In attesa che il pacchetto di misure a breve termine messe in atto dalla Commissione UE per superare le difficoltà del settore del riciclo delle materie plastiche producano effetti, e che venga adottato quanto prima l’annunciato Circular Economy Act, un Position Paper di REF Ricerche propone alcune essenziali misure di governo da intraprendere quanto prima per superare le difficoltà attuali degli operatori del settore ed evitare che il sistema di gestione e recupero dei rifiuti plastici nel nostro Paese si fermi, con conseguenze devastanti per l’ambiente, l’economia e la tenuta della raccolta differenziata dei Comuni.
La crisi del settore della plastica europea colpisce anche gli operatori di riciclo in Italia. I prezzi inferiori dei polimeri vergini, le importazioni extra-UE e gli alti costi energetici stanno paralizzando il comparto. A dicembre, la Commissione UE ha proposto un primo pacchetto di aiuti al settore. Ma occorre fare presto, con interventi straordinari nella fase emergenziale, soprattutto per le plastiche flessibili miste post-consumo che rappresentano la quota maggiore delle plastiche presenti nella raccolta urbana e le più difficili da riciclare. In attesa del Circular Economy Act. senza un sostegno al riciclo, il paradigma dell’economia circolare rimane una mera enunciazione di principio.
È quanto affermano Andrea Ballabio, Donato Berardi, Antonio Pergolizzi e Nicolò Valle, autori del Position Paper “La crisi del riciclo delle plastiche: proposte per uscirne”, pubblicato il 3 marzo 2026 da REF Ricerche, Società indipendente che affianca aziende, istituzioni, organismi governativi nei processi conoscitivi e decisionali, che analizza il momento di estrema difficoltà della filiera italiana ed europea del riciclo delle plastiche, e formula interventi e misure in grado di superare le attuali difficoltà.
I ricercatori sottolineano come tra il 2018 e il 2024 la produzione di plastica sia scesa del 12%: da 62,3 milioni di tonnellate, a 54,6 milioni di tonnellate. Le plastiche di origine fossile e da riciclo meccanico pre-consumo diminuiscono, rispettivamente, del 18,9% e del 23,7%6. Al contrario, le plastiche derivanti da riciclo meccanico post-consumo aumentano del 57,1%. Al decremento dei volumi complessivi prodotti si contrappone l’aumento dei polimeri da riciclo meccanico.

La Germania si conferma il principale produttore europeo, mentre l’Italia occupa il 6° posto con 3,3 milioni di tonnellate annue, pari al 6% del totale europeo. La quota italiana, però, sale al 14,5% se si considera la sola produzione di plastica post-consumo da riciclo meccanico e chimico: in questo segmento, il nostro Paese si colloca subito dietro alla Germania, a dimostrazione di un contributo tutt’altro che marginale alla circolarità della plastica europea.
Sul fronte della bilancia commerciale, i dati sono preoccupanti: l’UE-27 registra nel 2024 un saldo negativo di 1,6 milioni di tonnellate, in esito ad uno sbilancio di 200mila tonnellate nella produzione e di 1,4 milioni di tonnellate nella trasformazione delle plastiche. Dal 2022, le importazioni extra-europee eccedono costantemente le esportazioni in volumi.
A fronte di un contributo tangibile fornito negli anni, l’industria del riciclo delle plastiche in Europa sta attraversando una fase acuta di difficoltà. I fattori di stress sono molteplici e si alimentano reciprocamente: elevati costi energetici che erodono i margini degli impianti; prezzi bassi e volatili della plastica vergine che rendono le materie prime seconde (MPS) poco competitive; frammentazione del mercato delle MPS; domanda debole di materiali riciclati; concorrenza sleale da parte di plastiche importate da paesi extra-UE con vincoli ambientali meno stringenti. Inoltre, mancano politiche che promuovano l’utilizzo di plastiche riciclate anche in applicazioni complementari open-loop, le quali vengono invece spesso ostacolate.
I risultati di questo insieme di pressioni sono già visibili nei dati più recenti. Per la prima volta, nel 2024 i volumi complessivamente riciclati in Europa sono diminuiti, scendendo a circa 7,5 milioni di tonnellate rispetto alle 7,7 del 2023. Il fatturato del settore è in calo per il secondo anno consecutivo, e il 2024 ha registrato la più consistente chiusura di capacità operativa di riciclo mai osservata in Europa. Parallelamente, la dipendenza europea da forniture esterne di polimeri è cresciuta in modo significativo: la quota di polimeri importati è passata dal 15% del 2020 al 24% del 2024, esponendo l’UE a rischi di approvvigionamento amplificati dalle attuali tensioni geopolitiche internazionali. In Italia, la crisi ha raggiunto nel 2024 il picco dell’intero decennio (2015-2024) per quanto riguarda le esportazioni extra-UE di MPS da riciclo e scarti riciclabili: 103.352 tonnellate. Un dato, questo, che segnala la crescente difficoltà di trovare sbocchi interni ai materiali raccolti. Il blocco degli impianti di riciclo sta a sua volta ripercuotendosi sulle fasi intermedie della selezione e della compattazione, mettendo progressivamente sotto pressione l’intera filiera a monte, inclusa la raccolta.
