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Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Harvard e dell’Istituto francese per ricerca in agricoltura è destinato a far discutere, proponendo la necessità di sperimentare nuovi vitigni senza più le strettoie costituite dai disciplinari (DOC), perché il “terroir” per effetto dei cambiamenti climatici non è più lo stesso e la globalizzazione del mercato che ha ridotto a pochi varietà la produzione vinicola è nemica della diversificazione imposta dalla necessaria resilienza.

Oggi i produttori di vino si trovano nella condizione di dover scegliere tra sperimentare proattivamente nuove varietà di vitigni o rischiare di subire le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in corso.
A dirlo è lo Studio “From Pinot to Xinomavro in the world’s future wine-growing regions”, pubblicato il 2 gennaio 2018 su Nature Climate Change (Vol. 8, Issue 1) e condotto da ricercatori del Dipartimento di Biologia Organismica ed Evolutiva dell’Università di Harvard (Stati Uniti)) e Istituto Francese per la Ricerca in Agricoltura (INRA) di Parigi.

I ricercatori per il loro studio hanno utilizzato, in particolare la “collezione ampelografica” unica al mondo dell’INRA, costituita da vitigni provenienti da 54 Paesi , con 2.700 varietà di uva, 350 uve e viti selvatiche, 1.100 ibridi, 400 portinnesti e 60 specie di vitacee.

Secondo gli autori, quantunque i viticoltori siano riluttanti a provare nuove varietà di uva, a quanto pare per proteggere il gusto dei vini, alla fine dovranno rinunciare alle loro consuetudini.
Con l’aumento delle temperature sarà difficile per molte regioni continuare a coltivare i vitigni attuali – ha affermato Elizabeth Wolkovich, Docente di Biologia evolutiva all’Università di Harvard e coordinatrice della ricerca – Tuttavia alcune varietà esistenti si sono adattate meglio a climi più caldi e tollerano meglio la siccità rispetto alle 12 che alimentano l’80% del mercato. Dovremmo studiarle per prepararci ai cambiamenti climatici”.

Nel nuovo Mondo, dagli Stati Uniti all’Australia il 70% – 80% dei vigneti è occupato da appena 12 varietà, e in Cina il Cabernet Sauvignon rappresenta da solo il 75% del totale produttivo.
Nel Nuovo Mondo il consumatore chiede una bottiglia di Pinot Nero o di Cabernet, anche se il gusto varia enormemente in base all’area di produzione – ha spiegato la Wolkovich – Nel Vecchio Continente la situazione è diversa, c’è l’arte di miscelare mosti e vini. In Europa meridionale le varietà presenti sono più numerose. Esistono però delle norme stringenti. Per produrre lo Champagne, ad esempio, è autorizzato l’uso di nove vitigni, ma il grosso lo fanno il Pinot Meunier, il Nero e lo Chardonnay. Per i vini di Borgogna si usano Pinot Nero e Chardonnay con Gamay e Aligoté”. 

Nel Vecchio Continente ci sono oltre 1.000 varietà di vitigni piantati e alcuni di loro si sono adattate all’aumento delle temperature e alla diminuzione delle precipitazioni effetto dei cambiamenti climatici. Sfortunatamente, secondo i ricercatori, convincere i produttori di vino a provare varietà diverse di uve è difficile e la ragione spesso deriva dall’attuale concetto di terroir ovvero dall’idea che il sapore debba riflettere il luogo e le modalità di coltivazione, lasciando poco spazio al cambiamento.

Nelle regioni leader della produzione vinicola c’è il problema del ‘terroir’ storico che rende grande un vino, ma se riconosci che sono in atto i cambiamenti climatici, di fatto ammetti che il tuo terroir sta cambiando – ha osservato la Wolkovich – Eppure in molte di quelle regioni non c’è molta disponibilità a parlare di cambiamento delle varietà. Ed anche se ci fosse una tale apertura, non siamo ancora in grado di indicare loro quali altre varietà potrebbero meglio adattarsi ai cambiamenti climatici”.

Lo studio suggerisce la necessità di coinvolgere maggiormente i vignaioli nella sperimentazione e nella valutazione di nuove varietà di uva, incoraggiando i viticoltori a condividere i loro dati con gli scienziati, ad esempio attraverso esperimenti scientifici partecipativi, al fine di costruire insieme strategie per adattarsi al clima di domani ed evitare di subire gli effetti negativi del clima sulle loro produzioni.

In alcune regioni, in particolare in Europa, sarà necessario rimuovere anche alcuni impedimenti, compresi i regolamenti quali quelli sulle denominazioni di origine protette (DOC), al contempo il consumatore deve adattarsi e cambiare le sue abitudini, per essere pronto a degustare nuovi vini da vitigni meno noti.
Rispetto al globalizzazione del mercato, bisogna cambiare rotta, scegliendo ciò che si adatta meglio alle mutazioni ambientali, sottolineano i ricercatori, la ristrettezza rema contro la resilienza che di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici richiede la diversificazione.

Se in luoghi più freschi servirà una varietà che matura velocemente come il Pinot Nero, nelle zone calde si adattano meglio varietà che maturano lentamente nel corso dell’estate, come il greco Xinomavro.
Se vuoi comprare del buon vino – ha concluso la Wolkovich – smetti di guardare le etichette e ascolta le tue papille gustative”.

In copertina: Grappoli di uva Xinomavro, vitigno autoctono grec

 

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