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Con un nuovo modello idrologico basato sugli isotopi dell’acqua contenuti nel gesso, ricercatori anglo-statunitensi ritengono che la siccità prolungata per più anni, con conseguenti crolli dei raccolti di mais, base dell’alimentazione dei Maya, sia stata la causa del loro crollo, come accaduto in Asia per la civiltà Khmer. Il caso della crisi idrica sofferta nei mesi scorsi da Città del Capo ci ammonisce che, pur con le nostre moderne tecnologie, non siamo al riparo da eventuali penurie di tale risorsa, la cui disponibilità al 2050 è prevista in calo.

Ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’Università della Florida ritengono di aver finalmente individuato la causa del crollo della civiltà Maya (IX-X secolo), quando decaddero le dinastie e i Maya abbandonarono le loro magnifiche città calcaree. I Maya continuarono ad abitare nelle giungle della penisola dello Yucatan in piccole comunità, ma mai più raggiunsero la sviluppata economia e i vertici artistici della loro architettura monumentale del periodo Classico (250 d.C – 800 d,C).

Con il sostegno del Consiglio europeo della ricerca, i ricercatori hanno aperto la strada a una tecnica per misurare gli isotopi dell’acqua contenuti nel gesso, minerale che si accumula durante i periodi di siccità nel lago Chichancanab nello Stato messicano dello Yucatán che è stato il centro della civiltà Maya. In condizioni di siccità, evapora più acqua e gli isotopi più leggeri dell’acqua evaporano rapidamente e l’acqua del lago diventa più pesante. La presenza di isotopi più pesanti come l’ossigeno-18 e l’idrogeno-2, quindi, indica un periodo di siccità.

Quando si forma il gesso, le molecole dell’acqua vengono incorporate direttamente nella sua struttura cristallina e quest’acqua registra i diversi isotopi presenti nell’antica acqua del lago al momento della sua formazione – ha affermato Nicholas Evans del Godwin Laboratory for Palaeoclimate Research del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Cambridge e principale autore dello Studio “Quantification of Drought During the Collapse of the Classic Maya Civilization” , pubblicato su ScienceQuesto metodo è molto preciso ed è quasi come misurare l’acqua stessa”.

Così i ricercatori hanno scoperto che al momento del collasso della civiltà Maya, le precipitazioni annuali erano diminuite tra il 41% e il 54% rispetto agli attuali livelli, e fino al 70% in meno durante il periodo peggiore di siccità, con conseguenti crolli dei raccolti di mais che, come si sa, era la base dell’alimentazione dei Maya.

Il ruolo avuto dai cambiamenti climatici nel crollo dei Maya era finora controverso perché le registrazioni sono limitate, ma per Evans, “lo studio rappresenta un progresso sostanziale in quanto fornisce stime statisticamente solide delle precipitazioni e livelli di umidità durante la caduta Maya“.

Le teorie in competizione sul crollo dei Maya abbondano, tra cui la guerra, l’invasione, l’esaurimento delle risorse ambientali e il deterioramento del commercio, ma i ricercatori sono stati in grado di mettere insieme documenti sul clima che mostravano una correlazione tra la caduta dei Maya e una lunga e profonda siccità. Nel 1995, il Professor David Hodell, Direttore del Laboratorio Godwin e co-autore dello studio, aveva documentato le prime prove fisiche riguardanti la siccità sul lago Chichancanab e il correlato crollo della civiltà Maya.

Mappando la proporzione dei diversi isotopi contenuti all’interno di ogni strato di gesso, Hodell e colleghi sono stati in grado di realizzare un modello idrologico completo in termini di precipitazioni e umidità relativa nel Periodo Classico Terminale, quando avvenne il collasso Maya.

La siccità sarebbe stata la causa anche della caduta dell’Impero Khmer (XIV e XV secolo) che nel momento di maggior splendore includeva, oltre la Cambogia, Laos e Vietnam, e dell’abbandono da parte della popolazione della capitale Angkor, la città “idraulica” più “diffusa” dell’età preindustriale, di cui rimangono gli splendidi templi che, riassorbiti dalla giungla, rimasero nascosti fino all’arrivo di esploratori francesi nell’Ottocento, e quindi, con bonifiche e restauri che proseguono tuttora, sono stati riportati alla luce.

Angkor nel momento di maggior splendore contava una popolazione tra 500mila e un milione di abitanti e si estendeva su oltre 1.000 km2. Il suo sviluppo fu possibile grazie ad una tecnologia di gestione e conservazione delle acque che si reggeva su un sistema di canali, dighe e serbatoi che aveva permesso ai suoi abitanti di coltivar riso per tutto l’anno.

Per provare che periodi di severa e lunga siccità, tali da determinare un impatto notevole nell’approvvigionamento idrico e sulla produzione agricola, si è studiata la struttura degli anelli di un esemplare di 979 anni di Fokienia hodginsii, albero della famiglia delle Cupressaceae, presente nel parco nazionale vietnamita di Bidoup Nui Ba e distante 700 km. da Angkor.

In particolare, dai nuclei estratti dalla pianta senza danneggiarla, gli studiosi hanno potuto individuare le prove di due gravi periodi di siccità: tra il 1362 e il 1392, il primo; dal 1415 al 1440, un po’ più breve ma più grave, il secondo.

Se grandi civiltà del passato sono finite a causa della siccità, non si deve ritenere che al giorno d’oggi queste crisi idriche non possano avvenire.
Il recente caso della Città del Capo, un’importante città moderna del mondo sviluppato, che ha rischiato a maggio di quest’anno di rimanere senz’acqua dopo tre anni di prolungata siccità, e che ha evitato il “Day zero”, grazie ad un austero razionamento, all’uso della dissalazione e del riuso delle acque, sta lì ad ammonire sulla necessità di un’oculata gestione della preziosa risorsa.

Secondo il World Water Development Report 2018 (WWD) di UN-Water:
– entro il 2050, la popolazione mondiale sarà cresciuta di circa 2 miliardi di individui e la domanda globale di acqua potrebbe essere superiore del 30% rispetto a oggi,
– attualmente l’agricoltura assorbe il 70% dei prelievi globali di acqua, soprattutto per l’irrigazione, una percentuale che tende ad aumentare nelle aree con elevato stress idrico e alta densità di popolazione;
– l’industria preleva il 20% del totale, prevalentemente ad opera del settore energetico e di quello manifatturiero;
– il restante 10% è destinato agli usi domestici, tra cui quella per bere costituisce una percentuale molto inferiore all’1%.

In copertina: La piramide di Kukulkán, nota anche come El Castillo, monumento piramidale al centro del complesso archeologico dell’antica città Maya di di Chichén Itzá (fonte: Science News – foto di Daniel Schwen)

 

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