Cambiamenti climatici Clima

Stato del Clima 2019 della WMO: il nostro Pianeta è allo stremo

Il Rapporto Stato del Clima 2019 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), redatto con la collaborazione delle altre Agenzie ONU e di istituzioni scientifiche internazionali, mostra che stanno accelerando i segnali rivelatori dei cambiamenti climatici e dell’impatto che hanno su economia, salute delle persone e biodiversità, evidenziando che non c’è più tempo da perdere per mettere in sicurezza la Terra.

I segnali fisici rivelatori dei cambiamenti climatici come l’aumento del calore terrestre e oceanico, l’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare e lo scioglimento dei ghiacci sono evidenziati nel nuovo rapporto sullo Stato del Clima Globale nel 2019, redatto dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), in collaborazione con una vasta rete di partner (Servizi meteorologici e idrologici nazionali, principali esperti internazionali, istituzioni scientifiche e Agenzie delle Nazioni Unite).

Documentando gli impatti degli eventi meteorologici e climatici sullo sviluppo socio-economico, sulla salute umana, sulle migrazioni e sugli sfollati, sulla sicurezza alimentare e sugli ecosistemi terrestri e marini, il Rapporto fornisce informazioni fondamentali a responsabili politici e, al contempo, mostra la drammaticità della situazione e la necessità di un’azione improcrastinabile per il clima.

Il 2019 si è concluso con una temperatura media globale di 1,1 °C al di sopra dei livelli preindustriali stimati, inferiore solo al record stabilito nel 2016, quando un fortissimo episodio  di El Niño ha contribuito a far aumentare la temperatura media globale rispetto al trend generale al riscaldamento.

Attualmente non siamo in grado di raggiungere gli obiettivi di +1,5 °C o +2 °C previsti dall’Accordo di Parigi – sottolinea nella Prefazione il Segretario dell’ONU, Antonio Guterres – Questo rapporto delinea la scienza più recente e illustra l’urgenza di un’azione climatica di ampia portata. Riunisce i dati provenienti da tutti i campi della scienza del clima ed elenca i potenziali impatti futuri dei cambiamenti climatici: dalle conseguenze sulla salute e sull’economia alla riduzione della sicurezza alimentare e all’aumento dei profughi“.

Il Rapporto è stato presentato il 10 marzo 2020 nel corso di una Conferenza-stampa presso la sede ONU di New York, a cui ha preso parte, oltre il Segretario generale delle Nazioni Unite, il Segretario della WMO, Petteri Taalas.
Dato che i livelli di gas serra continuano ad aumentare, il riscaldamento inevitabilmente continuerà. Una recente previsione decennale indica che è probabile un nuovo record annuale di temperatura globale nei prossimi cinque anni. È solo una questione di tempo – ha affermato Taalas – Abbiamo appena trascorso il gennaio più caldo mai registrato. L’inverno era insolitamente mite in molte parti dell’emisfero settentrionale. Il fumo e gli inquinanti provocati dai devastanti incendi in Australia hanno circumnavigato il globo, provocando un picco delle emissioni di CO2. Le temperature record segnalate in Antartide sono state accompagnate da una fusione dei ghiacci su larga scala e dal distacco di un ghiacciaio che avrà ripercussioni sull’innalzamento del livello del mare“.  

La temperatura è un indicatore dei cambiamenti climatici in corso – ha aggiunto il Segretario WMO – Le modifiche nella distribuzione globale delle precipitazioni hanno avuto un impatto notevole su diversi Paesi. I livelli del mare stanno aumentando a un ritmo crescente, in gran parte a causa dell’espansione termica dell’acqua di mare e dello scioglimento dei più grandi ghiacciai, come in Groenlandia e in Antartide, esponendo le aree costiere e le isole ad un maggior rischio di inondazioni e di sommersione delle aree basse“.

Ecco di seguito la sintesi degli Indicatori climatici assunti come riferimento per il Rapporto.
Gas a effetto serra
Nel 2018, le frazioni molari medie dei gas ad effetto serra hanno raggiunto nuovi massimi, con frazioni a livello globale di anidride carbonica (CO2) a 407,8 ± 0,1 parti per milione (ppm), metano (CH4) a 1.869 ± 2 parti per miliardo (ppb) e protossido di azoto (N2O) a 331,1 ± 0,1 ppb. Dati preliminari indicano che le concentrazioni di gas a effetto serra hanno continuato ad aumentare nel 2019.

