26 Settembre 2021
Biodiversità e conservazione Malattie e cure Salute

Zoonosi: gli hot spot di probabili nuovi coronavirus

Ricercatori di Polimi, Università di California-Berkeley e Università Massey (Nuova Zelanda) hanno mappato le aree dove espansione agricola, frammentazione delle foreste e allevamenti intensivi stanno determinando condizioni favorevoli per la trasmissione di nuove zoonosi, simili a quelle che causano il Covid-19 e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

I cambiamenti globali nell’uso di suolo, tra cui la frammentazione delle foreste, l’espansione agricola e gli allevamenti intensivi stanno creando “punti caldi” favorevoli per i pipistrelli portatori di coronavirus, sviluppando condizioni favorevoli per la trasmissione dei coronavirus dagli animali selvatici all’uomo (spill over).

È il risultato dello StudioLand-use change and the livestock revolution increase the risk of zoonotic coronavirus transmission from rhinolophid bats”, pubblicato il 31 maggio 2021 su Nature Food e condotto da ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Università della California-Berkeley e della Massey University della Nuova Zelanda, con il supporto di Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), Fondazione Cariplo, Regione Lombardia, Royal Society Te Apārangi Rutherford Discovery Fellowship e Fondazione Massey University.

Sebbene le origini esatte del virus SARS-CoV-2 rimangano poco chiare, gli scienziati ritengono che la malattia sia emersa probabilmente quando un virus che infetta i pipistrelli a ferro di cavallo (Chiroptera Rhinolophidae) è stato in grado di passare agli umani, direttamente attraverso la caccia alla fauna selvatica o indirettamente infettando prima un animale intermedio. È noto che i pipistrelli a ferro di cavallo sono portatori di una grande varietà di coronavirus, compresi ceppi geneticamente simili a quelli che causano il Covid-19 e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Il nuovo studio ha utilizzato il telerilevamento per analizzare i modelli di utilizzo del suolo in tutta la gamma del pipistrello a ferro di cavallo, che si estende dall’Europa occidentale al sud-est asiatico. Identificando le aree di frammentazione forestale, insediamento umano e produzione agricola e zootecnica, e confrontandole con gli habitat noti dei pipistrelli a ferro di cavallo, hanno identificato i potenziali punti caldi in cui l’habitat è favorevole per queste specie di pipistrelli e dove questi cosiddetti virus zoonotici potrebbero potenzialmente saltare da pipistrelli agli umani, nonché i luoghi che potrebbero facilmente diventare punti caldi con i cambiamenti nell’uso del suolo.

Le analisi miravano a identificare la possibile comparsa di nuovi hot spot in risposta a un aumento di uno dei tre attributi di uso del suolo, evidenziando sia le aree che potrebbero diventare adatte allo spillover sia il tipo di cambiamento di uso del suolo che potrebbe indurre l’attivazione di hot spot – ha affermato   Maria Cristina Rulli, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale presso il Politecnico di Milano e principale autore dello Studio – Speriamo che questi risultati possano essere utili per identificare gli interventi mirati specifici della regione necessari per aumentare la resilienza alle ricadute del coronavirus“.

La maggior parte degli attuali punti caldi sono concentrati in Cina, dove una crescente domanda di prodotti a base di carne ha guidato l’espansione dell’allevamento industriale su larga scala. L’allevamento intensivo è particolarmente preoccupante perché con tale pratica vengono ammassati animali geneticamente simili, spesso immunodepressi, che sono altamente vulnerabili alle epidemie, hanno sottolineato i ricercatori.

L’analisi ha anche scoperto che parti del Giappone, delle Filippine settentrionali e della Cina a sud di Shanghai rischiano di diventare punti caldi con un’ulteriore frammentazione delle foreste, mentre parti dell’Indocina e della Thailandia potrebbero a loro volta diventare punti caldi a causa dell’aumento degli allevamenti.

Univariate spatial analysis of coronavirus outbreak drivers (A) Sampling points randomly generated within China (dark purple) and outside China (light purple) and bat location points (yellow), weighted by the horseshoe bat species distributions present in East, South & South East Asia; (B) hotspots (red) and coldspots (blue) of livestock density; (C) hotspots of forest fragmentation; (D) hotspots of human settlement.

L’invasione umana nell’habitat naturale può anche indirettamente aumentare l’esposizione alle zoonosi e ridurre la preziosa biodiversità. Quando i terreni forestali si frammentano e gli habitat naturali vengono distrutti, le specie che richiedono habitat molto specifici per sopravvivere, chiamate “specialiste“, possono ridursi o addirittura estinguersi. Senza la concorrenza delle specialiste, le specie “generaliste“, meno esigenti riguardo al proprio habitat, possono prendere il sopravvento.

I pipistrelli a ferro di cavallo sono una specie generalista e sono stati spesso osservati in aree caratterizzate da disturbo antropico. In un precedente Studio del 2017 gli autori avevano trovato un collegamento tra la frammentazione delle foreste e la distruzione degli habitat in Africa e le epidemie del virus Ebola.

Creando condizioni svantaggiose per le specie specializzate, le specie generaliste sono in grado di prosperare – ha affermato Paolo D’Odorico, del Dipartimento di Scienze ambientali, Politica e Gestione presso l’Università di California Berkeley – Anche se non siamo in grado di tracciare direttamente la trasmissione di SARS-CoV-2 dalla fauna selvatica all’uomo, sappiamo che il tipo di cambiamento nell’uso del suolo che porta gli esseri umani nel quadro è tipicamente associato alla presenza di questi pipistrelli che sono noti per portare il virus”.

Sebbene la Cina sia stata tra i Paesi leader piantumazione di alberi e in altri sforzi di inverdimento negli ultimi due decenni, hanno osservato i ricercatori, molti degli alberi sono stati piantati in aree discontinue o frammentate di foresta. Per riportare l’equilibrio ecologico a favore di specie specializzate, la creazione di aree continue di copertura forestale e corridoi faunistici è più importante dell’aumento della copertura arborea totale.

La salute umana è intrecciata con la salute ambientale e anche con la salute degli animali – ha aggiunto D’Odorico – Il nostro studio è uno dei primi a collegare i punti e approfondire i dati geografici sull’uso del suolo per vedere come gli esseri umani entrano in contatto con specie che potrebbero essere portatrici di zoonosi“.

I risultati dello Studio supportano l’appello dell’ONU per il ripristino dell’ecosistema (Decennio 2021-2030) che sarà ufficialmente lanciato il 5 giugno 2021 in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno).

In copertina: © Giulia Biasini 

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