27 Maggio 2022
Circular economy Sostenibilità

Circularity Gap Report 2022: solo l’8,6% dei materiali usati è circolare

Il nuovo Rapporto Circularity Gap Report evidenzia che, nonostante la correlazione tra consumo di materiali ed emissioni di gas serra mostri la necessità di evitare sprechi di risorse, la circolarità globale sta peggiorando, passando in soli due anni dal 9,1% nel 2018 all’8,6% nel 2020.

Il nostro mondo è circolare solo per l’8,6%. Ciò significa che sprechiamo oltre il 91% di tutti i materiali in uso, mentre continuiamo ad estrarre risorse dalla terra. Per salvaguardare il futuro del nostro pianeta e della sua gente, dobbiamo fare di meglio L’economia circolare offre soluzioni che possono limitare il riscaldamento globale, salvaguardare le nostre limitate risorse naturali e promuovere società eque. Abbiamo il 91,4% di possibilità di fare meglio”.

L’appello giunge da “The Circularity Gap Report 2022” di Circularity Gap Reporting Initiative (CGRI) lanciata da Circle Economy, think tank olandese sostenuto dall’UNEP e dal Global Environment Facility, che fornisce una metrica annuale della circolarità globale, misurando lo stato dell’economia mondiale e identificando le leve chiave per la transizione verso la circolarità globale. 

Il Rapporto giunto alla V edizione è stato presentato il 19 gennaio 2022 online per le restrizioni correlate al Covid-19 che hanno costretto gli organizzatori del World Economic Forum, dove veniva presentato solitamente, a sostituirlo con “Davos Agenda“ (17-21 gennaio 2022) in attesa che possa essere celebrato in presenza, in data non ancora comunicata.

Il Circularity Gap Report, trae motivo della sua redazione dall’annuale Emission Gap Report che monitora ogni anno, come richiesto dalle Parti della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), gli impegni politici assunti dai Paesi per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi. Così come il Rapporto dell’UNEP calcola il divario tra le emissioni emesse e quelle necessarie per cogliere l’obiettivo di 1,5 °C, il Rapporto di Circle Economy calcola il divario tra i quantitativi di materiali “buttati” e quelli che sarebbe necessario riutilizzare per mantenere il riscaldamento globale entro l’obiettivo prefissato.

L’edizione di quest’anno si basa su cinque anni di analisi per mostrare la capacità che avrebbe l’economia circolare di soddisfare equamente i nostri bisogni e desideri globali, ma con materiali ed emissioni radicalmente inferiori. Nei sei anni trascorsi tra le conferenze che hanno fatto notizia nel calendario del clima, l’economia globale ha consumato mezzo trilione di tonnellate di materiali vergini. Ciò significa che tra la COP25 di Parigi, 2015, dove è stato sottoscritto l’Accordo di Parigi, e la COP26 di Glasgow, 2021, è stato estratto il 70% in più di materiali vergini di quanto la Terra può reintegrare in sicurezza.

Non casualmente nell’ultimo “Global Risks Report” del World Economic Forum (WEF), pubblicato la scorsa settimana, la scarsità di materiali è stato inserito tra i 10 più probabili rischi che dovranno essere affrontati nei prossimi anni (8° posto).

In soli 50 anni, l’uso globale dei materiali è quasi quadruplicato, superando la crescita della popolazione. Nel 1972, quando è stato pubblicato il rapporto “I Limiti dello Sviluppo” del Club di Roma, il mondo ha consumato 28,6 miliardi di tonnellate. Nel 2000 il consumo globale di materiali è arrivato a 54,9 miliardi e nel 2019 ha raggiunto i 100 miliardi.

L’aumento dei livelli di rifiuti sta accompagnando la rapida accelerazione dei consumi: in definitiva, oltre il 90% di tutti i materiali estratti e utilizzati viene sprecato. Oppure, al contrario, solo l’8,6% rientra nella nostra economia e sta peggiorando: in soli due anni, la circolarità globale è passata dal 9,1% nel 2018 all’8,6% nel 2020.

L’analisi collega l’uso delle risorse e le emissioni di gas serra ai bisogni e ai desideri fondamentali della società, come mangiamo, ci muoviamo e viviamo, in modo da poter formulare soluzioni efficaci che consentano alla popolazione globale di mantenersi sana entro i confini del pianeta. Ma per sapere come ridurre l’uso dei materiali e le emissioni globali di gas serra, dobbiamo sapere da dove provengono.

Ebbene, il 70% di tutte le emissioni globali di gas serra sono correlate alla lavorazione e all’uso dei materiali. Quindi, a meno che non trasformiamo radicalmente il modo in cui utilizziamo i materiali per soddisfare i nostri bisogni, non possiamo ridurre significativamente le emissioni.

