27 Settembre 2021
Acqua Consumi e risparmio Energia Risorse e rifiuti

ARERA: i dati 2019 dei servizi pubblici (elettricità, gas, acqua, rifiuti)

L’Autorità di Regolazione per Energia  Reti e Ambiente (ARERA)  ha messo online la Relazione annuale 2019 con i dati relativi ai servizi pubblici per elettricità, gas, acqua, rifiuti.

– Le bollette elettriche sono in crescita in tutta l’Eurozona, ulteriormente appesantite in Italia dalle imposte e dagli oneri di rete.
– I consumi di gas sono in crescita e i prezzi italiani sono più alti della media UE per i clienti domestici.
– Per fronteggiare la perdita media del 43% di acqua dagli acquedotti, sono stati attivati quasi 12 miliardi di investimenti nel settore idrico, sostenuti in parte con i 312 euro della spesa media annua della famiglia tipo e in parte con risorse pubbliche.
– Nell’universo frammentato dei rifiuti – oltre 6.500 operatori e 1.334 enti territorialmente competenti – il Metodo Tariffario del servizio integrato di gestione dei rifiuti approvato lo scorso ottobre sta cercando di introdurre rapidamente trasparenza e costi standard, vista la disomogeneità di trattamento ancora presente nel Paese, dove si passa da situazioni in cui il conferimento nelle discariche ha un valore di 9 euro/tonnellata a zone in cui raggiunge i 187 euro/tonnellata; così come nei 189 impianti censiti, si passa da un minimo di 66 euro/tonnellata a un massimo di 193 euro/tonnellata.

È la stringata sintesi dei dati 2019 per elettricità, gas, acqua e rifiuti che l’Autorità di Regolazione per Energia  Reti e Ambiente (ARERA) ha pubblicato nella Relazione Annuale (suddivisa in due Volumi) sullo stato dei servizi e sull’attività svolta nel Paese prima del Covid-19.

Di seguito alcuni dati settoriali.
Elettricità
Nel 2019 trend al rialzo per i prezzi al lordo delle imposte e degli oneri per i consumatori domestici di tutta Europa, andamento che in Italia è influenzato anche da un aumento dei prezzi netti (energia e costi di trasporto) più marcato nel nostro Paese. I prezzi finali delle due classi di consumo più rappresentative (consumi annui tra 1.000 kWh e 2.500 kWh/a e tra 2.500 kWh/a e 5.000 kWh/a) si attestano per la prima ancora sotto la media dell’Area euro, rispettivamente a -5% (da -10% del 2018) e la seconda con lieve scarto dall’Area euro (+2%, rispetto a -5% del 2018), in un trend di crescita di cui sarà importante verificare andamento e ragioni.

Le classi di consumo successive confermano livelli superiori a quelli dell’Area euro, sia al lordo che al netto di imposte e oneri. Mentre la struttura del prezzo netto è digressiva, la componente fiscale che grava sui consumatori domestici italiani presenta ancora una struttura non digressiva, a differenza di quanto accade nel resto dell’Unione Europea, rispetto alla quale tale componente risulta più alta per le classi a più alto consumo (fino al 20% in più) e viceversa più bassa per le classi 2 inferiori (fino al 25% in meno).
Con l’entrata in vigore e completamento della riforma delle tariffe elettriche introdotta dall’Autorità (1° gennaio 2016) ha avuto inizio il progressivo riallineamento dei corrispettivi di rete applicati alle diverse classi di consumo, che ha contribuito ad avvicinare i prezzi netti italiani a quelli medi europei, grazie al graduale superamento della previgente struttura progressiva delle tariffe.

Prezzi più alti della media UE per le imprese italiane. Dopo i positivi dati degli anni 2017 e 2018, che avevano visto per il settore industriale una progressiva riduzione del divario tra i prezzi medi lordi del nostro Paese e quelli più convenienti dell’Area euro, per il 2019 si registra una pausa di questa favorevole tendenza. Torna infatti a crescere il divario con i prezzi medi dell’Eurozona, con i clienti industriali che nel 2019 continuano a pagare prezzi più alti di quelli della media dell’Area Euro, per tutte le classi, a causa del rialzo dei prezzi netti (energia e costi di trasporto) e delle imposte e oneri.

