Alla vigilia di Urban Nature, il Festival annuale dedicato alla natura in città (4-5 ottobre 2025), il WWF ha pubblicato un nuovo Rapporto che raccoglie i contributi di professionisti del mondo scientifico e accademico, che hanno costruito un’analisi su come favorire anche nelle città italiane una transizione verde urbana.
In vista di “Urban Nature” (4-5 ottobre 2025), ilFestival del WWF dedicato alla natura in cittàgiunto quest’anno alla IX edizione, con oltre 100 appuntamenti in tutte le regioni italiane (il WWF sarà presente in particolare in tanti orti botanici italiani, ma anche giardini storici, parchi e oasi urbani, fino all’evento centrale che si terrà il 5 ottobre all’Orto Botanico di Roma) per riscoprire il valore della biodiversità urbana che rende le città più vivibili e sicure per tutti e promuovere soluzioni concrete contro gli effetti della crisi climatica, è stato pubblicato il nuovoRapporto“Adattamento alla crisi climatica in ambito urbano: ripensare le città come sistemi viventi di natura e persone”.
Si tratta di una raccolta di contributi di professionisti del mondo scientifico e accademico, che hanno costruitoun’analisi su come favorire anche nelle città italiane una transizione verde urbana.
“Adattare le città al rischio climatico non è più un’opzione, ma una necessità– si legge nel report –Dobbiamo ammorbidire gli impatti, creare zone cuscinetto, rendere i nostri insediamenti più resilienti, capaci di rispondere con una “logica vegetale’. È il principio delle ‘nature-based solutions’: alla forza della natura si risponde con la natura stessa”.
Le città sono uno snodo chiave per comprendere e affrontare il cambiamento climatico. Non solosono tra le principali responsabili della crisi climatica, ma ne subiscono anche gli effetti più gravi: ondate di calore, siccità prolungate, alluvioni improvvise. E, per le città costiere, anche l’innalzamento del livello del mare. Tra città metropolitane e comuni,le aree urbane sono responsabili in Italia del 75% delle emissioni globali di carbonio, a fronte di una occupazione della superficie terrestre pari al 3%(ANCI).
Dai dati statistici europei rappresentati dall’ISPRA su danni economici e perdite umane, nel periodo che va dal 1980 al 2022, l’Italia si posiziona al terzo posto della classifica europea in termini di pericolosità degli eventi climatici estremi che hanno colpito le nostre città e le persone che ci vivono. La crisi climatica provoca anche notevoli pericoli dal punto di vista della salute, dagli effetti diretti delle ondate di calore a un aumento delle zoonosi e delle malattie trasmesse dai diversi vettori. Nelle 4 città più popolose d’Italia (Roma, Milano, Napoli e Torino) le tabelle grafiche delCMCC(Centro EuroMediterraneo Cambiamenti Climatici) mostrano “chiaramente l’intensificarsi del riscaldamento globale nel corso del tempo”.
Dalle città Parco Nazionale all’Housing sociale per il clima
Tra le proposte segnalate nel report spicca la creazione, anche in Italia, di Città Parco Nazionali, aree urbane dove gli spazi verdi e le aree naturali fanno parte di scelte consolidate e si favorisce la diffusione di azioni sostenibili anche in funzione di una crescita della biodiversità. La prima città del mondo ad istituirsi comeNational Park Cityè stataLondranel luglio 2019, seguita daAdelaidenel 2021,Bredanel 2022 eChattanooganel 2023. Attualmente sono decine le realtà urbane che intendono seguire il loro percorso, tra le qualiSouthampton,GlasgoweRotterdam.

Un altro obiettivo è la creazione di un Housing sociale climaticamente adattivo. Si propone cioè di integrare criteri di adattamento climatico e coesione sociale nelle politiche abitative,progettando alloggi e quartieri che favoriscano resilienza e relazioni sociali, attraverso standard obbligatori per l’efficienza energetica, con una attenzione particolare ad un percorso partecipativo dal basso.
“Viviamo in una grande contraddizione: mentre di clima si parla sempre meno nel dibattito pubblico, la crisi climatica desta sempre maggiori preoccupazioni sia tra gli scienziati, sia tra i cittadini– ha dichiaratoMariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia WWF Italia –Gli impatti colpiscono i territori sempre più frequentemente e intensamente ma non sono uguali per tutti: purtroppo chi ha meno ed è più vulnerabile, di solito vive in aree già svantaggiate e ha anche meno mezzi per affrontare situazioni che possono cambiare radicalmente in poco tempo. Gli studiosi concordano sulla centralità della salute degli ecosistemi e della natura per affrontare l’adattamento, a cominciare dalle soluzioni innovative come quella delle città parco. Ma oggi il Piano nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico, approvato alla fine del 2023, è chiuso in un cassetto. Da quel cassetto deve uscire al più presto perché il lavoro da fare è tanto e non è certo ‘limitato’ al dissesto idrogeologico”.
La Maladaptation che rende le nostre città più vulnerabili
Il report del WWF indica anche un tema raramente affrontato, quello che l’IPCC, il Panel scientifico delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, definisce “Maladaptation” (cattivo adattamento): la situazione che si verifica quando le azioni intraprese per aiutare le comunità ad adattarsi al cambiamento climatico, determinano, al contrario, un aumento della vulnerabilità stessa.
Da tutti i contributi del report emergono almeno 2 indicazioni:
–l’adattamento non può essere un ghetto, ma deve pervadere tutte le politiche pubbliche e private, fino ad arrivare a un nuovo modello di città, adeguando risorse, organizzazione e strumenti;
–i meccanismi partecipativi, il coinvolgimento di popolazione e stakeholders sono essenziali per questo processo.