Se l’economia globale si trasformasse in un’economia in cui rifiuti e inquinamento venissero eliminati e prodotti e materiali fossero riutilizzati, si potrebbe ridurre del 28% l’impiego di nuovi materiali e del 39% le emissioni di gas serra.

Circle Economy delinea un totale di 21 soluzioni che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, nell’ambito delle abitazioni, dell’alimentazione, della comunicazione, dell’assistenza sanitaria, dei manufatti di consumo, della mobilità.

Gli impatti delle 21 soluzioni circolari per un percorso a 1,5 °C

Secondo il Rapporto, se si vuole arrivare ad un’analisi strategica per la transizione verso un’economia circolare si deve tener conto delle differenze tra i vari Paesi, come pure degli aspetti che hanno in comune. Sebbene non ci siano due paesi uguali, ci sono comunque evidenti somiglianze tra alcuni di essi, con modelli di sviluppo, problemi e soluzioni comuni che aiutano a contestualizzare identità e problematiche.

A tal fine, sonostati individuati 3 gruppi di Paesi con profili diversi

Profilo Build (Costruisci)
I paesi Build, a basso e basso reddito, vivono entro i confini del pianeta, ma hanno ancora bisogno di costruire un sistema economico che soddisfi i bisogni fondamentali della loro società.
Ospitano il 46% della popolazione mondiale. Attualmente trasgrediscono pochi confini planetari, se non addirittura nessuno, ma lottano per soddisfare i loro bisogni di base, inclusi gli indicatori dell’Indice di sviluppo umano (HDI) come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Le loro economie sono dominate dall’agricoltura e stanno ancora costruendo infrastrutture di base.
Il profilo Build è più rilevante per i paesi dell’Africa subsahariana, oltre ad alcuni piccoli stati insulari e paesi asiatici. I paesi più grandi per popolazione a cui può applicarsi il profilo sono India, Bangladesh, Etiopia, Nigeria, Pakistan e Filippine.

Profilo Grow (Cresci)
I paesi Grow a reddito medio devono continuare a crescere in modo da soddisfare i l propri bisogni sociali, ma devono farlo entro i confini del pianeta.
Ospitano il 37% della popolazione mondiale, si stanno industrializzando rapidamente e costruendo infrastrutture per far uscire la popolazione dalla povertà e accogliere una classe media in crescita
Sono centri di produzione globali e i maggiori produttori agricoli del mondo. Usano il 51% delle risorse e generano il 41% delle emissioni.
Il profilo Grow è più rilevante per i paesi dell’America Latina e del Nord Africa, nonché per quelli con un’economia in transizione nell’Europa orientale, nel Caucaso e nell’Asia centrale, oltre ai paesi asiatici più grandi. I paesi più grandi di questo gruppo sono Cina, Indonesia, Brasile, Messico, Vietnam ed Egitto.

Profilo Shift (Cambia)
I paesi “Shift” a reddito più elevato devono abbandonare il consumo eccessivo delle risorse del pianeta nel soddisfare i propri stili di vita relativamente ricchi e confortevoli.
Ospitano una minoranza della popolazione mondiale, ma consumano il 31% delle risorse e generano il 43% delle emissioni. Tali paesi sono pro capite i maggiori consumatori in tutti i gruppi di risorse; la loro estrazione di combustibili fossili è relativamente elevata, così come la loro partecipazione al commercio globale. Quindi, nonostante gli alti punteggi dell’HDI (Human Development Index) e gli stili di vita confortevoli, questi paesi devono intraprendere un percorso per limitare i propri consumi in linea con le risorse del pianeta.
Il profilo Shift si adatta meglio ai paesi a reddito più alto del nord globale, del Medio Oriente e del continente australiano. I più grandi sono gli Stati Uniti d’America, il Giappone, l’Argentina e i paesi membri dell’Unione europea.

La circolarità non sta diventando una realtà alla velocità o alla scala che questi tempi richiedono, e negli ultimi cinque anni il Circularity Gap Report ha fornito un’analisi essenziale e autorevole per renderlo dolorosamente chiaro – ha dichiarato Kate Raworth, Senior Visiting Research Associate presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford, dove insegna al Master in Environmental Change and Management, conosciuta in particolare per il suo libro best-seller “L’economia della ciambella” – Spero che le edizioni future, nei prossimi cinque anni, saranno in grado di raccontare una storia profondamente diversa, utilizzando metriche innovative e potenti case study che documentino la trasformazione circolare industriale di cui c’è così urgente bisogno”.

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