Caricamento...

Type to search

Condividi

Secondo un nuovo Rapporto della FAO, per effetto dei cambiamenti climatici entro il 2050 il potenziale di pesca delle zone economiche marine potrebbe ridursi fino al 12%, e ne risentiranno anche le produzioni dei sistemi idrici interni e l’acquacoltura, con pesanti conseguenze per i mezzi di sostentamento di milioni di persone.

Secondo il RapportoImpacts of climate change on fisheries and aquaculture – Synthesis of current knowledge, adaptation and mitigation options”, la pubblicazione più completa sui cambiamenti climatici e sulla pesca mai fatta prima,  rilasciata dalla FAO l’11 luglio 2018, entro il 2050 i cambiamenti climatici avranno alterato la produttività di molte delle attività di pesca marina e di acqua dolce del pianeta, con pesanti conseguenze per i mezzi di sostentamento di milioni di persone tra le più povere al mondo.

Il Rapporto di 654 pagine comprende sia nuove ricerche che una sintesi unica delle più recenti informazioni scientifiche su come un clima mutevole stia alterando gli oceani, i laghi e i fiumi del mondo e ridisegnando le vite delle comunità che da essi dipendono.

Il potenziale produttivo della pesca nelle esclusive zone economiche marine (ZEE) – quelle fasce di 200 miglia di territorio marino adiacente alle coste – che ogni nazione costiera ha il diritto di sfruttare – potrebbe diminuire in media meno del 12%, ma questo maschera fluttuazioni più significative del potenziale produttivo a livello regionale, suggeriscono i modelli.

Anche il sistema idrico interno, critico ma spesso trascurato, afferma il Rapporto, che comprende 5 dei Paesi meno sviluppati al mondo tra i primi 10 produttori di pesce e che fornisce ogni anno 11,6 milioni di tonnellate di cibo destinato al consumo umano, ne risentirà.

Questi impatti sono legati alle variazioni della temperatura dell’acqua e dei livelli di pH, ai cambiamenti nei modelli di circolazione oceanica, all’innalzamento del livello del mare e alle alterazioni delle precipitazioni e delle tempeste che faranno cambiare la distribuzione e la produttività delle specie, sbiancare i coralli e diffondersi di malattie acquatiche tra gli altri effetti.

Una serie di studi di casi si concentra sulle sfide – oltre a soluzioni di adattamento già esplorate – in 13 grandi aree marine che vanno dall’Artico al Mediterraneo.

Il capitolo chiave fornisce strumenti di adattamento e opzioni per aiutare i Paesi a farvi fronte in modi che consentiranno loro di adempiere agli impegni di adattamento contemplati dall’Accordo sul clima di Parigi. “Con misure opportune – si sottolinea nel Rapporto – l’impatto dei cambiamenti climatici può essere ridotto al minimo”.

Intervenendo al lancio del Rapporto, il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva si è appellato alla comunità internazionale perché fornisca supporto adeguato ai Paesi per adattarsi ai cambiamenti climatici.  In particolare, Graziano da Silva ha invitato i Paesi membri del Consiglio direttivo del Fondo Verde per il Clima a risolvere i loro disaccordi sui finanziamenti.

Corriamo il rischio di esaurire l’elemento più potente dell’Accordo di Parigi sul Clima –  ha affermato il Direttore della FAO – Quando abbiamo firmato l’Accordo di Parigi, aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi era una condizione imprescindibile e la sua mancata realizzazione significherebbe fallire nell’implementazione dell’Accordo stesso”.
Il mancato accordo in sede di consiglio la settimana scorsa riguardo al rifinanziamento del Fondo stesso significa che questo potrebbe esaurirsi già l’anno prossimo, ha sottolineato il Direttore Generale.