Una proiezione preliminare delle emissioni globali di CO2 da combustibili fossili indicano che sarebbero aumentate nei primi tre trimestri del 2019, suggerisce che le emissioni aumenterebbero del + 0,6% nel 2019 (con un margine di errore compreso tra – 0,2% e + 1,5%).

Oceani
Ondate di calore marine. Oltre il 90% dell’energia in eccesso che si accumula nel sistema climatico a seguito di maggiori concentrazioni di gas serra, viene stoccato negli oceani. Nel 2019, il contenuto di calore degli oceani fino a una profondità di 2 chilometri ha superato i record precedenti registrati nel 2018. Il riscaldamento degli oceani ha un impatto diffuso sul sistema climatico e contribuisce ad oltre il 30% dell’innalzamento del livello del mare attraverso l’espansione termica dell’acqua di mare. Sta alterando le correnti oceaniche e, indirettamente, contribuisce a modificare la traiettoria delle tempeste e a sciogliere le banchise glaciali. Insieme all’acidificazione e alla deossigenazione degli oceani, il riscaldamento degli oceani può provocare drammatici sconvolgimenti negli ecosistemi marini. Nel 2019, l’oceano ha vissuto in media quasi 2 mesi di temperature insolitamente calde. Almeno l’84% degli oceani ha subito almeno un’ondata di calore marina.

Acidificazione degli oceani. Nel decennio 2009-2018, gli oceani hanno assorbito circa il 23% delle emissioni annuali di CO2, attenuando gli impatti dei cambiamenti climatici, ma aumentando la propria acidità. Il cambiamento di pH riduce la capacità di calcificazione degli organismi marini come mitili, crostacei e coralli, influenzando la vita marina, la crescita e la riproduzione.

Deossigenazione degli oceani. Sia le osservazioni che i modelli indicano che l’ossigeno sta diminuendo in mare aperto e nelle acque costiere, compresi gli estuari e i mari semi-chiusi. Dalla metà del secolo scorso, l’inventario globale dell’ossigeno negli oceani ha registrato una diminuzione dell’1% –2% (77 miliardi – 145 miliardi di tonnellate).

Ecosistemi marini. La deossigenazione insieme al riscaldamento e all’acidificazione degli oceani è ora vista come una grave minaccia per gli ecosistemi oceanici e il benessere delle persone che dipendono da loro. Si prevede che le barriere coralline diminuiranno del 70% – 90% con un aumento della temperatura al 2100 di 1,5 °C e del 99% con + 2 °C.

Il livello del mare è aumentato continuamente da quando (1993) i dati altimetrici satellitari sono stati registrati, ma il tasso è aumentato nel corso del tempo, principalmente a causa dello scioglimento delle calotte glaciali in Groenlandia e Antartide. Nel 2019, il livello medio globale del mare ha raggiunto il suo valore più alto.

Ghiaccio
Il continuo declino a lungo termine del ghiaccio marino artico è stato confermato nel 2019. L’estensione media mensile di settembre (di solito la più bassa dell’anno) è stata la terza più bassa mai registrata.

Fino al 2016, l’estensione del ghiaccio marino antartico aveva mostrato un piccolo aumento a lungo termine, ma alla fine del 2016 si è interrotto, mostrando un improvviso calo di valori estremamente bassi. Da allora, l’estensione del ghiaccio marino antartico è rimasta a livelli relativamente bassi.

La calotta glaciale della Groenlandia ha registrato nove dei 10 anni di bilancio di massa superficiale più bassi degli ultimi 13 anni e il 2019 è stato il 7° più basso mai registrato. In termini di bilancio di massa totale, la Groenlandia ha perso circa 260 Gt di ghiaccio all’anno nel periodo 2002-2016, con un massimo di 458 Gt nel 2011-12. La perdita nel 2019 è stata di 329 Gt, ben al di sopra della perdita media.

Ghiacciai 
I risultati preliminari del World Glacier Monitoring Service indicano che il 2018/19 è stato il 32° anno consecutivo di bilancio di massa negativo per i ghiacciai di riferimento selezionati. Dal 2010 sono stati registrati 8 dei dieci anni di bilancio di massa più negativi.

Impatti climatici
Il Rapporto dedica un’ampia sezione agli effetti del clima su salute umana, sicurezza alimentare, migrazione, ecosistemi e vita marina, basandosi sul contributo di un’ampia varietà di partner del sistema delle Nazioni Unite. 

