14 Agosto 2022
Biodiversità e conservazione Fauna

Popa langur: scimmia appena scoperta e già a rischio di estinzione

Gli scienziati hanno scoperto una nuova specie di primati (Popa langur) nelle giungle del Myanmar, che a causa dell’esiguo numero di esemplari deve essere inclusa nell’elenco delle specie minacciate di IUNC e CITES.

Sul numero di novembre 2020 della rivista Zoological Research è stato pubblicato lo Studio “Mitogenomic phylogeny of the Asian colobine genus Trachypithecus with special focus on Trachypithecus pharey (Blyth, 1847) and description of a new species”, condotto da un gruppo di ricercatori i ricercatori di Fauna & Flora International (FFI), il più antico ente di conservazione globale fondato più di un secolo fa, e del German Primate Center (GMC), un istituto di ricerca e servizi indipendente senza scopo di lucro con sede a Gottinga (Germania), che dà notizia della scoperta in Myanmar di una nuova specie di scimmia, il cui numero di esemplari è così esiguo che la include fra le specie più a rischio di estinzione.

Allo studio ha collaborato il London Natural History Museum, dove è conservato un esemplare di Trachypithecus che nel 1913 lo zoologo britannico Guy C. Shortridge aveva raccolto e conservato e dal quale il gruppo di scienziati è partito per la ricerca.

Il Trachypithecus che attualmente include 20 specie suddivise in 4 gruppi, è il genere più geograficamente disperso dei colobini asiatici, scimmie erbivore del vecchio continente, diffuse soprattutto nell’Asia sud-orientale. Nonostante i numerosi studi morfologici e molecolari, tuttavia, la sua storia evolutiva e la filogeografia rimangono poco conosciute.

Confrontando i DNA delle diverse popolazioni di Trachypithecus, selvatiche o in cattività, e gli esemplari storici conservati nei musei, i ricercatori sono giunti alla conclusione che il Trachypithecus phayrei che vive sul monte Popa, vulcano spento nella regione centrale del Myanmar è una specie a sé stante, e lo hanno denominato Popa langur. Si tratta di una piccola scimmia del peso di circa 8Kg, la cui coda misura quasi un metro e ha degli anelli intorno agli occhi e una cresta di pelo in cima alla testa.

Le scimmie sono uno dei gruppi più iconici dei mammiferi e questi esemplari erano già presenti nelle varie collezioni da più di cento anni – ha affermato Roberto Portela Miguez, Senior Curator della sezione mammiferi del Museo di Storia Naturale londinese e co-autore dello Studio – C’erano indizi che il Popa langur fosse una specie completamente nuova, ma prima non c’erano gli strumenti o l’esperienza per condurre questo lavoro. Questo studio dimostra che le collezioni di storia naturale sono una risorsa preziosa e per la ricerca genetica e nel contesto dell’attuale crisi della biodiversità, sono chiaramente ancora più rilevanti e importanti oggi che mai“.

Purtroppo il numero totale di tale specie si aggira attorno a 200-250 esemplari, suddivisi in 4 raggruppamenti, il più numeroso dei quali con oltre 100 esemplari vive, appunto, sul monte Popa che è un monte sacro e luogo di pellegrinaggio, nonché Parco e santuario della fauna selvatica. Ma le minacce permangono.

Il Sacro Monte Popa, uno dei luoghi più iconici del Myanmar.

Sebbene il Monte Popa sia un parco nazionale, il che significa che le specie che si trovano lì sono protette legalmente – ha aggiunto Miguez – la caccia e la deforestazione per l’industria del legno e per la legna da ardere si verificano egualmente”.

Altre minacce includono l‘invasione agricola, il degrado ambientale e l’uso dei suoli, come il pascolo libero del bestiame. I ricercatori esortano le Agenzie internazionali come la IUNC (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) e la CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) ad inserire il Popa langur nei loro elenchi di specie minacciate di estinzione.

La speranza è che dando a questa specie lo status scientifico e la notorietà che merita -ha concluso Miguez – ci siano maggiori sforzi concertati per proteggere quest’area e le poche altre popolazioni rimaste“.

Ma senza un “cambiamento trasformativo” dell’attuale modello socio-economico che ci ha condotto ad erodere la biodiversità che è la base della vita sulla Terra e del benessere dell’umanità, gli obiettivi di salvaguardarla, seppur solennemente assunti, saranno disattesi, come ha denunciato l’ultimo Rapporto della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) che riassume i dati più recenti sullo stato e le tendenze della biodiversità.

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