Nel 2019 i consumi di energia elettrica (301,4 TWh) registrano una lieve diminuzione del -1% (contro il +0,5% del 2018), dovuta principalmente al calo dei consumi nel settore agricolo e industriale (-2% ciascuno), parzialmente compensati da quello domestico (+1%). L’88% della domanda nazionale è stata soddisfatta dalla produzione interna, in aumento di circa un punto percentuale, riducendo 3 l’import (-7%) e aumentando l’export (+78% ma sempre limitato in valori assoluti). La produzione nazionale lorda si è mantenuta pressoché costante, da 289,7 TWh nel 2018 a 291,7 TWh nel 2019 (+0,7%). Le rinnovabili tengono (+0,4%) nonostante la contrazione dell’idroelettrico (dopo il boom del 2018) a -6,2% e del geotermico (-1,2%). Quasi dimezzata la produzione derivante dal carbone (-46,9%), compensata dall’aumento della produzione a gas naturale (+11,4%) e quella derivante dai prodotti petroliferi (+2,4%). La fonte gas ha assicurato quasi la metà (49,1%) della produzione lorda (dal 44,4% del 2018).
La quantità di energia elettrica incentivata rimane invariata sui 63 TWh, per un costo del sistema anch’esso stabile sugli 11 miliardi di euro.

Il numero complessivo dei punti di prelievo è rimasto sostanzialmente invariato (-0,2%) a poco meno di 37 milioni, di cui 29,5 milioni domestici e 7,2 milioni non domestici (non domestici a – 1,1% rispetto al 2018). L’80,1% dei clienti domestici è residente con una media dei consumi di 2.184 kWh. Dall’analisi dei dati della distribuzione, emerge che i consumi elettrici delle famiglie italiane sono piuttosto contenuti: il 53,5% dei clienti domestici si colloca nella fascia di consumo annuo che non supera i 1.800 kWh e preleva un quarto di tutta l’energia elettrica distribuita ai clienti domestici, mentre il restante 46,5% (con consumi medi superiori a >1.800 kWh) preleva il 73,8% del totale

Sul lato dell’offerta, anche nel 2019 è cresciuto in maniera decisa il numero dei venditori sul mercato retail (+88 unità nel mercato libero, raggiungendo il numero di 723 operatori), confermando un trend di espansione che procede ininterrottamente dalla liberalizzazione del 2007. L’operatore dominante dell’intero mercato elettrico italiano resta il gruppo Enel, quest’anno con una quota in lieve discesa dal 37,6% del 2018 a 36% dei volumi venduti seguito a grande distanza da Edison (in aumento al 5,4%) e da Hera al 4,9 dal 4,3%.

Nel 2019 il prezzo medio dell’energia elettrica (ponderato con le quantità vendute), al netto delle imposte, praticato dalle imprese di vendita ai clienti domestici, è stato pari a 21,50 centesimi di euro/kWh nel servizio di maggior tutela e a 24,21 centesimi di euro /kWh nel mercato libero. Il differenziale tra i due mercati, in parte spiegabile con ampie differenze nelle tipologie di contratti disponibili sui due mercati.

Gas naturale
Nel 2019 il consumo netto di gas naturale in Italia è aumentato di 1,6 miliardi di m3, attestandosi a 71,9 miliardi di m3, dai 70,3 del 2018. In termini percentuali, il consumo ha registrato una crescita del 2,2%, recuperando quindi una parte della perdita dell’anno precedente (-3,2%). A trainare la crescita sono stati i consumi della generazione elettrica che hanno registrato una netta impennata (+11%).

