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Copernicus: novembre 2019 è stato il più caldo di sempre

Dopo i dati previsionali della WMO sull’anno2019 che si appresterebbe a divenire il 2° o il 3° anno più caldo, i dati comunicati da Copernicus Climate Change Service /ECMWF relativi al mese di novembre e all’autunno 2019 confermano che il forcing radiativo tende a consolidarsi, con i conseguenti rischi sociali ed economici.

Dopo i dati provvisori della WMO relativi alla temperatura globale del 2019 (gennaio – ottobre 2019) sono pervenuti a Madrid, dove è in corso la Conferenza ONU sul Clima (UNFCCC-COP25) anche quelli di Copernicus Climate Change Service /ECMWF, il servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell’UE, che si riferiscono alla temperatura di novembre e autunno 2019.

Dai dati si conferma che il forcing radiativo non si arresta, e si consolida mese dopo mese l’evidenza che il clima è già cambiato.Secondo Copernicus, la temperatura globale nello scorso novembre è stata la più calda mai restata di 0,64 °C superiore alla media, come quella registrata da novembre del 2016, e appena 0,02 °C in più rispetto al 2015

Se nel mondo è stato il novembre più caldo, in Europa, in base alle rilevazioni, il mese scorso è stato il 3° novembre più caldo con 1,5 °C sopra la media, superato da quello del 2015 (+2,3 °C) e del 2009 (+2,2 °C), con le temperature più elevate nell’Europa Centro-orientale, particolarmente nel Sud-est, mentre ad Occidente del continente si sono registrate temperature inferiori alla media.

Altrove, le temperature sono state nettamente superiori alla media su gran parte dell’Artico, Stati Uniti occidentali e Canada, nell’Africa settentrionale e nell’Asia Sud-orientale, in particolare sull’Altopiano tibetano. Allo stesso modo le temperature erano ben al di sopra della media nelle regioni centrali del Sud America, nell’Africa meridionale, nell’Australia occidentale e in gran parte dell’Antartide. 

Viceversa, sono risultate inferiori alla media le temperature di novembre nella regione orientale di Stati Uniti e Canada, e nella regione dell’Asia centrale che si estende dalla Siberia alla costa iraniana sull’oceano Indiano. 

Sempre secondo i dati di Copernicus, da settembre a novembre (autunno 2019) la temperatura in Europa ha sfiorato gli 1,1 °C sopra la media, attestandosi al 4° posto tra gli autunni più caldi, dopo quelli del 2006, 2015 e 2018.

Come dicevamo in premessa, i dati di Copernicus sono giunti dopo quelli previsionali sull’anno 2019 fornitiil 3 dicembre 2019 dalla World Meteorological Organization (WMO).

Secondo la WMO, tutto lascia prevedere che il 2019 sarà al 2° o 3° posto degli anni più caldi mai registrati. I primi 10 mesi hanno fatto registrare una temperatura media mondiale di 1,1 °C superiore a quella del periodo pre-industriale.

Se non intraprendiamo azioni urgenti per il clima ora, andremo verso un aumento della temperatura di oltre 3 °C entro la fine del secolo, con impatti sempre più dannosi sul benessere delle popolazioni – ha affermato il Segretario generale della WMO Petteri Taalas, presentando il report – Non siamo in alcun modo vicini alla strada giusta per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi. Ormai ogni giorno gli impatti dei cambiamenti climatici si manifestano con condizioni meteorologiche estreme e ‘anomale’. E, ancora una volta nel 2019, i rischi legati al clima e al tempo hanno colpito duramente. Le ondate di calore e le inondazioni che prima costituivano eventi secolari, stanno diventando sempre più frequenti. Dalle Bahamas al Giappone, al Mozambico hanno tutti subito l’effetto di devastanti cicloni tropicali. Incendi violenti hanno imperversato nell’Artico e in Australia. Uno dei principali impatti dei cambiamenti climatici sono i modelli pluviometrici assai irregolari. Ciò rappresenta una minaccia per i raccolti e, in combinazione con l’aumento della popolazione, comporterà in futuro notevoli sfide per la sicurezza alimentare per i Paesi vulnerabili”.

Proprio ieri è stato presentato, sempre alla COP25 di Madrid, il Climate Risk Index 2020, l’annuale Studio di Germanwatch, che calcola in che misura i Paesi di tutto il mondo sono stati colpiti da eventi climatici estremi (tempeste, inondazioni, ondate di calore, ecc.), classificandoli in base alla loro vulnerabilità a tali eventi, ha riconfermato che i Paesi meno sviluppati sono generalmente più colpiti rispetto ai Paesi industrializzati, anche se gli ultimi dati disponibili (2018) indicano che anche i Paesi ad alto reddito avvertono gli impatti climatici più chiaramente rispetto al passato

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