2 Dicembre 2021
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Buco dell’ozono: scoperte emissioni di composti pericolosi

Un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS rileva la presenza in atmosfera per la prima volta di tre composti, proibiti dal Protocollo di Montreal per causare il buco dell’ozono, grazie ai dati prodotti dalla rete globale AGAGE di cui fa parte l’Osservatorio climatico “O. Vittori” sul Monte Cimone, gestito dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR).

Un gruppo internazionale di scienziati, tra cui Michela Maione e Igor Arduini dell’Università di Urbino e associati all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISAC), ha rilevato la crescita dei livelli atmosferici globali di 3 idroclorofluorocarburi, sostanze chimiche che provocano il buco dell’ ozono, la cui produzione ed uso sono proibiti dal Protocollo di Montreal.

Il Protocollo di Montreal sulle sostanze provocano il buco dell’ozono, lo storico accordo ambientale multilaterale del 1987 che regola la produzione e il consumo di quasi 100 sostanze chimiche denominate sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS). Dopo l’eliminazione dei clorofluorocarburi (CFC), si è scoperto che i loro sostituiti, gli idrofluorocarburari (HFC) sono dei potenti gas serra di breve durata che contribuiscono ai cambiamenti climatici, intrappolando fino a 15.000 volte più calore dell’anidride carbonica. Da qui la necessità di approvare l’emendamento di Kigali.

L’ultima valutazione sulla riduzione dell’ozono (2018) ha concluso che lo strato di ozono è sulla via del recupero e del potenziale ritorno dei valori ai livelli precedenti al 1980 entro il 2060, a causa della lunga durata delle sostanze chimiche nell’atmosfera.

Proprio all’inizio del 2021 l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) aveva comunicato che in dicembre si era finalmente chiuso il buco dell’ozono antartico che aveva raggiunto il picco di circa 24,8 milioni di chilometri quadrati il ​​20 settembre 2020, diffondendosi su gran parte del continente antartico.

Le ultime due stagioni del buco dell’ozono dimostrano la sua variabilità di anno in anno migliorando la nostra comprensione dei fattori responsabili della sua formazione, estensione e gravità – aveva dichiarato Oksana Tarasova, a capo della Divisione di ricerca sull’ambiente atmosferico della rete di monitoraggio del WMO Global Atmosphere WatchAbbiamo bisogno di un’azione internazionale continua per applicare il Protocollo di Montreal sulle sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono. Ci sono ancora abbastanza sostanze che riducono lo strato di ozono nell’atmosfera da causarne la riduzione su base annuale“.

L’immagine raffigura il buco dell’ozono sull’Antartico nel 2020 (Fonte: NASA)

Per cui è importante il monitoraggio continuo affinché gli Accordi internazionali vengano rispettati, come ha testimoniato appunto lo Studio Unexpected nascent atmosmopheric emissions of three vozone-depleting hydrochlorofluorocarbons”, pubblicato il 2 febbraio 2021 sulla prestigiosa rivista PNAS.

La messa in rete delle misure globali e la relativa analisi modellistica hanno permesso di identificare quale sia la regione del globo maggiormente responsabile delle emissioni: l’Asia orientale, dove i composti sono emessi come intermedi di produzione dell’industria dei fluorocarburi  – ha spiegato la Prof.ssa di Chimica dell’Ambiente Michela MaioneQuesto studio dimostra la necessità di introdurre nel Protocollo di Montreal emendamenti che regolino le emissioni non intenzionali, che al momento non sono previsti”.

Il team analizzando i campioni d’aria raccolti dalla rete globale di misurazione AGAGE (Advanced Global Atmospheric Gas Experiment) ha trovato il composto idroclorofluorocarburo (HCFC132b), che non era mai stato rilevato prima in atmosfera. Guardando i campioni d’aria archiviati, HCFC-132b si era presentato per la prima volta circa 20 anni fa. Da allora, le concentrazioni atmosferiche della sostanza chimica che sembra provenire dalle fabbriche dell’Asia orientale, sono aumentate costantemente. Quel che è misterioso è che non si conoscono applicazioni pratiche di tale sostanza.

Nel 2018 i ricercatori della NOAA statunitense avevano appurato una violazione del Protocollo di Montreal da parte della Cina, dove è stata poi accertata la presenza di impianti industriali che dal 2013 producevano illegalmente CFC-11, un composto utilizzato per la creazione di schiume poliuretaniche fortemente dannoso per l’ozono – ha concluso la ricercatrice di Uniurb e Cnr-Isac –  Questa rivelazione ha portato il Governo cinese a prendere provvedimenti immediati che hanno dato dei frutti, come dimostrano due articoli appena pubblicati su Nature: le emissioni di CFC-11 dalla Cina orientale sono tornate a diminuire, con conseguente limitazione dei potenziali danni all’ozono stratosferico”.   

Le emissioni di CFC-11 sono aumentate notevolmente nel nord-est della Cina tra il 2008-2012 e il 2014-2017 e sono tornate ai livelli precedenti nel 2019. Le emissioni erano concentrate nelle province cinesi di Shandong e Hebei (Immagine: AGAGE / NASA Earth Observatory).

La comunità scientifica sta attualmente lavorando intensamente su sistemi di osservazione e modellazione per consentire la stima indipendente delle emissioni per i principali gas serra a livello nazionale, specie con l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi in base al quale vari Paesi dovranno ridurre drasticamente le proprie emissioni e c’è la necessità di una verifica indipendente.  

In copertina: L’Osservatorio climatico “O. Vittori” sul Monte Cimone, gestito dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR)

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