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CCPI 2020: l’Italia perde ancora 3 posizioni (26° posto)

Il CCPI 2020 (l’indice di performance per contrastare i cambiamenti climatici) di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute, presentato il 10 dicembre 2019 alla COP25 di Madrid, mostra che dopo 4 anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi, nessun Paese sta facendo abbastanza per raggiungere gli obiettivi sottoscritti.

Come da tradizione consolidata, anche quest’anno in occasione della Conferenza sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (COP25), in corso di svolgimento a Madrid (2-13 dicembre 2019) è stata presentata l’edizione 2020 del Climate Change Performance Index (CCPI 2020) il Rapporto sulle prestazioni climatiche di 57 Paesi, più l’UE, sia industrializzati che in via di sviluppo, che sono responsabili di più del 90% della produzione globale di emissioni correlate alla produzione e consumo di energia.

Redatto da Germanwatch, Ong con sede a Bonn che si prefigge di promuovere l’equità globale e la salvaguardia dei mezzi di sussistenza, da Climate Action Network (CAN), la rete delle organizzazioni impegnate a promuovere l’azione di Governi e cittadini finalizzata a limitare i cambiamenti climatici, e NewClimate Institute for Climate Policy and Global Sustainability, Istituto di ricerca sui cambiamenti climatici, per l’implementazione dell’Accordo di Parigi e per il sostegno allo sviluppo sostenibile, il CCPI 2020 viene calcolato sulla base degli obiettivi dell’Accordo di Parigi e degli impegni assunti al 2030 (i cosiddetti National Determined Contributions – NDC) attraverso un indice complessivo a cui concorrono 4 diversi parametri:
– i livelli di emissione, sulla base dei dati forniti dall’International Energy Agencyconcorrono al 40% del peso complessivo (20% per il livello di emissione dell’anno preso in considerazione e  20% per il trend nel corso degli anni);
– il 20% viene assegnato per lo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%);
– il 20% per i consumi energetici;
– il 20% alle politiche climatiche (10% per quelle nazionali e 10% per quelle internazionali), basate su un sondaggio tra oltre 200 esperti climatici di ONG e think tank dei  rispettivi Paesi  interessati.

Il nuovo indice sulle prestazioni di contrasto ai cambiamenti climatici mostra segni di un’inversione di tendenza globale delle emissioni, compreso il calo del consumo di carbone – ha affermato Ursula Hagen di Germanwatch e co-autrice del Rapporto – Tuttavia, molti grandi Paesi stanno ancora cercando di resistere a questa tendenza, soprattutto da parte degli Stati Uniti. Ci sono opportunità per fermare l’aumento delle emissioni globali, ma molto dipenderà da ulteriori sviluppi in Cina e dalle elezioni negli Stati Uniti. Entrambi i Paesi si trovano a un bivio“.

Anche il CCPI 2020 non assegna i primi 3 posti della classifica , perché nessun Paese è riuscito a mettere in campo le politiche in grado di contribuire seriamente a vincere la sfida climatica per mantenere il riscaldamento globale entro i +2 °C, figuriamoci per fare ogni sforzo per limitarlo a +1,5 °C, come prevede l’Accordo di Parigi.

Come l’anno scorso, la Svezia guida la classifica per effetto di un’ambiziosa politica climatica e una continua crescita delle rinnovabili. Segue la Danimarca che fa un balzo in avanti di 10 posizioni rispetto all’anno scorso, e completa il podio il Marocco. Quindi si classificano nell’ordine: Gran Bretagna; LituaniaIndia e Finlandia. Anche se può sorprendere che l’India con le città più inquinate del mondo possa avere tale prestigiosa posizione, c’è da sottolineare come sia ancora molto bassa la quota di emissioni per abitante e come abbia implementato negli ultimi anni la diffusione delle energie rinnovabili.

Ben 8 Paesi dell’UE hanno un punteggio“alto”, ma altrettanti ne hanno conseguito uno “basso” e due addirittura “molto basso” (Bulgaria, 49° posto e Polonia, 50°). Il Paese dell’UE che lo scorso anno aveva la peggior performance (Irlanda) ha risalito la classifica di sette posizioni (41°).

