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Secondo un nuovo Studio, dal 1991 gli oceani di tutto il mondo hanno assorbito ogni anno una quantità di energia termica pari a 150 volte l’energia prodotta dagli esseri umani come elettricità, superiore del 60% rispetto a quella prevista nel Rapporto (A5R) dell’IPCC, suggerendo che il nostro Pianeta è più sensibile alle emissioni da combustibili fossili di quanto pensato.

È stato pubblicato il 1° novembre 2018 sulla rivista Nature lo Studio “Quantification of ocean heat uptake from changes in atmospheric O2 and CO2 composition”, condotto da Scripps Institution of Oceanography (SIO), uno dei centri più antichi e più grandi per la ricerca scientifica della Terra e degli Oceani che fa parte della Università di California (San Diego), e Princeton Environmental Institute (PEI) della Princeton University (New Jersey), finanziato dall’Agenzia federale statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e dal PEI.

I ricercatori hanno scoperto che gli oceani hanno incamerato ogni anno, tra il 1991 e il 2016, 13 zetta Joule (Joule è l’unità standard di misura dell’energia e il prefisso Z indica che è seguita da 21 zero), “superiore di oltre il 60% di quella indicata nel 5° Rapporto di valutazione (AR5) del Gruppo di esperti dell’ONU sui cambiamenti climatici (IPCC), 2014 sui cambiamenti – ha dichiarato Laure Resplandy, ricercatrice post-dottorato al SIO e ora Assistente di Professore presso il PEI, autrice principale dello Studio – Immaginate che l’oceano fosse profondo solo 30 piedi (9,1m.), dai nostri calcoli si sarebbe surriscaldato di 6,5 °C ogni decennio, mentre con le stime dell’IPCC l’aumento sarebbe di soli 4 °C”.

Gli scienziati sanno che l’oceano assorbe approssimativamente il 90% di tutta l’energia in eccesso prodotta dalla Terra, quindi conoscere la quantità effettiva di energia rende possibile la stima del riscaldamento superficiale che dobbiamo attenderci ha affermato a sua volta Ralph Keeling, geofisico del SIO – Il risultato aumenta significativamente la fiducia nelle stime che possiamo fare sul riscaldamento degli oceani e quindi aiutare a ridurre l’incertezza nella sensibilità climatica, in particolare escludendo ogni possibilità che sia molto bassa“.

La sensibilità climatica serve a valutare le emissioni ammissibili per le strategie di mitigazione. Nell’ultimo decennio, la maggior parte dei climatologi ha concordato che qualora le temperature medie globali superassero i livelli pre-industriali di 2 °C, è quasi certo che la società dovrà affrontare conseguenze diffuse e pericolose dei cambiamenti climatici.
Le scoperte dei ricercatori suggeriscono che se la società vuole evitare che le temperature salgano al di sopra di tale soglia – ha sottolineato Resplandy- le emissioni di anidride carbonica, il principale gas serra prodotto dalle attività umane, devono essere ridotte del 25% rispetto a quanto precedentemente stimato. I risultati che abbiamo ottenuto sono i primi a derivare da una tecnica di misurazione indipendente dal metodo dominante che sta dietro l’attuale ricerca.. Le stime precedenti si basavano su milioni di misurazioni puntuali della temperatura oceanica, che sono state interpolate per calcolare il contenuto di calore totale. Le lacune nella copertura, tuttavia, rendono incerto questo approccio. Una rete di sensori robotici, noti come Argo, ora effettua misurazioni complete della temperatura e della salinità oceanica in tutto il mondo, ma i dati completi partono dal 2007 e misurano solo la metà superiore dell’oceano. Negli ultimi anni sono state fatte diverse revisioni del contenuto di calore, utilizzando i dati sulla temperatura oceanica – inclusi quelli recenti di Argo – che hanno portato a revisioni al rialzo della stima dell’IPCC”.

Resplandy e gli altri co-autori (oltre a quelli del SIO e del PEI hanno contributi scienziati dell’Università cinese di Fudan, della Scuola Normale Superiore di Parigi, del Centro statunitense per la Ricerca in Atmosfera (NCAR), del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory (GFDL) del NOAA e del GEOMAR Helmholtz Centre for Ocean Research di Kiel hanno utilizzato le misurazioni ad alta precisione di ossigeno e anidride carbonica nell’aria di Scipps per determinare la quantità di calore che gli oceani hanno accumulato durante l’arco di tempo studiato. Per misurare il calore dell’oceano hanno preso in esame la quantità combinata di O2 e CO2 nell’aria, chiamata “ossigeno potenziale atmosferico” o APO, che si basa sulla loro minor solubilità in acqua più calda.

Mentre l’oceano si riscalda, questi gas tendono ad essere rilasciati nell’aria, aumentando i livelli di APO che è influenzato anche dall’uso di combustibili fossili e da un processo oceanico che implica l’assorbimento di CO2 in eccesso.Confrontando i cambiamenti nell’APO osservati con quelli attesi a causa dei combustibili fossili e dell’assorbimento di anidride carbonica, i ricercatori sono stati in grado di calcolare la quantità di APO emanata dall’oceano che sta diventando più calda: la somma costituisce il contenuto di energia termica dell’oceano.

Nel corso della Conferenza “Our Ocean” (Bali, 29-30 ottobre 2018), la Commissione UE tra i nuovi impegni annunciati per 300 milioni di euro che si aggiungono ai 500 già impegnati lo scorso anno, ha inserito il finanziamento con 5 milioni di euro per avviare la progettazione di nuovi modelli di previsione meteorologica oceanica, che “aiutare meglio il processo decisionale per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici e costruire la resilienza ai rischi climatici nel mondo intero, come le mareggiate, l’erosione costiera e le inondazioni”.

In copertina: Immagine di ricerca oceanografica (Fonte: Princeton University- Department of Geosciences/foto di Abigale Wyatt)

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