Nel 2019 la produzione nazionale ha subito un nuovo marcato calo (-10,9%) rispetto al 2018, attestandosi a 4,85 miliardi di metri cubi, soprattutto per la riduzione della produzione in mare (- 13%), mentre quella in terraferma è cresciuta del 5%. Il grado di dipendenza dall’estero è cresciuto nuovamente e ha raggiunto il massimo storico toccando il 95,4% (93,4% nel 2018).

Le importazioni nel 2019 hanno raggiunto i 70,9 miliardi di metri cubi, in aumento del 4,5% rispetto al 2018. Nel 2019 il peso della Russia tra i Paesi che esportano in Italia è leggermente diminuito al 46% (era al 47,7% nel 2018), mentre la quota dell’Algeria è scesa dal 26,5% al 18,8%. Il terzo paese per importanza è il Qatar da cui arriva il 9,2% del gas complessivamente importato in Italia (9,6% nel 2018), seguito dalla Norvegia la cui quota è all’8,7% e dalla Libia all’8%. Il 6,8% delle importazioni italiane nel 2019 è arrivato dall’insieme degli altri paesi. Grazie al significativo incremento della quota norvegese, l’incidenza delle importazioni dal Nord Europa (cioè da Norvegia e Olanda insieme) è salita all’11,1%, dal 6,5% del 2018.

Nel settore della vendita, su un totale di 446 imprese attive (+29 rispetto al 2018) soltanto 30 (il 6,7%, era il 7,5% nel 2018) ha venduto oltre 300 milioni di m3. Complessivamente, le 30 società che hanno venduto oltre 300 M(m3) coprono l’82% di tutto il gas acquistato nel mercato al dettaglio. Il 2018 ha visto un leggero aumento di concentrazione sul mercato finale con la quota controllata dai primi 3 gruppi societari salita al 44,3% dal 43,5% del 2018, mentre per i primi cinque gruppi si è passato dal 51,7% al 54,4%. Nessuna variazione emerge nelle prime tre posizioni del mercato finale, nelle quali restano saldi Eni, Edison ed Enel. Rispetto al 2018, le quote dei tre gruppi risultano tutte in sostanziale stabilità o in minimo aumento. In termini di numero di clienti domestici, invece, il 44% si rivolge al mercato tutelato, mentre il 56% acquista nel mercato libero.

Nel 2019 i prezzi del gas naturale per i consumatori domestici italiani, comprensivi di oneri e imposte, sono stati più alti della media dei prezzi dell’Area euro per tutte le classi di consumo.

Per i consumatori industriali nel 2019 si interrompe la tendenza, delineatasi negli ultimi anni, secondo la quale le imprese industriali appartenenti alle tre classi a maggior consumo di gas beneficiavano di prezzi lordi più vantaggiosi rispetto a quelli medi dell’Area euro, con differenziali in riduzione, Per le due classi a più bassi consumi (fino a 263.000 m3/anno) il differenziale mostra un aumento, passando al +18% (era +15%) e al + 6% (era al +4%). Per quanto riguarda i prezzi netti, i differenziali sono invece tutti positivi e compresi tra il +3% della terza classe e il +14% della prima e dell’ultima. Anch’essi sono in leggero aumento rispetto all’anno precedente per quasi tutte le classi.

Acqua
Rispetto all’anno precedente, la variazione media delle tariffe approvata è stata del +1,1% nel 2019 (con, in particolare, un incremento medio delle tariffe del 2,1% per circa 24,51 milioni di 7 abitanti e una riduzione del -1,3% per 9,58 milioni di abitanti). Si conferma, dunque, una sostanziale stabilità delle tariffe all’utenza, pur in presenza dell’avviato percorso di miglioramento della qualità del servizio idrico integrato.

La spesa per investimenti, in termini assoluti, inclusa la disponibilità di fondi pubblici, ammonta quindi a 11,9 miliardi di euro€ per il quadriennio (2,2 miliardi nel 2016; 2,8 miliardi nel 2017; 3,5 e 3,4 miliardi di euro, rispettivamente, nelle annualità 2018 e 2019). Inoltre il recepimento della regolazione della qualità tecnica ha portato gli enti di governo dell’ambito – d’intesa con i relativi soggetti gestori – a pianificare, per gli anni 2018 e 2019, ulteriori investimenti rispetto a quelli previsti in sede di prima predisposizione tariffaria, di fatto rideterminando in aumento, di circa il 14%, la spesa per investimenti (coperta da tariffa) inizialmente programmata per il citato biennio 2018-2019.