In un esercizio di modellizzazione del Rapporto, basato sullo scenario “forte mitigazione” dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la produzione di pesca nelle zone economiche marine dei Paesi diminuirebbe tra il 2,8% e il 5,3% entro il 2050. Sotto il modello BAU (business as usual), la diminuzione potrebbe variare entro lo stesso periodo dal 7% al 12,1%.

Le maggiori diminuzioni sono attese nelle zone economiche marine dei Paesi tropicali, soprattutto nel Pacifico meridionale, mentre nelle regioni di latitudine più elevata il potenziale di cattura probabilmente aumenterà.

Il Rapporto sottolinea che anche nelle zone in cui la produttività sarà negativa, le catture di pesce potrebbero continuare a crescere, qualora i Paesi attueranno adeguate misure di adattamento e regimi di gestione della pesca efficaci.

Cambiamenti nei livelli di cattura avverranno in parte a causa delle specie ittiche che cambiano la loro distribuzione geografica per rispondere ai cambiamenti climatici. Questo è già stato ben documentato nell’Atlantico nord-orientale e nord-occidentale e anche per il tonno di alto valore. I cambiamenti nei modelli di distribuzione e migrazione di questo pesce potrebbero avere un impatto significativo sui redditi nazionali dei Paesi da esso economicamente dipendenti, in particolare dei Piccoli Stati Insulari in via di sviluppo della regione del Pacifico.

Man mano che questi cambiamenti di distribuzione delle specie avranno luogo, saranno necessari nuovi accordi tra i pescatori all’interno delle flotte pescherecce nazionali e tra i Paesi per consentire risposte coordinate, osserva il Rapporto.

Uno Studio condotto da un team internazionale di ecologisti marini, pescatori, sociologi e avvocati, coordinati dall’Università della British Columbia (Canada) e pubblicato lo scorso mese, analizzando 892 stock ittici di tutto il mondo, ha constatato che molte specie per effetto dei cambiamenti climatici in atto si stanno dirigendo verso i Poli, in aree controllate da altri Paesi rispetto a quelli che tradizionalmente li catturavano, con il rischio di alimentare tensioni e dispute internazionali, oltre al pericolo di sovrasfruttamento, riduzione dell’offerta di cibo e di posti di lavoro, se non si interviene per tempo con accordi per la loro gestione congiunta.

Anche gli impatti produttivi sui sistemi idrici interni varieranno da luogo a luogo, ma nessuna regione del mondo ne sarà immune. Il Rapporto fornisce stime su come cambierà il clima, l’uso dell’acqua e lo stress della popolazione in 149 Paesi, e analizza l’evoluzione futura dei fiumi Yangtze, Gange e Mekong in Asia; il bacino del fiume Congo e il sistema dei Grandi Laghi in Africa; in Europa, i laghi interni della Finlandia; e in Sud America, i bacini dei fiumi La Plata e Amazzoni.

Nel caso dell’acquacoltura d’acqua dolce, Vietnam, Bangladesh, Laos e Cina sono considerati i Paesi più vulnerabili, mentre per l’acquacoltura marina, sono la Norvegia e il Cile, a causa dei loro sistemi di piscicoltura marina e della loro dipendenza da poche specie.

Il Rapporto sottolinea, inoltre, che esistono già una serie di strumenti di gestione della pesca che possono essere utilizzati per rispondere ai cambiamenti climatici, ma molti dovranno essere riorganizzati per rispondere a esigenze specifiche in contesti specifici.

Per garantire che gli adattamenti siano sinergici e non comportino un disadattamento, la FAO li raggruppa in 3 categorie: risposte istituzionali e di gestione; rafforzamento e diversificazione dei mezzi di sostentamento delle persone; attenuazione dei rischi e sostegno alla capacità di risposta.

La sfida dei cambiamenti climatici può essere affrontata – conclude la FAO – e questo nuovo Rapporto indica come farlo in modo efficace, riducendo al minimo gli impatti e massimizzando le opportunità”.

Tags:

Potrebbe interessarti anche...

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *