WRI: i biocarburanti sottraggono terre e cibo

WRI: i biocarburanti sottraggono terre e cibo

Il World Resources Institute ha pubblicato un Rapporto della serie “Assicurare un futuro alimentare sostenibile” che mette in discussione le politiche delle economie occidentali di investimenti e incentivi per colture dedicate alla produzione di biocarburanti, la cui efficienza in termini energetici e di riduzione delle emissioni sarebbero troppo ottimistiche, a scapito della produzione agricola alimentare la cui crescita è necessaria non solo per far fronte alle esigenze di crescita della popolazione, ma anche per ridurre la povertà e offrire posti di lavoro.

campo colza


Il World Resources Institute (WRI), prestigioso think tank internazionale con sede a Washington, di cui è Presidente Andrew Steer, già Economista di alto livello della Banca Mondiale e Membro del Gruppo di alto livello del Segretario dell’ONU Ban Ki-moon per l’Iniziativa “Energia sostenibile per tutti”, ha pubblicato il 9° Rapporto della serie “Assicurare un futuro alimentare sostenibile” (Creating a Sustainable Food Future), con lo scopo di dare delle risposte alle sfide che l’umanità dovrà affrontare da qui al 2050, soddisfacendo contemporaneamente a 3 esigenze.
In primo luogo, l’umanità ha bisogno di colmare il divario tra la quantità di cibo disponibile oggi e quella necessaria nel 2050. È del 60%, rispetto alla produzione del 2006, l’aumento delle colture alimentari per soddisfare la domanda futura, continuando con l’attuale trend.

In secondo luogo, l’umanità ha bisogno di agricoltura per contribuire allo sviluppo socio-economico inclusivo. L'agricoltura impiega direttamente o indirettamente, oltre il 28% della popolazione mondiale e, secondo la Banca Mondiale, la crescita del settore agricolo è in grado di ridurre la povertà in modo più efficace rispetto alla crescita prodotta da altri settori economici. C’è bisogno di un forte settore agricolo per ridurre la povertà, alleviare la fame, generare entrate e posti di lavoro, conseguire la parità di genere.

In terzo luogo, l’umanità ha bisogno di ridurre l'impatto dell'agricoltura sull'ambiente. Ad esempio, l'agricoltura era responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di gas ad effetto serra nel 2010 ed è anche il principale driver della deforestazione tropicale. Inoltre, l'agricoltura consuma circa il 70% di tutta l'acqua prelevata da fiumi, laghi e falde acquifere.

Dare risposte a queste esigenze significa conseguire quello che il WRI definisce “The Great Balancing Act”, per vivere in equilibrio.

great balancing act

Ognuno dei Rapporti del WRI della serie mette a fuoco un aspetto di un “futuro alimentare sostenibile”, indicando le potenziali soluzioni sia per ridurre i consumi che per aumentare la produzione.

Di certo, questo nuovo Working Paper, pubblicato il 29 gennaio 2015, dal titolo “Evitare la concorrenza tra biocarburanti e colture per produrre cibo”, è destinato a suscitare un acceso dibattito, soprattutto negli USA dove l’Agenzia Ambientale (EPA) avrebbe già dovuto formalizzare la proposta di revisione del Renewable Fuel Standard (2007-2013) per definire le percentuali di produzione dei carburanti alternativi, distinti in biocarburanti cellulosici, diesel da biomasse, biocarburanti avanzati e quantità totale di carburanti rinnovabili.
Il ritardo è imputabile, probabilmente, sia alle mosse di contrasto delle lobby del settore sia all’intenzione espressa dal Presidente Barack Obama di considerare la maggior parte dell’energia da biomassa, carbon-neutral, come avviene nell’UE che ha raddoppiato così l’importazione di pellet dagli USA, suscitando i dubbi delle associazioni ambientaliste che la produzione di milioni di tonnellate di tal combustibile non derivino solo da legno di scarto, ma anche dall’abbattimento di alberi.

Gli autori Tim Searchinger (Princeton University, NJ) e Ralph Heimlich (Agricultural Conservation Economics) sostengono che “qualsiasi terreno usato per far crescere i biocarburanti avviene intrinsecamente a spese del suo utilizzo per la coltivazione di alimenti o mangimi o per stoccaggio del carbonio”.
Atteso il gap alimentare sopracitato del 70% fra le calorie prodotte dalle colture al 2006 e quelle necessarie nel 2050, lo studio afferma che quantunque i biocarburanti derivanti da piante coltivate fossero gradualmente eliminati entro il 2050, il divario rimarrebbe egualmente al 60%, ma qualora venissero perseguiti gli ambiziosi obiettivi fissati dalle grandi economie mondiali, il gap potrebbe raggiungere circa il 90%.

Obiettivi come quello di soddisfare la domanda globale di energia entro il 2050 con il 20% derivante dalle biomasse, secondo i ricercatori, richiederebbero almeno il doppio del raccolto annuale mondiale di materiale vegetale in tutte le sue forme. Tali aumenti, inoltre, interverrebbero nel momento in cui l’umanità avrà bisogno di fare grandi progressi necessari per soddisfare le crescenti esigenze alimentari e di legname.

Peraltro, sarebbero “troppo ottimistiche le stime di riduzione delle emissioni” dei biocarburanti, perché raramente riducono le emissioni di gas a effetto serra, sostengono gli autori, anche se per alcune tipologie cellulosiche (segatura di legno, cortecce di alberi, torsoli di mais), la ricerca riconosce una maggiore potenzialità, seppur limitata quantitativamente.
Anche la resa energetica per ettaro di terra da produzioni dedicate di mais e canna da zucchero per l’etanolo, sarebbe di 100 volte inferiore a quella prodotta da pannelli solari sulla stessa superficie, senza richiedere uso di suolo e acqua.
A differenza delle bioenergie, l'energia solare funziona nei deserti e sui tetti senza competere con la terra fertile”. Quel che è necessario per la diffusione dell’energia solare, osserva lo studio, sono le tecnologie di accumulo, che stanno, comunque, emergendo e diffondendosi.
Direi che molte delle richieste di biocarburanti sono state drammaticamente esagerate - ha affermato Andrew Steer in una intervista a “The New York Times” che aveva avuto la possibilità di leggere il Rapporto in anteprima - Ci sono altre vie, più efficaci per raggiungere un mondo a basse emissioni di carbonio”.

La terra, soprattutto quella fertile, è una risorsa limitata che diventa sempre più preziosa nella misura in cui il mondo diventa più affollato, per cui lo Studio conclude che la “diffusione dei biocarburanti su larga scala sarebbe non soltanto inefficiente, ma insostenibile”.

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