La distribuzione del fabbisogno di investimenti (al lordo dei contributi) a livello nazionale evidenzia la concentrazione degli sforzi dei gestori al contenimento del livello di perdite idriche, che risulta obiettivo prioritario nelle scelte di pianificazione degli Enti di governo dell’ambito. Complessivamente le risorse destinate agli interventi per il suo miglioramento costituiscono circa un quarto del fabbisogno totale del campione per il biennio 2018-2019), con punte del 32% nel Sud e nelle Isole. Seguono gli investimenti per il miglioramento della qualità dell’acqua depurata e per l’adeguamento del sistema fognario, (in particolare nell’ottica di minimizzare gli allagamenti e sversamenti da fognatura), che si attestano rispettivamente al 19,6% e al 14,1%.

La spesa media annua sostenuta da un’utenza domestica residente tipo (famiglia di 3 persone, con consumo annuo pari a 150 m3 ), ammonta a 312 euro/anno a livello nazionale (2,08 euro/m3 ), con un valore più contenuto nel Nord-Ovest (244 euro /anno; 1,62 euro m3 ) e più elevato nel Centro (389 euro /anno; 2,59 euro /m3 ), area quest’ultima in cui i soggetti competenti hanno programmato, per il periodo 2016-2019, una maggiore spesa pro capite per investimenti da finanziare attraverso tariffa. Questa spesa è composta, in media, da corrispettivi del servizio acquedotto per il 40%, dei servizi di fognatura e depurazione per il 12% e il 29%, dalla quota fissa per il 10% e da imposte (IVA) per il 9%.

Per quanto riguarda i prelievi pro-capite di acqua dolce per la fornitura di servizi pubblici a livello europeo, l’Italia si colloca subito dopo la Norvegia con 156,5 m3/abitante (159 nel 2015). Il nostro è anche il primo Paese per prelievi di acqua a uso potabile (428 m3 per abitante). In riferimento ai consumi per settore, nel 2017 l’agricoltura è il settore al quale è destinata la quota maggiore di risorsa prelevata in Europa (58,3%, era il 40% nel 2015), seguita dalla produzione di energia elettrica (18,2%, 28% nel 2015), dall’uso industriale e dagli usi domestici e servizi (9,6%, era al 12%), con un’erogazione media di acqua alle famiglie europee di circa 152 litri di acqua per persona al giorno (144 nel 2015).

I costi pro capite annui del servizio integrato si confermano molto variegati tra Paesi. Le tariffe medie a poco più di 1,5 euro/m3 risultano decisamente inferiori rispetto a quelle di Germania e Francia, che si collocano oltre i 4 euro/m3.

Rifiuti
Dopo che nell’ottobre 2019 l’Autorità ha approvato il metodo tariffario del servizio integrato di gestione dei rifiuti e gli obblighi di trasparenza verso gli utenti, nel corso dell’anno e dei primi mesi del 2020 è proseguita l’attività di ricognizione e monitoraggio del settore, volta all’acquisizione di dati e informazioni inerenti agli impianti di trattamento dei rifiuti urbani – inceneritori, discariche e impianti di trattamento meccanico biologico – e alla qualità del servizio integrato di gestione dei rifiuti urbani e dei singoli servizi che lo compongono. In poco meno di un anno dall’avvio dell’Anagrafica Operatori (luglio 2019) risultano iscritti 6.568 soggetti, di cui 6.530 gestori. Più nel dettaglio, nell’88,2% dei casi si tratta di gestori Enti Pubblici (5.767) e nell’11,8% di gestori aventi diversa natura giuridica (763). A conferma della complessa frammentazione della governance di settore, si rileva un numero ridotto di Enti di Governo dell’Ambito (45), a fronte di un numero molto elevato (1334) di Enti Territorialmente Competenti (dai dati si può constatare che il 98% di tali Enti coincide con i Comuni).

