20 Settembre 2021
Circular economy Sostenibilità

Moda: agire ora per ridurre le emissioni di gas serra del settore

Secondo un recente Rapporto di McKinsey & Company e Global Fashion Agenda, il settore della moda deve agire ora in modo coordinato per ridurre la sua impronta ambientale che solo in termini di emissioni è pari a quelle di Francia, Germania e Gran Bretagna messe insieme, e che lo mantiene fuori del 50% dalla traiettoria per il suo percorso verso l’obiettivo di un aumento di temperatura di 1,5 °C. La pandemia è destinata a scomparire, ma i cambiamenti climatici metteranno in serio rischio le catene di approvvigionamento del settore.  

Anche prima che il nuovo coronavirus si abbattesse sui mercati finanziari, interrompesse le catene di approvvigionamento e schiacciasse la domanda dei consumatori in tutta l’economia globale, i leader della moda non erano ottimisti per il 2020.

Il settore era già “in allerta” e i dirigenti di tutte le aree geografiche esprimevano pessimismo, come evidenziato nel Rapporto The State of Fashion 2020”, pubblicato lo scorso novembre da McKinsey & Company, la società internazionale di consulenza manageriale che serve le principali aziende del mondo, in collaborazione con Business of Fashion (BoF).

Dopo l’impatto della pandemia di Covid-19, tuttavia, le prospettive sono diventate drammatiche, e per l’industria della moda è allarme rosso. La crisi umanitaria e finanziaria ha sconvolto tutte le strategie pianificate per il 2020 e i leader del settore sono disorientati, mentre i lavoratori più vulnerabili debbono affrontare difficoltà economiche inaspettate.

Il comparto, infatti, ha forti interconnessioni a livello globale e se la Cina appare in ripresa, Europa e Stati Uniti sono tuttora in grave sofferenza. Ma la situazione più grave è nei Paesi in via di sviluppo, dove si trovano i centri di approvvigionamento e produzione della moda a basso costo come Bangladesh, India, Cambogia, Honduras ed Etiopia, che i lunghi periodi di disoccupazione significheranno fame e malattie.

Nell’aggiornamento al Rapporto dello scorso aprile dal titolo “Fashion 2020. Coronavirus update”, McKinsey e BoF hanno stimato che i ricavi per l’industria della moda globale (settori dell’abbigliamento e delle calzature) si contrarranno dal 27% al 30% nel 2020, anche se potrebbe riguadagnare una crescita positiva dal 2% al 4% nel 2021. Per l’industria dei beni di lusso (moda, accessori, orologi, gioielleria di fascia alta), la contrazione delle entrate globali è stimata dal 35% al 39 % nel 2020 su base annua, con crescita dall’1% al 4% percento nel 2021. Anche le vendite online sono diminuite dal 5% al 20% in Europa, dal 30% al 40% negli Stati Uniti e dal 15% al 25% in Cina.

La crisi indotta dal “cigno nero” può costituire anche un momento di riflessione per il settore, estremamente vulnerabile alle crisi globali, e alle prese con consumatori che chiedono modelli di business sostenibili e un’azione mirata per prevenire future emergenze, come ha rilevato un sondaggio condotto lo scorso maggio su 2.000 tedeschi e britannici.

Se la pandemia prima o poi finirà, non sarà così per i cambiamenti climatici, potenzialmente in grado di scatenare crisi economiche ed umanitarie, a cui forcing il comparto del tessile e moda contribuisce non poco.

Per sollecitare una riduzione dell’impatto climatico del settore, consapevole comunque delle sue responsabilità, come dimostra la sottoscrizione di molti marchi e gruppi alla Carta della Moda per il Clima (Fashion Industry Charter for Climate Action) nel corso di un evento svoltosi in occasione della Conferenza ONU sul Clima (UNFCCC-COP24) di Katowice (2-15 dicembre 2018), e al “Fashion Pact” , lanciato in occasione del Vertice del G7 di Biarritz, (24 – 26 agosto 2019), McKinsey e la Ong Global Fashion Agenda(GFA) hanno pubblicato il 26 agosto 2020 il Rapporto Fashion on Climate. How the fashion industry can urgently act to reduce its greenhouse gas emissions”.

I cambiamenti climatici non stanno rallentando – ha dichiarato Morten Lehmann, Responsabile della sostenibilità di GFA e uno degli autori del Rapporto – Quando si manifesteranno con forza influenzeranno davvero le catene di approvvigionamento del settore”.

Secondo il Rapporto, l’impatto ambientale del settore è attualmente di circa 2,1 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2, ovvero circa il 4% del totale globale, la stessa quantità emessa da Francia, Germania e Regno Unito ogni anno, messi insieme.

Fonte: Fashion on Climate

Con l’attuale trend, le emissioni potrebbero aumentare fino al 2,7% l’anno e raggiungere 2,7 miliardi di tonnellate annue all’inizio del prossimo decennio, ponendo l’industria della moda fuori del 50% dalla traiettoria nel suo percorso per mantenere il riscaldamento globale a 1,5 °C in più rispetto al periodo pre-industriale, limite da non superare, secondo lo “Special Report on Global Warming of 1,5 °C(SR15) dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), se si vogliono evitare conseguenze catastrofiche per l’intero Pianeta.

Pertanto, la moda dovrebbe dimezzare le sue emissioni di carbonio, portandole a circa 1,1 miliardi di tonnellate entro il 2030 per essere in linea con gli obiettivi climatici globali, il che non è un’impresa da poco considerando che la pandemia potrebbe indurre molti gruppi a soprassedere sulle azioni di mitigazione sottoscritte, anche se non sarebbe di certo la decisione migliore da prendere.