Salute. Le condizioni di caldo estremo stanno causando crescenti implicazioni alla salute umana e ai sistemi sanitari. Nel 2019, le alte temperature da record di Australia, India, Giappone ed Europa hanno influenzato negativamente la salute e il benessere. In Giappone, un intenso fenomeno di ondata di calore ha provocato oltre 100 morti e ulteriori 18.000 ricoveri. In Francia sono state registrate oltre 20.000 visite al pronto soccorso per malattie correlate al caldo. Tra giugno e metà settembre e durante due grandi ondate di caldo estivo, si sono registrati in totale 1.462 decessi in eccesso nelle regioni colpite.

I cambiamenti nelle condizioni climatiche dal 1950 stanno rendendo più facile per le specie di zanzare Aedes la trasmissione del virus della dengue, aumentando il rischio di insorgenza di malattie. Parallelamente, l’incidenza globale della dengue è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni e circa la metà della popolazione mondiale è ora a rischio di infezione. Nel 2019 si sono registrati casi di dengue in aumento in tutto il mondo.

Sicurezza alimentare. La variabilità climatica e gli eventi meteorologici estremi sono tra i fattori chiave del recente aumento della fame nel mondo e una delle principali cause delle gravi crisi. Dopo un decennio di costante declino, la fame è di nuovo in aumento – oltre 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018. Tra i 33 Paesi colpiti da crisi alimentari nel 2018, la variabilità climatica e eventi meteorologici estremi sono stati fattori trainanti insieme a shock economici e conflitti in 26 Paesi e il principale motore in 12 su 26. Alla luce di ciò, la comunità globale deve affrontare un’enorme sfida per raggiungere l’obiettivo Fame Zero dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

La situazione della sicurezza alimentare si è notevolmente deteriorata nel 2019 in alcuni Paesi del Corno d’Africa a causa di eventi climatici, sfollamenti di popolazione, conflitti e violenze. Alla fine del 2019, circa 22,2 milioni di persone (6,7 milioni in Etiopia, 3,1 milioni in Kenya, 2,1 milioni in Somalia, 4,5 milioni nel Sud Sudan, 5,8 milioni in Sudan) sono risultatein grave difficoltà dal punto di vista alimentare, situazione solo leggermente inferiore rispetto a quella determinata dalla prolungata siccità del 2016-17.

C’è stata una siccità eccezionale a marzo e gran parte di aprile, seguita da piogge insolitamente intense e inondazioni alla fine del 2019 che è stata un fattore scatenante della grave invasione di locuste del deserto nella regione del Corno d’Africa, la più grave degli ultimi 25 anni per la regione e degli ultimi 70 anni per il Kenya. Si prevede che questa migrazione si diffonderà ulteriormente entro giugno 2020 determinando una grave minaccia alla sicurezza alimentare.

Sfollamento. Più di 6,7 milioni di profughi interni sono stati registrati tra gennaio e giugno 2019, innescati da eventi idrometeorologici come il ciclone Idai nel sud-est dell’Africa, il ciclone Fani nell’Asia meridionale, l’uragano Dorian nei Caraibi e le inondazioni in Iran, Filippine ed Etiopia. Si prevede che questo numero raggiungerà quasi i 22 milioni nel 2019, rispetto ai 17,2 milioni del 2018. Di tutti i pericoli naturali, inondazioni e tempeste hanno contribuito maggiormente agli spostamenti.

Eventi di grande impatto
Inondazioni. Oltre 2.200 persone sono morte in vari episodi di alluvione in India, Nepal, Bangladesh e Myanmar durante la stagione dei monsoni, iniziata tardi, ma che è terminata con un totale di precipitazioni superiore alla media di lungo periodo.

Nelle aree continentali degli Stati Uniti le precipitazioni medie a 12 mesi per il periodo da luglio 2018 a giugno 2019 (962 mm) sono state le più alte mai registrate. Le perdite economiche totali causate dalle inondazioni negli Stati Uniti nel 2019 sono state stimate in 20 miliardi di dollari.

Le condizioni di elevata piovosità hanno colpito parti del Sud America in gennaio. Vi sono state gravi inondazioni nel nord dell’Argentina, nell’Uruguay e nel sud del Brasile, con perdite che in Argentina e Uruguay sono stimate in 2,5 miliardi di dollari.

La Repubblica islamica dell’Iran è stata gravemente colpita dalle inondazioni di fine marzo e inizio aprile. Gravi inondazioni si sono verificate in ottobre e all’inizio di novembre in molte parti dell’Africa orientale, già colpite precedentemente dalla siccità.

Siccità. Sono state colpite da siccità molte aree dell’Asia sud-orientale e dell’Australia, che ha registrato il suo anno più secco, per effetto della forte fase positiva del Dipolo dell’Oceano Indiano. Africa meridionale, America centrale e parti del Sud America hanno ricevuto quantità di precipitazioni inferiori, in maniera fortemente anomala.