Relativamente agli impianti di trattamento, la raccolta dati ha consentito di analizzare e monitorare le tariffe applicate dagli impianti di trattamento con riferimento all’anno 2017. L’analisi ha evidenziato l’eterogeneità delle tariffe applicate. Per gli impianti di incenerimento, il prezzo medio di conferimento è di 100 euro/tonnellata, estremamente variabile da impianto a impianto: da un minimo di 66 euro/tonnellata a un massimo di 193 euro/tonnellata.

Con riferimento alle discariche, si rileva una situazione fortemente disomogenea: in alcune aree del Paese sono applicate tariffe amministrate che vengono definite a livello regionale o dall’ente di governo dell’ambito, contestualmente all’applicazione diffusa di tariffe non amministrate, in funzione della frazione merceologica. Il prezzo di conferimento dichiarato dai gestori presenta un’estrema variabilità con un valore minimo di 9 euro/tonnellata a un valore massimo di 187 euro/tonnellata con un prezzo medio di conferimento della totalità degli impianti che si attesta intorno a 85 euro/tonnellata (91 euro/ton al Nord, 75 euro/ton al Centro e 82 euro/ton al Sud).

Le tariffe di accesso agli impianti di trattamento meccanico-biologico presentano una significativa variabilità, variando da un valore minimo di 27 euro/tonnellata a un valore massimo di 169 euro /tonnellata. Il prezzo medio di conferimento degli impianti si attesta intorno a 126 euro/tonnellata (117 euro/ton al Nord, 139 euro/ton al Centro e 103 euro/ton al Sud).

In materia di qualità del servizio integrato di gestione dei rifiuti urbani, emerge l’elevata frammentazion.e Spesso le attività ricomprese nel ciclo dei rifiuti urbani, così come individuate nel metodo tariffario dell’Autorità, sono svolte da soggetti diversi. Ne consegue che su uno stesso Comune operano più gestori, uno, per esempio, che effettua la raccolta e il trasporto e l’altro lo spazzamento delle strade. In alcuni casi si assiste perfino allo spacchettamento delle singole attività. In merito all’estensione territoriale dell’affidamento, la maggior parte delle gestioni risultano composte da un solo Comune.

I dati acquisiti hanno evidenziato la disomogeneità tra le diverse aree del Paese, in termini di prestazioni garantite dal gestore all’utente. Più nel dettaglio, nelle zone del Nord-ovest e del Nordest si registra una maggiore diffusione di standard di qualità del servizio rispetto al resto d’Italia (diffusione della Carta della qualità dei servizi, adozione di standard di qualità contrattuale, ecc.). Tuttavia, il Sud-Italia risulta compliant con il resto del Paese relativamente all’attivazione di punti di contatto con gli utenti (servizio telefonico e sportello fisico) e all’adozione di procedure per la gestione dei reclami.

Teleriscaldamento/Teleraffrescamento
Si conferma il trend di crescita del teleriscaldamento e del teleraffrescamento, in termini di volumetria allacciata ed estensione delle reti. La diffusione del servizio rimane concentrata principalmente nell’Italia settentrionale: Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Veneto rappresentano, da sole, oltre il 95% dell’energia termica erogata. Il prezzo netto (IVA e credito di imposta esclusi) per un utente condominiale di tipo domestico nell’ultimo trimestre 2019 era compreso tra circa 82 e 92 euro/MWh. Al riguardo, va comunque evidenziato che le caratteristiche dei sistemi di telecalore (in particolare la tipologia di fonti energetiche utilizzate e il livello di densità termica dell’utenza) possono comportare significative variazioni del costo di erogazione del servizio e che pertanto tale intervallo di prezzo non può costituire un riferimento per tutte le realtà del settore.

Articoli simili

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.