6 Dicembre 2022
Cambiamenti climatici Economia e finanza Società

Cambiamento climatico: rischio riduzione PIL italiano fino al 9,5%

Uno Studio della Banca d’Italia sugli effetti a medio-lungo termine del cambiamento climatico sull’economia italiana evidenzia che il PIL italiano al 2100 fino al 9,5% rispetto ad uno scenario base, con agricoltura il settore più colpito, ma anche il turismo invernale sarà fortemente esposto.

La Banca d’Italia ha messo online il 19 ottobre 2022 “Gli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana. Un progetto di ricerca della Banca d’Italia”, Occasional paper della Serie “Questioni di economia e finanza“, che sintetizza i risultati dell’omonimo progetto di ricerca che si compone di 17 lavori di ricerca che:
misurano l’impatto delle variazioni climatiche sulle attività economiche, in particolare quelle più esposte come l’agricoltura e il turismo;
analizzano alcune delle politiche per l’adattamento e la mitigazione, tra cui le semplificazioni del regime autorizzativo per gli investimenti in rinnovabili, le misure volte a correggere alcune imperfezioni informative nei mercati assicurativi e gli schemi di carbon pricing.

Gli studi evidenziano che il cambiamento climatico ha importanti conseguenze negative sull’attività economica, diffuse tra i settori ma maggiori in quelli più esposti. Gli studi suggeriscono inoltre che appropriate politiche di mitigazione e adattamento possono limitare gli effetti negativi del cambiamento climatico.

Le caratteristiche del cambiamento climatico implicano che nessun paese preso singolarmente ha incentivo a tenere conto (internalizzare in gergo) completamente dei costi delle proprie emissioni di gas a effetto serra – vi si legge – Ad esempio, se il governo Italiano decidesse di produrre l’energia di cui la sua economia ha bisogno solo bruciando combustibili fossili, i danni delle conseguenti emissioni non ricadrebbero solo sui cittadini italiani, ma anche e soprattutto su coloro che vivono in regioni già molto calde (ad esempio il subcontinente indiano), ben al di fuori del nostro paese. Nel linguaggio degli economisti il cambiamento climatico è dunque caratterizzato dalla presenza di una esternalità, per di più di natura globale”.

In uno degli studi sintetizzati, gli analisti sottolineano che ” A partire da un ipotetico scenario baseline di crescita economica pari al 2% annuo a temperature stabili per i prossimi ottanta anni (che riproduce essenzialmente il trend storico), si è calcolato che se la sensibilità del PIL pro capite all’aumento delle temperature si attestasse sui livelli medi stimati per il ventesimo secolo, un incremento di 1,5°C, coerente per l’Italia con uno scenario intermedio di emissioni future, potrebbe condurre ad avere nel 2100 un livello di PIL pro capite tra il 2,8 e il 9,5% inferiore rispetto allo scenario baseline”.

L’impatto degli aumenti di temperatura sulla dinamica del PIL pro capite nel lungo periodo, 2020-2100 ((PIL pro capite 2020=1)

L’agricoltura è uno dei settori maggiormente esposti, in quanto le temperature e le precipitazioni sono input diretti nel processo produttivo: “Un’analisi econometrica su mais, grano duro e uva da vino rivela che nel caso italiano gli effetti negativi sulla resa di queste colture si manifestano quando la temperatura sale oltre i 29°C circa per i cereali e oltre i 32°C nel caso dei vitigni. L’agricoltura è inoltre esposta a eventi estremi come le grandinate, ma sono pochi gli agricoltori italiani assicurati contro questo tipo di rischio, nonostante la presenza di sussidi statali”.

Swiss RE Institute nel profilo dedicato all’Italia del suo ultimo Rapporto Sigma, “Mitigare il rischio climatico” ha evidenziato come il nostro Paese abbia il più grande divario di protezione di tutti i Paesi europei analizzati contro il rischio di catastrofi naturali.

L’analisi econometrica correlata all’impatto del cambiamento climatico sulle imprese localizzate in comuni colpiti da frane o alluvioni ha evidenziato “una probabilità di fallimento superiore del 4,8 per cento rispetto alle aziende in comuni non colpiti. L’effetto è concentrato sulle imprese di dimensioni micro e piccole, mentre non è rilevante per quelle medio-grandi. Con riferimento alla performance delle imprese sopravvissute, nei tre anni successivi allo shock, i ricavi e gli addetti sono in media inferiori rispettivamente del 4,2 e dell’1,9 per cento rispetto a uno scenario controfattuale di assenza di frane o alluvioni. Il calo del fatturato si manifesta a partire dall’anno in cui si verifica l’evento avverso, quello del numero di occupati dall’anno successivo. Gli effetti si protraggono negli anni seguenti per poi essere sostanzialmente assorbiti dopo circa 4-5 anni. Ulteriori analisi evidenziano come l’impatto negativo dei fenomeni sia concentrato sulle imprese di minori dimensioni e su quelle delle costruzioni e dei servizi, probabilmente perché buona parte della loro attività è legata all’accessibilità fisica dei luoghi di lavoro”.

Notevole è l’impatto del cambiamento climatico sul turismo invernale uno dei comparti più esposti all’aumento delle temperature e al calo delle precipitazioni nevose, condizione fondamentale per l’esercizio degli sport invernali, fattore attrattivo determinante per le località alpine. per effetto della mancanza di neve naturale.

Differenza tra la stagione invernale 2001 e 2019 (temperatura e metri di neve) Fonte: Elaborazioni su dati Copernicus)

I nostri risultati indicano che, in media, nel periodo considerato un metro in meno di neve nel corso della stagione è associato a una diminuzione dell’1,3 per cento di passaggi negli impianti, a parità di altre condizioni. Le proiezioni al 2100 prevedono che il calo della neve caduta in inverno sia tra il 30 e il 45 per cento, a causa di minori frequenza e intensità delle nevicate. Secondo le nostre stime, una riduzione del 40 per cento nella quantità di neve in una stagione implicherebbe in media una diminuzione del 7 per cento di passaggi negli impianti, che potrebbe essere ben più severa nelle località che si trovano più a bassa quota. L’innevamento artificiale non appare in grado di per sé di sostenere la domanda turistica legata agli sport invernali”.

Immagine di copertina: Pixabay

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