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Coldiretti/Censis: le abitudini alimentari degli italiani post-Covid

L’analisi Coldiretti/Censis sulle abitudini alimentari dopo la pandemia, presentata all’inaugurazione dell’annuale Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione, organizzato da Coldiretti e The European House Ambrosetti e spostata quest’anno a Roma, mostra che il Covid-19 ha cambiato anche il rapporto degli italiani con il cibo: quasi uno su 3 ha ancora paura di mangiare al ristorante; il 94% è attento a non sprecare cibo; l’88% è disposto a pagare di più per il cibo sostenibile, identificato con quello italiano.  

È quanto emerge dal primoRapporto sulle abitudini alimentari degli italiani nel post Covidpresentato in occasione dell’inaugurazione della XIX edizione delForum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione(Roma, 18-19 novembre 2021), organizzato dallaColdiretti,con la collaborazione dello studioThe European House – Ambrosetti, l’appuntamento annuale per l’agroalimentare che riunisce i maggiori esperti, opinionisti, ed esponenti del mondo accademico nonché rappresentanti istituzionali, responsabili delle forze sociali, economiche, finanziarie e politiche nazionali ed estere.

Stando all’analisidiColdiretti/Censis,il riaggravarsi della pandemia tiene ancora lontana una discreta fetta di cittadini da pranzi e cene fuori che sono diventati il simbolo del ripristino della socialità cibocentrica dopo le restrizioni legate alla pandemia, pur con unanetta diversificazione tra le varie fasce dì età. Se tra i giovani tra i 18 e i 34 anni la percentuale di “timorosi” scende al 18%, tra gli over 65 sale addirittura al 50 

Resta la diffidenza anche a prendere parte ad altre iniziative con al centro il cibo, a partire dallesagre dove stenta a tornare il 38% degli italiani, mentre legite enogastronomiche sui territori non convincono ancora il 45% dei cittadinie ancor meno se la sentono dipartecipare a degustazioni(51%).

Nonostante ciò, l’avanzare della campagna di vaccinazione sembra per ora smentire il rischio di una società italiana destinata anche nelle scelte a tavola a ripiegarsi su se stessa – sottolineano Coldiretti/Censis – attaccata alle piattaforme di food delivery come esito della scoperta dicomodità e convenienza dell’economia della doppia D, digitale e domiciliare. Al netto dei timori per la risalita dei contagi, lacalamita del fuori casa resta, infatti, per gli italiani più potente di ogni nuova socialità da entertaiment nelle abitazioni.

Lepiattaforme food deliverynon sono dunque l’epicentro di un modello alimentare alternativo a quello classico, rilevano Coldiretti/Censis, nonostante la crescita degli ultimi anni, bensì semplicementeun canale in più, utilizzabile a casa(diventata per molti luogo di lavoro e di studio),sul posto di lavoroo anchenei luoghi pubblici.

La pandemia ha reso gliitaliani più sensibili agli sprechi, con ben il94%che è diventato attento a evitare di buttare nella spazzatura gli alimenti che acquista. L’attenzione a non gettare il cibo sembra rientrare tra le abitudini emergenziali destinate a rimanere, sottolineano il Rapporto, a partire dall’usanza di portare la “gavetta” in ufficio, magari utilizzando gli avanzi della sera prima. Il57% degli italiani continua a portarsi il pranzo da casa per consumarlo sul posto di lavoroa distanza di sicurezza dai colleghi.

Al contrario,paiono rientrare alcune consuetudini alimentariche i lunghi periodi di lockdown e le misure di restrizione avevano spinto, comela preparazione fai da te dei piatti. Lo testimoniail crollo degli acquistidi due prodotti simbolo delle chiusure in casa come lafarinae leuova, gli ingredienti base utilizzati per le preparazioni in casa, che nei primi sei mesi del 2021 calano rispettivamente del 26% e del 13%, secondo l’analisi Coldiretti su datiIsmea.

Arretrano anche i prodotti confezionatiche in piena pandemia avevano fatto segnare un incremento dell’8%. Al contrario,decolla il fresco, ad esempio l’ittico (+27% nel primo semestre 2021), a testimonianza quindi di un primo ritorno alle vecchie abitudini. Macresconoanche i “prodotti ricompensa”, soprattutto nel comparto dellebevande, dove la spesa è ulteriormente cresciuta (rispetto al 2020) del 7,7%.

L’88% degli italiani è disposto a pagare di più per il cibo sostenibile che non inquina, prodotto con logica daeconomia circolare, l’83% lo farebbe per avereprodotti tracciabilie il 73% per acquistare una specialità proveniente da undeterminato territorio. 

Nonostante campagne di marketing aggressive che cercano di far passare come green alimenti ipertecnologici, spiegano Coldiretti/Censis, in tempo di pandemia gliitaliani continuano ad identificare il cibo sostenibile con quello tipicamente italiano. Non a caso, nella scelta degli acquisti la social reputation delle aziende produttrici è importante per il 90% dei consumatori, e per il 50% di questi decisiva, con la componente essenziale dellabuona reputazione che viene identificata nella sua territorialità 

E il legame con un determinato territorio si lega inestricabilmente, continuano Coldiretti/Censis, allatutela della salute, ovvero all’idea che certi cibi, per modalità con cui sono prodotti e distribuitioltre che per caratteristiche organolettiche,sono più funzionali alla buona salute. Latipicità territorialenon è un sovranismo a più bassa intensità, ma èla modalità molto pragmatica attraverso cui gli italiani riconoscono il cibo buono, sicuro, salutare, rispettoso di codici etici e di tutela ambientale.

