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Spiagge e Parchi urbani, la plastica continua ad essere la protagonista in negativo

Lo studio Beach & Park Litter di Legambiente fa il punto sulle diverse tipologie di rifiuti e materiali che inquinano i nostri spazi e la plastica tradizionale e monouso, è quello più diffuso.

Illittering, la pratica di disperdere rifiuti nell’ambiente, continua ad essere il principale problema di spiagge e parchi pubblici e la plastica monouso resta il principale protagonista di questa malsana abitudine.

È quanto emerge dallo studio di LegambienteBeach & Park Litter, progetto dicitizen scienceiniziato nel 2021 e protrattosi fino al 2024 che ha monitorato, grazie ai cittadini volontari,10 Parchi urbanie 10Spiaggeitaliane includendo gran parte delle Regioni e categorizzando i rifiuti raccolti.

Ebbene, su108monitoraggi complessivi, di cui54sullespiaggee54suiparchi urbani, sono stati raccolti complessivamente40.388rifiuti-tipo (26.613sulle spiagge e13.775nei parchi urbani), ma sono le percentuali della composizione degli stessi a far pensare: sullespiaggeil90,5%dei rifiuti è risultato essere costituito dapolimeri tradizionali, mentre lo0,2%dabioplastica compostabile e biodegradabile.

Neiparchi urbani, invece, il58%dei rifiuti raccolti è plastica tradizionale e lo0,3%plastica compostabile e biodegradabile.

Ipolimeri tradizionali, dunque, risultano essere i rifiuti più trovati(79,9%del totale se si sommano i risultati dei campionamenti nelle diverse aree; a seguire: metalli (6,8%), carta e cartone (5,9%), vetro e ceramica (3,6%) gomma (1,3%), vestiti e tessuti (1,1%), legno (0,5%), rifiuti da cibo (0,3%), misti (0,2%), bioplastiche e biodegradabili (0,2%).

Un altro aspetto inquietante che emerge dallo studio è la presenza diplastica monousofra i rifiuti trovati:tappi, ecoperchi per bevande,seguiti dabottiglieecontenitori per bevande; mentre nella “categoria” bioplastica compostabile il rifiuto più trovato è costituito dabuste e shopper in bioplastica.

Il fatto che le bioplastiche, comunque, sembrano essere ancora una frazione molto bassa dei rifiuti monitorati (0,25% nei parchi e 0,20% sulle spiagge), non nasconde il fatto che la dispersione di rifiuti nell’ambiente, e di rifiuti plastici, in particolare, prosegua nonostante laDirettiva SUP(Dir. Ue 2019/904 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 giugno 2019 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente) recepita in Italia conD. Lgs. 8 novembre 2021, n. 196, entrato in vigore il 14 gennaio 2022, per ridurre l’incidenza di plastica monouso e oxo-degradabile sull’ambiente e la salute e che vieta la commercializzazione di molti prodotti in plastica monouso e introduce, al contempo, obblighi di marcatura e percentuali di riciclo.

E, guarda caso, a quattro anni dal recepimento della direttiva succitata che vieta il commercio di alcuni prodotti in plastica monouso, proprio in Italia la plastica tradizionale si conferma il rifiuto più trovato su lidi e aree verdi urbane continuando ad essere una minaccia per biodiversità, ambiente ed ecosistemi, nonché evidente punto di degrado.

 “Se i rifiuti li troviamo in mare, sulle spiagge o nei parchi è evidente che esiste una criticità a monte, nella gestione e nel presidio del territorio”, commentaClaudia Salvestrini, Direttrice Generale delPolieCoConsorzio Nazionale per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene.

I dati di Beach & Park Litter confermano che il problema principale non è il materiale in sé, ma il comportamento: il littering continua a essere una piaga culturale prima ancora che ambientale. La plastica monouso domina perché è ancora largamente utilizzata e troppo spesso viene dispersa in modo irresponsabile. Le norme da sole non bastano se non sono accompagnate da controlli efficaci, educazione ambientale capillare e un rafforzamento dei sistemi di raccolta e tracciabilità”.

Dobbiamo puntare con decisione alla riduzione della produzione a monte, allo stesso tempo è fondamentale migliorare la qualità della raccolta, privilegiando sistemi che garantiscano materiali omogenei e realmente riciclabili. Serve investire nel biodesign, progettando prodotti con materiali facilmente riciclabili e pensando fin dall’origine al loro fine vita”.

È necessario– conclude –un cambio di paradigma: passare da una cultura dell’usa e getta a una concezione circolare delle risorse, in cui ogni fase – progettazione, consumo, raccolta e riciclo – sia parte di una strategia integrata. Solo così potremo ridurre in modo strutturale la dispersione dei rifiuti e tutelare biodiversità, ambiente ed ecosistemi”.

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