Il mondo è cambiato: i consumatori sono alla ricerca di aziende e marchi più sostenibili –  ha affermato Karl-Hendrik Magnus, senior partner di Mc Kinsey  & Company  e co-autore del Rapporto – È necessaria un’azione coraggiosa se l’industria della moda vuole raggiungere l’ambizioso obiettivo di allinearsi su un percorso di 1,5 °C  nei prossimi 10 anni. La buona notizia per l’industria della moda è che molte delle azioni richieste possono essere realizzate con vantaggi economici“.

Il rapporto descrive in dettaglio i vantaggi in termini di costi di ciascun criterio in quello che chiama “abbattimento accelerato” per correggere i danni climatici del settore, tenendo conto di fattori economici come l’aumento dei prezzi del cotone organico e dei materiali sintetici riciclati, della formazione iniziale nelle innovazioni tecnologiche  tecnologia e nei consumi energetici, e investimenti in modelli di business circolari.

Un esempio di potenziali leve per la riduzione delle emissioni (Fonte:  McKinsey-GFA, “Fashion on Climate”)

La riduzione potenziale delle emissioni sarebbe raggiunta tramite 17 “leve” identificate lungo la catena del valore del settore, tra cui la produzione di materiali decarbonizzati, le operazioni di vendita al dettaglio, la riduzione delle operazioni di lavaggio e l’asciugatura, l’aumento delle attività di ricommercio, upcycling e riciclaggio e la riduzione della sovrapproduzione.

Utilizzando un modello di riduzione della curva dei costi simile a quelli utilizzati in altri settori, come quello automobilistico, la tabella di marcia prevista nel Rapporto ridurrebbe il tasso di sovrapproduzione dal 20% al 10 %.

 “Molte delle azioni richieste possono essere realizzate a un costo moderato – ha Anna Granskog, partner di McKinsey nella pratica della sostenibilità – con circa il 55% delle azioni richieste per l’abbattimento realizzate con un risparmio netto sui costi”.

Le azioni da attuare quanto prima e in maniera coordinata, secondo il Rapporto, dovrebbero concentrarsi su 3 aree chiave.
Riduzione delle emissioni dalle operazioni a monteOltre il 60% di abbattimento delle emissioni potrebbe derivare dalla produzione e lavorazione delle materie prime, riducendo allo stretto necessario la produzione e gli scarti di produzione, e decarbonizzando la produzione dei capi di abbigliamento. Inoltre, dai miglioramenti nell’efficienza energetica e dalla transizione alle fonti di energia rinnovabile potrebbe derivare la riduzione di circa 1 miliardo di tonnellate di emissioni al 2030 lungo la catena del valore della moda.

Riduzione delle emissioni dalle attività dei marchiI principali contributi che i marchi potrebbero dare all’abbattimento delle emissioni sono il miglioramento del loro mix di materiali (ad esempio, attraverso un maggiore utilizzo di fibre riciclate), l’aumento dei trasporti sostenibili, la riduzione degli imballaggi (con materiali riciclati e più leggeri), la decarbonizzazione delle operazioni di vendita al dettaglio, la minimizzazione dei resi e la riduzione della sovrapproduzione (solo il 60% dei capi è attualmente venduto senza sconti). Se i marchi seguissero tali misure, si potrebbero ridurre di altri 308 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al 2030.

Incoraggiare un comportamento sostenibile dei consumatori.L’adozione di un approccio più consapevole al consumo di moda, i cambiamenti nel comportamento dei consumatori durante l’uso e il riutilizzo e l’introduzione da parte dei marchi di modelli di business radicalmente nuovipotrebbero contribuire all’abbattimento di altri 347 milioni di tonnellate di CO2. Le leve principali in questo sforzo sono un aumento dei modelli di business circolari che promuovono l’affitto, la rivendita, la riparazione e il rinnovamento di indumenti; una riduzione del lavaggio e dell’asciugatura; un aumento della raccolta e del riciclaggio dei rifiuti per ridurre il loro conferimento in discarica; il passaggio ad un modello industriale operativo basato sul riciclaggio a circuito chiuso.

Anche i responsabili politici e gli investitori hanno un ruolo importante da svolgere in questi sforzi:
-i Governi e le autorità di regolamentazione dovrebbero promuovere pratiche sostenibili e consumo consapevole, nonché fornire incentivi per sostenere misure di decarbonizzazione con un elevato potenziale di abbattimento;
– gli investitori possono dare il loro contributo introducendo nei loro portafogli le aziende che intraprendono iniziative di decarbonizzazione, di trasparenza delle emissioni e di innovazione incentrata sulla sostenibilità.

La pandemia ci ha mostrato quanto siamo interconnessi, ma anche che un cambiamento di lunga durata dipende dalla capacità del settore della moda di unirsi, in modo da essere all’altezza di svolgere un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici – ha dichiarato Eva Krause, Ceo di GFA e ideatrice del Copenhagen Fashion Summit, la manifestazione sulla moda sostenibile che si svolge ogni anno dal 2009 nella capitale danese e che quest’anno è stata spostata dalla primavera all’autunno (12-13 ottobre) con modalità virtuale, per le restrizioni imposte dal contenimento di Covid-19 – Sono fiduciosa che questo rapporto aiuterà i leader del settore a capire meglio dove concentrare i propri sforzi e come cogliere profitti dai loro investimenti”.

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