I consumatori italiani possono contare sull’agricoltura nazionale, diventata la più green d’Europa conla leadership UE nel biologico con 80mila operatori,il maggior numero di specialità DOP/IGP/STG riconosciute(316),526 vini DOP/IGPe5.333 prodotti alimentari tradizionalie la più ampia rete deimercati di vendita diretta degli agricoltoriconCampagna Amica.

L’agricoltura italiana è leader per lasostenibilitàcon appena il7,2% di tutte le emissioni di gas serra prodotte a livello nazionale, conto il 44,7% dell’industria e il 24,5% dei trasporti nel 2020, secondo l’analisi Coldiretti sul nuovoRapporto GreenItaly. Un risultato che vede l’agricoltura italiana leader anche a livello europeo con emissioni pari a 30 milioni di tonnellate di CO2, la metà della Francia (76 milioni di tonnellate) e largamente sotto i 66 milioni di tonnellate della Germania, i 41 milioni del Regno Unito e i 39 milioni della Spagna.
A spingere la svolta green spinta, secondo la Coldiretti, è stata la possibilità didiversificare le attività a livello aziendale, valorizzando i residui e i sottoprodotti di origine agricola, oltre a far fronte a costi crescenti per raggiungerel’autosufficienza energetica.

Lapandemia ha spinto oltre otto italiani su dieci (82%) a mangiare solo quel che conosce, cercando informazioni sulle caratteristiche degli alimenti da portare in tavola e verificando attentamente gli ingredienti in etichetta. Il Covid ha segnato profondamente anche le scelte a tavola, rilevano Coldiretti/Censis, per cui i cittadini sono sempre a caccia delleinformazioni che rendono possibile per un determinato prodotto alimentare avere trasparenza su provenienze e connotati dei processi produttivi e distributivi. Abitudini ormai entrate nel quotidiano della grande maggioranza degli italiani, con valori che restano trasversali ad età, condizioni di reddito, titolo di studio. Non acaso il 62% dei consumatori si dichiara disposto a pagare fino al 10% in più del prezzo pur di garantirsi la tracciabilità di quanto porta in tavola, mentre il 21% pagherebbe anche oltre il 10% in più..

La trasparenza, assicurata soprattutto dall’origine in etichetta, è cercata per avere lacertezza di portare in tavola cibo made in Italy. La dieta italiana è, infatti, sinonimo di cibo salutare: una verità elementare confermatissima anche nel dopo pandemia. Infatti, l’81% degli italiani è molto attento alle conseguenze che cibi e bevande hanno sulla sua salutee l’85% cerca di mangiare secondo labuona dieta tricolore(pasta, olio d’oliva ecc.). 

Al netto dei cambiamenti avvenuti durante i periodi più difficili della pandemia, secondo il Rapporto, leabitudini alimentari degli italiani, nel breve come nel medio lungo periodo,si svolgeranno dunque nei binari del modello alimentare tipicamente italiano: infatti, i trend prevalenti dicono senza ambiguità che i suoi pilastri costitutivi sono usciti rinforzati dalla tremenda esperienza pandemica. 

“L’agroalimentare Made in Italy anche nella pandemia ha dimostrato la capacità di guardare al futuro– ha affermato il Presidente della Coldiretti,Ettore Prandini–Dalla transizione ecologica a quella digitale, siamo consapevoli del ruolo e della responsabilità che ogni agricoltore ha davanti a sé per soddisfare la domanda di trasparenza, qualità e legame con territorio che viene dalla società italiana”. 

Nello spazio di una generazione (25 anni)il valore medio delle esportazioni agroalimentari Made in Italy è praticamente triplicato, passando da 0,65 euro al chilo a 1,88 euro al chilo, grazie allacapacità della filiera di offrire un prodotto di qualitàsempre più elevata ma anche dellenorme che hanno consentito di tutelare e valorizzare il vero prodotto italiano. Un trend che ha consentito all’Italia di recuperare spazi anche nel confronto con altri Paesi europei. Un esempio è il travolgente successo ottenuto dalvino tricolore che ha raggiunto in 25 anni un valore medio di 3 euro, con un incremento del 129% arrivando a tallonare la Francia che nello stesso periodo ha segnato -15% e oggi vale 4,2 euro, mentre la Spagna è cresciuta solo del 17% con un valore pari a 1,3 euro al litro.

Secondo Coldiretti/Censis,il valore creato dai produttori va tutelato con opportuni strumenti regolatoriche non consentano a chiunque di giocare con brand e confusione o competere slealmente senza regole. L’esempio più clamoroso è quello delfalso Made in Italyche nel mondo è arrivato a fatturare oltre 100 miliardi di euro sottraendo risorse e opportunità di lavoro all’Italia, con il paradosso che i più attivitaroccatoridel cibo Made in Italy nel mondosono i Paesi ricchiche approfittano della pandemia per sostituire i prodotti tricolori con imitazioni di bassa qualità.

“Per sostenere il trend di crescita dell’enogastronomia Made in Italy serve anche agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo– ha sottolineato Prandini –L’Italia può ripartire dai punti di forza con l’agroalimentare che ha dimostrato resilienza di fronte la crisi e può svolgere un ruolo di traino per l’intera economia”.

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