Sul fronte delle risposte istituzionali, la Commissione UE ha presentato il 23 dicembre 2025 un pacchetto di misure a breve termine. Il primo intervento punta ad una maggiore integrazione del mercato interno attraverso un atto di esecuzione che istituirà criteri di End of Waste (EoW) unionali per le plastiche riciclate meccanicamente, misura che potrebbe abbattere costi di transazione oggi stimati in 120 milioni di euro annui. Il secondo garantisce maggiore certezza giuridica agli investimenti nel riciclo chimico attraverso “regole di allocazione” basate sul bilancio di massa, per quantificare la quota di output attribuibile al riciclaggio chimico e riconoscerne il ruolo complementare al riciclo meccanico. Si prevede poi il rilancio della Circular Plastics Alliance come piattaforma strutturata di cooperazione, l’istituzione di codici doganali distinti per plastiche vergini e riciclate e, nell’ambito del “Circular Economy Act“, previsto entro l’anno e sul quale si è conclusa lo scorso novembre la consultazione pubblica, l’abbattimento delle barriere al mercato unico dei rifiuti e delle MPS. È stata inoltre avviata una consultazione pubblica sulla Direttiva SUP (Single-Use Plastics”, per valutarne l’efficacia dopo 4 anni, aperta fino al 17 marzo 2026. Direttiva (UE) 2019/904).
A livello nazionale, l’Italia sta attuando la Strategia Nazionale per l’Economia Circolare (SEC) nel quadro del PNRR. Tra le misure implementate, figurano incentivi per le imprese produttrici di plastica monouso verso la riconversione produttiva, un credito d’imposta (in regime di de minimis) per l’acquisto di prodotti riutilizzabili o in materiale alternativo alla plastica monouso, contributi per eco-compattatori comunali e un D.M. sui tassi di raccolta degli attrezzi da pesca dismessi in plastica Restano però ancora da attuare 2 provvedimenti chiave: lo schema di decreto per l’EPR sulla filiera delle plastiche non per imballaggio e il D.M. sull’EoW nazionale delle plastiche miste.
Secondo gli autori del position paper, le misure finora adottate sono necessarie ma non sufficienti.
È bene ricordare che il quadro impiantistico italiano presenta caratteristiche specifiche: un sistema capillare di raccolta differenziata, oltre 30 centri di selezione secondari tra i più evoluti d’Europa, un’ampia dotazione di impianti di riciclo anche per le plastiche miste e flessibili e un rilevante deficit di capacità di termovalorizzazione. In questo contesto, la priorità è il mantenimento e la saturazione della capacità di riciclo esistente, insieme allo sviluppo di nuove applicazioni e tecnologie anche in logica open-loop.
Un primo intervento da introdurre riguarda le Garanzie d’Origine (GO), da estendere al riciclo delle plastiche allargandone il perimetro alle MPS, oltre alla produzione di energia rinnovabile. Le GO potrebbero certificare le emissioni di CO2 evitate ed essere riconosciute ai fini dell’assolvimento degli obblighi nell’ambito dell’EU ETS, garantendo un incentivo economico strutturale e coerente con gli obiettivi climatici. Sul fronte della domanda, occorre rafforzare gli obblighi sul contenuto minimo di plastiche riciclate negli imballaggi in PET e HD al 2030 e al 2040, ad esempio prevedendo obiettivi intermedi tecnicamente fattibili, che consentano di guidare lo sviluppo impiantistico e che evitino fenomeni di dumping. Parimenti, si dovrebbe estendere il perimetro applicativo alle plastiche flessibili e miste al di fuori del packaging-to-packaging. Il Green Public Procurement (GPP), con i relativi Criteri Ambientali Minimi (CAM), andrebbe infine applicato sistematicamente dalle Amministrazioni Pubbliche, che possono operare da “consumatori privilegiati” in grado di orientare il mercato.
Un secondo intervento strutturale riguarda il sostegno alle aziende del riciclo nella copertura dei costi di smaltimento degli scarti di lavorazione, ad oggi pari a circa 200 euro/ton. Le criticità impiantistiche nel trattamento di tali scarti, acuite dalla normativa che impone la gestione entro i confini regionali o in regioni limitrofe (in presenza di accordi tra Regioni per sostenerne il recupero energetico), rendono necessario l’intervento di provvedimenti economici ad hoc.
Merita attenzione, sottolineano gli autori, l’esperienza francese. Con un Decreto del Ministero per la Transizione ecologica, la Biodiversità, le Foreste, il Mare e la Pesca, ha introdotto nella legge AGEC (Anti-Gaspillage pour une Économie Circulaire) un articolo che dal 1° gennaio 2026 garantisce un sostegno economico modulato su 3 soglie di contributo per gli utilizzatori di plastica riciclata post-consumo proveniente dalle filiere EPR. Il meccanismo non grava sulla finanza pubblica e non ha sollevato obiezioni da parte della Commissione UE. Replicarne l’impostazione in Italia, ampliandola per includere le plastiche post-consumo flessibili e miste sia in applicazioni plastic-to-plastic sia open-loop, consentirebbe di aumentare la circolarità dell’intera filiera senza impatto sul bilancio pubblico.
Infine, un quarto intervento riguarda il riordino della Plastic Tax. In sede europea è proposto l’innalzamento dell’aliquota sui rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati da 0,8 a 1 euro/kg dal 2028. Un raccordo normativo dovrà garantire che le risorse generate siano destinate a sostenere i processi di riciclo, evitando che una tassazione eccessiva risulti paradossalmente controproducente per il recupero della plastica stessa.
Immagine di copertina: © Foto di Nick Fewings su Unsplash
