3 Agosto 2021
Cibo e alimentazione Salute

Cibo: valore economico, ecologico e sociale di quel che si cucina e mangia

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Quanto vale la tazzina di caffè che proviene da una coltivazione in Colombia, e quanto il pane presente nella dieta mediterranea o il mango che dall’India arriva in tutto il mondo?

Il valore del cibo non si misura solo nel prezzo che ogni consumatore paga quando acquista il prodotto ed è influenzato da una serie di fattori esterni che rendono difficile comprenderlo fino in fondo.

Quando si fanno scelte alimentari, i consumatori possono considerare il gusto o il contenuto di nutrienti, ma spesso non sono consapevoli del ‘vero’ costo della disponibilità del cibo sul mercato – si legge nell’edizione 2018 del volume “Nourished Planet: Sustainability in the Global Food System”, curato da Danielle Nierenberg, Presidente di Food Tank, e prodotto con il supporto del Barilla Center for Food&Nutrition (BCFN) – Il prezzo al dettaglio del cibo rappresenta raramente il costo dell’inquinamento, la scarsità d’acqua, il degrado del suolo, l’aumento delle emissioni di gas serra e il basso livello di manodopera, per non parlare degli effetti sulla salute di alimenti non nutrienti”.

L’edizione 2018 di Nourished Planet si compone di 4 diversi capitoli, che toccano i pilastri fondamentali della sostenibilità agro-alimentare, senza dimenticare gli aspetti sociali e culturali legati al cibo e l’impatto dell’alimentazione sulla salute.

Nel volume si analizzano in dettaglio gli “ingredienti” di un sistema agro-alimentare sostenibile, gli ostacoli che ci separano da questo tipo sostenibilità, il peso che le scelte alimentari individuali hanno a livello di salute ma anche di salvaguardia dell’ambiente, le tradizioni sane e gli esempi virtuosi e si chiamano in causa anche gli attori coinvolti nel “business del cibo” e il loro peso sulle decisioni dei consumatori.

Parlare a chi è già convinto e consapevole delle sfide per una nutrizione sostenibile non è certo la miglior ricetta per il cambiamento – ha osservato la Nierenberg – Portando tutte queste informazioni a un pubblico più ampio, speriamo di generare un dialogo e quella discussione ‘scomoda’ che aiuta a creare sistemi alimentari migliori per tutti”.

E siccome le parole da sole non bastano, al termine di ciascun capitolo oltre alle conclusioni vengono proposti anche dei veri e propri “piani d’azione” con indicazioni concrete per passare dalle parole ai fatti.

Il documento – scrive nella Prefazione Guido Barilla, Presidente BCFN –rappresenta una sorta di guida per i giovani che si preoccupano di come il cibo arriva sulle nostre tavole, di chi lo produce, di come viene prodotto e di quali sono le politiche e le pratiche che non solo permetteranno di sfamare le prossime generazioni, ma riusciranno anche a nutrirle”.

Alla redazione del volume hanno contribuito con saggi ed interviste Hans HerrenVandana ShivaAlexander Mueller e Pavan Suhkdev, tra i più noti. In particolare gli ultimi due sono i coordinatori del TEEBAgriFood (Economia degli ecosistemi e della biodiversità in agricoltura e alimentazione), progetto sostenuto anche dalla Global Alliance for the Future of Food, che si colloca all’interno del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). Si tratta di una struttura mirata a mostrare i costi della produzione del cibo e che prende in considerazione tutta una serie di aspetti del sistema costi, includendo anche indicatori sociali, culturali e ambientali. Questo modo di procedere può essere seguito dalle aziende, dalle fattorie, dai decisori delle politiche nazionali e locali che possono avere così tra le mani le informazioni e gli strumenti per modificare la situazione attuale verso sistema alimentare mondiale nuovo e più sostenibile e un migliore futuro del cibo.

Lo scorso giugno, dopo un impegno durato 4 anni, è stato pubblicato il Rapporto TEEB for Agriculture & Food – Scientific and Economic Foundations che dovrebbe avere, secondo gli autori e gli esperti di agricoltura sostenibile, lo stesso impatto del Rapporto Stern sui costi economici dei cambiamenti climatici, perché non basta influenzare i responsabili delle politiche, bisogna anche informare l’opinione pubblica su costi, benefici e dipendenze dell’agricoltura e della produzione alimentare.

Basta verificare la pressoché totale assenza di copertura mediatica che hanno avuto, almeno nel nostro Paese, la pubblicazione dei due Rapporti, per rendersi conto che al momento non c’è interesse ad approfondire le tematiche di un’agricoltura sostenibile che confligge con la redditività delle imprese, i bassi costi per i consumatori che sottendono anche episodi di sfruttamento della manodopera, come evidenziato in occasione dalla morte dei 12 braccianti migranti nell’impatto tra un Tir e il furgone che li riportava alle loro baracche dopo una giornata di lavoro di raccolta dei pomodori nel foggiano per una paga di un euro a quintale.

L’agricoltura è probabilmente la priorità più alta dell’agenda politica globale di oggi – ha affermato Alexander Mueller, a capo del TEEBAgriFood – in riconoscimento del suo impatto diffuso sulla sicurezza alimentare, l’occupazione, cambiamenti climatici, salute umana e grave degrado ambientale“.

Alcune delle conseguenze dei nostri attuali sistemi delineati nel Rapporto includono:
– la produzione agricola contribuisce per oltre un quarto delle emissioni di gas serra (GHG);
– quando si considera il cambiamento dell’uso del suolo e la deforestazione, nonché la lavorazione, l’imballaggio, il trasporto, la vendita e lo spreco di prodotti agricoli, dal 43% al 57% delle emissioni di GHG provengono dalla produzione alimentare;
– il 70%-90% della deforestazione globale proviene dall’espansione agricola;
– si stima che l’80% del cibo consumato nelle regioni insicure di alimenti sia coltivato lì, principalmente da donne, mentre l’agro-industria è un player marginale nella sicurezza alimentare;
– secondo la FAO, se le donne avessero lo stesso accesso alle risorse (terra, crediti, istruzione, ecc.) come gli agricoltori maschi, i raccolti potrebbero aumentare del 20-30% e sollevare dalla fame fino a 150 milioni;
– circa un terzo del cibo prodotto nel mondo per l’alimentazione umana viene perso ogni anno o sprecato, una quantità che potrebbe nutrire sei volte quella parte di umanità che soffre la fame;
– circa il 40% delle terre disponibili viene utilizzato per la produzione di cibo, una cifra che dovrebbe salire a un improbabile 70% entro il 2050 in uno scenario “business as usual”;
– il 33% della superficie terrestre è soggetta moderatamente o fortemente da un certo tipo di degrado del suolo dovuto principalmente all’erosione, salinizzazione, compattazione, acidificazione o inquinamento chimico dei terreni;
– 6 dei primi 11 fattori di rischio di contrarre malattie sono correlati all’alimentazione;
– l’OMS stima che i costi diretti del diabete superi gli 827 miliardi di dollari l’anno, a livello mondiale;
– gli alimenti non sicuri contenenti batteri, virus, parassiti o sostanze chimiche nocive causano più di 200 malattie e circa 600 milioni di persone – quasi 1 su 10 persone nel mondo – si ammalano dopo aver mangiato cibo contaminato, mentre 420.000 muoiono ogni anno;
– il 61% degli stock ittici commerciali è già pienamente sfruttato e il 29% è sovrasfruttato;
– in uno scenario “business as usual”, entro il 2050 l’oceano conterrà più plastica che pesce (in peso).

La nostra struttura fornisce un obiettivo olistico, etico con cui comprendere veramente gli attuali nostri sistemi alimentari – ha affermato Pavan Sukhdev, l’economista indiano Membro del comitato direttivo TEEBAgriFood e già coordinatore del Progetto TEEB, conclusosi dopo 3 anni di lavori con la pubblicazione nel 2010 del Rapporto Mainstreaming the Economics of Nature” che ha portato all’attenzione del mondo che i beni e i servizi offerti dalla natura hanno un egual peso, se non addirittura di più, per la ricchezza delle nazioni – A causa del suo approccio olistico, questo quadro non è facile da applicare ad un singolo obiettivo -‘per ettaro di produttività’, ad esempio – ma è eticamente, socialmente, economicamente e ambientalmente molto più appropriato e può fornire modelli di business sostenibili nel contesto dei cambiamenti climatici, cambiamenti demografici globali, economie locali e salute. Voglio che i responsabili delle decisioni nei governi e nelle imprese si rendano conto che dovrebbero sostenere l’uso di questo obiettivo grandangolare applicato all’intero sistema eco-agroalimentare, anziché utilizzare la lente inadeguata della produttività per ettaro nelle aziende agricole“.

Immagine di copertina: fonte Terrelibere.org

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