L’UE è al 22° posto e la Germania al 23° entrambe con un punteggio “medio”. Mentre la Germania avanza di 4 posti, grazie alla recente approvazione dell’ambizioso pacchetto clima che prevede, tra l’altro, l’abbandono del carbone entro il 2038, l’UE nell’insieme, viceversa, retrocede di 6 posizioni rispetto all’anno scorso a causa della scarsa efficacia delle politiche nazionali che rischiano di compromettere il conseguimento degli obiettivi al 2030 per clima ed energia.

Il recente Rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) sottolinea che con le attuali politiche degli Stati membri si può raggiungere solo una riduzione del 30% delle emissioni entro il 2030, mentre con l’attuazione di tutte le politiche programmate potrebbero essere ridotte del 36%, ma raggiungere l’obiettivo previsto del 40% è del tutto improbabile.

L’ Italia si colloca al 26° posto, perdendo 3 posizioni rispetto alla scorsa edizione, a causa della scarsa efficacia delle politiche nazionali che rischiano di compromettere il raggiungimento degli obiettivi al 2030 per clima ed energia.
L’Italia può e deve fare la sua parte nella lotta alla crisi climatica, ma serve un drastico cambio di passo rispetto al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima proposto dal governo – ha dichiarato Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente, l’Associazione che assieme a Italian Climate Network e Friends o the Earth ha contribuito alla stesura del report – Nel piano italiano non si va oltre una prospettiva di riduzione delle emissioni di appena il 37%, con una proiezione al 2050 del 64%. Obiettivo ben al di sotto delle possibilità del nostro Paese, come abbiamo recentemente dimostrato presentando una roadmap che consentirebbe di anticipare la completa decarbonizzazione della nostra economia grazie ad un pacchetto di misure ambizioso e perfettamente praticabile da subito”.

La Cina, il più grande emettitore globale, migliora ancora la sua posizione e si piazza al 30° posto (punteggio medio), per l’aumento negli ultimi anni della quota di energie rinnovabili nel mix energetico e per la buona valutazione delle politiche annunciate. Tuttavia le scarse prestazioni in termini di emissioni e di efficienza energetica continuano a pesare notevolmente. Se poi dovesse implementare i suoi programmi per le nuove centrali elettriche a carbone, potrebbe ricadere in fondo alla classifica.

Fanalino di coda del CCPI 2020 sono gli Stati Uniti che “strappano” l’ultimo posto (61°) che era stato sempre occupato dall’Arabia Saudita. Sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno valutazioni ‘basse’ o ‘molto basse’ in quasi tutte le categorie: nella categoria ‘politiche climatiche’ solo l’Australia ha registrato risultati peggiori; mentre in altre hanno ottenuto 0 punti su 100 disponibili.

Questa valutazione su basi scientifiche mostra in particolare che i grandi inquinatori del clima non fanno quasi nulla per la transizione – ha sottolineato Stephan Singer di CAN e co-autore del Rapporto – Abbiamo bisogno di riduzioni profonde delle emissioni per frenare la corsa ai cambiamenti climatici potenzialmente irreversibili. Se avessimo tenuto conto anche del supporto finanziario delle nazioni ricche alle perdite e ai danni subiti dai Paesi poveri per gli impatti dei cambiamenti climatici, anche i vari Paesi europei che occupano i primi posti della classifica avrebbero ottenuti risultati molto più bassi”.

Ricordiamo che il Meccanismo internazionale per le perdite e i danni (WIM) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), approvato alla COP19 di Varsavia, prevede il “risarcimento” dei Paesi ricchi per quelli poveri che già oggi subiscono gli impatti dei cambiamenti climatici.

Un recente Rapporto presentato alla vigilia della COP25 ha calcolato che USA ed UE, sulla base delle loro responsabilità e capacità di agire, dovrebbero sostenere oltre la metà dei finanziamenti per le azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici dei Paesi poveri.

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