarie (artt. 20 e 24 del D.Lgs n. 152/2006) e di altri 60 giorni (!) nel caso dei provvedimenti unici (art. 27 del D.Lgs n. 152/2006);
– non si introduce alcun correttivo nelle norme relative alla programmazione e alla progettazione delle opere per dare certezze sui meccanismi selettivi delle opere, sulla loro copertura economica e finanziaria (programmazione) e sulla produzione dei Piani Economico Finanziari e dell’Analisi Costi Benefici comparata delle alternative di intervento (progettazione).
Invece, si compiono scelte che, a giudizio delle associazioni, mettono a rischio il territorio e le casse pubbliche, come già avvenuto in passato, rendendo più opachi i mercati degli appalti e le procedure decisionali con un elevato rischio di legalità proprio quando al Paese vengono destinati ingentissimi finanziamenti.

Scelte, che vanno ben oltre a quanto già previsto dal Decreto Sblocca Cantieri del 2019 e fortemente criticato. Scelte che possono avere pesanti ricadute sul territorio, sul tessuto sociale e sulle casse pubbliche come quelle di:
sospendere sino al 31 luglio 2021, il ricorso alle procedure aperte di gara anche per gli affidamenti di forniture, servizi lavori pubblici sotto e sopra soglie, generalizzando il ricorso a procedure ristrette e negoziate, che per l’Europa devono rimanere un’eccezione;
allargare in maniera abnorme la competenza dei Commissari, nati per gestire un numero limitato di interventi prioritari nazionali, anche ad opere in ambito regionali e locale, consentendo così di intervenire in deroga alle norme sugli appalti e ambientali su un numero imprecisato di opere;
– rendere ancora più incerti i criteri di qualifica degli operatori e meno trasparente la filiera dei subpappalti per i lavori pubblici, controllata in ampie zone del Paese dalla criminalità organizzata;
abusare dello strumento delle Conferenze di Servizi semplificata e/o simultanea in cui valga il silenzio assenso anche per le amministrazioni preposte alla tutela sanitaria, culturale, paesaggistica e ambientale;
– favorire ulteriore consumo di suolo, con l’introduzione della libertà di cambiare “sedime”, e quindi di realizzare costruzioni ex novo in aree diverse da quella dove si è demolito, negli interventi di demolizione e ricostruzione, nell’ambito della rigenerazione urbana;
– intimare ai funzionari pubblici di procedere alla stipulazione dei contratti, alla conclusione della fase decisionale, alla esecuzione delle opere, ventilando la responsabilità erariale e disciplinare del responsabile del procedimento in caso di “inerzia”;
interventi arbitrari sull’autonomia del giudice amministrativo (a cui, pur in presenza di norme già esistenti viene chiesto di tenere conto della priorità alla realizzazione delle opere), della magistratura contabile (che sino al 31/7/2021 non dovrebbe tenere conto del danno erariale provocato per colpa, ma solo per dolo), del giudice penale (con una modifica all’articolo 323 del CP sull’abuso d’ufficio che chiede di valutare se esistano o no margini di discrezionalità nell’operato del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio).

Le Associazioni, che comunque hanno avuto modo di segnalare anche gli articoli del Decreto Semplificazioni che ritengono condivisibili e che in alcuni casi vanno solo migliorati, invitano caldamente le Commissioni competenti del Senato a non ricadere negli errori del passato riproponendo procedure che renderanno impossibile intervenire nelle qualità progettuali, che generalizzando le priorità fanno sì che nulla sarà veramente prioritario, che favoriscono interessi che nulla centrano con quelli pubblici, che rischiano di uscire dal solco comunitario non solo rispetto agli standard di sostenibilità dello sviluppo, ma anche rispetto alle garanzie e alle regole che necessariamente devono essere seguite, soprattutto quando ci si appresta a gestire e ad impegnare una quantità di denaro senza precedenti (208 miliardi di euro nell’ambito del Recovery Fund assegnati all’Italia nell’ultimo Consiglio UE).

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