Ondate di calore. L’Australia ha terminato l’anno allo stesso modo con cui era iniziato: con un caldo estremo. L’estate 2018-2019 è stata la più calda mai registrata, così come in dicembre. Il giorno record della media più calda in Australia (41,9 °C) si è registrato il 18 dicembre. I sette giorni più caldi dell’Australia, e nove dei 10 più caldi, si sono verificati nel 2019.

Due grandi ondate di calore si sono verificate in Europa a fine giugno e fine luglio. In Francia, il 28 giugno a Vérargues è stato stabilito un record nazionale di 46.0 °C (1.9 °C in più del  precedente). Record nazionali sono stati stabiliti anche in Germania (42,6 °C), Paesi Bassi (40,7 °C), Belgio (41,8 °C), Lussemburgo (40,8 °C) e Regno Unito (38,7 °C), con il caldo che si esteso anche sui paesi nordici, dove ad Helsinki si è registrato il record (33,2 °C il 28 luglio).

Incendi boschivi. È stato un anno di incendi ben al di sopra della la media in diverse regioni ad elevate latitudini, tra cui la Siberia (Federazione Russa) e l’Alaska (USA), mettendo in moto azioni antincendio in alcune parti dell’Artico dove in precedenza era una misura estremamente rara.

La grave siccità in Indonesia e nei Paesi vicini ha portato alla stagione degli incendi più significativa dal 2015. Il numero di incendi segnalati nella regione dell’Amazzonia brasiliana è stato solo leggermente superiore alla media decennale, ma il numero totale di incendi registrati in Sud America è stato il più alto dal 2010, con Bolivia e Venezuela che hanno vissuto un anno particolarmente intenso.

L’Australia ha vissuto una stagione degli incendi eccezionalmente prolungata e grave nella parte successiva del 2019 con ripetuti focolai che sono proseguiti nel gennaio 2020. All’inizio del 2020 sono stati segnalati 33 decessi e oltre 2.000 andate completamente distrutte per un totale di circa 7 milioni gli ettari completamente devastati nel Nuovo Galles del Sud e nello Stato di Victoria.

Le emissioni totali giornaliere di CO2 dovute agli incendi hanno generalmente seguito la media del periodo 2003-2018, secondo il set di dati del Sistema di monitoraggio degli incendi globali di Copernicus (ECMWF). I maggiori aumenti sopra la media dei 17 anni di luglio, agosto, settembre e fine dicembre corrispondono rispettivamente ai picchi degli incendi nell’Artico, in Siberia, Indonesia e Australia.

Cicloni tropicali. Nel 2019 l‘attività dei cicloni tropicali a livello globale è stata superiore alla media. L’emisfero settentrionale ha registrato 72 cicloni tropicali. Anche nell’emisfero australe la stagione 2018-19 è stata superiore alla media, con 27 cicloni.

Il ciclone tropicale Idai ha devastato il 15 marzo il Mozambico, come uno dei più forti che siano avvenuti sulla costa orientale dell’Africa, causando molte vittime e notevoli danni, distruggendo completamente quasi 780.000 ha di colture in Malawi, Mozambico e Zimbabwe, minando ulteriormente una precaria situazione di sicurezza alimentare nella regione. Il ciclone ha anche provocato almeno 50.905 sfollati nello Zimbabwe, 53.237 nel Malawi meridionale e 77.019 in Mozambico.

Uno dei cicloni tropicali più intensi dell’anno è stato Dorian, che ha fatto approdo con intensità di categoria 5 alle Bahamas. La distruzione è stata aggravata dal fatto che era eccezionalmente lento, essendo rimasto quasi ferm per circa 24 ore.

Il tifone Hagibis ha investito i territori ad ovest di Tokyo il 12 ottobre, causando gravi inondazioni.

Nel corso della Conferenza-stampa il Segretario della WMO Taalas ha indicato 4 priorità che devono affrontate in modo risoluto nel corso della prossima COP26 di Glasgow ( 9-19 novembre 2020) se si vuole continuare a sperare che la situazione non divenga drammatica:
– i contributi determinati a livello nazionale (NDC) devono essere più ambiziosi;
– i Paesi devono adottare strategie che prevedano la neutralità climatica al 2050;
– l’implementazione di misure di adattamento per aumentare la resilienza di Paesi e comunità;
– l’aumento degli investimenti verdi nelle energie rinnovabili e nelle innovazioni tecnologiche.

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