Il piccolo stato insulare del Pacifico, sconvolto dal ciclone più devastante che si ricordi in questa area, chiede alla comunità internazionale di mobilitarsi per aiutarlo a risollevarsi, ma soprattutto a evitare che i rischi di disastri naturali conseguenti i cambiamenti climatici in atto non si ripercuotano sempre sui Paesi che ne sono meno responsabili e non in grado economicamente di adottare le misure di adattamento e mitigazione.

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Baldwin Lonsdale, Presidente del piccolo Stato insulare di Vanuatu (Melanesia, a NE dell’Australia), presente a Sendai (Giappone), dove è in corso la 3a “Conferenza mondiale sulla riduzione del rischio di disastri naturali” (14-18 marzo 2015), ha lanciato un accorato appello alla comunità internazionale affinché si mobiliti al più presto per aiutare il suo Paese colpito da PAM, un ciclone tropicale di categoria 5 (il livello massimo della scala) che ha imperversato con venti di oltre i 250km/h di media, ma che, secondo Meteo France, vicino all’occhio del ciclone le raffiche hanno raggiunto i 350km/h. In gran parte delle 83 isole dell’arcipelago, interi villaggi sono stati distrutti e l’Ufficio di coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU ha comunicato che al momento ci sarebbero 44 vittime.

Numerose sono risultate le inondazioni, anche a causa dell’ingressione marina sulla terraferma, sospinta dalla forza del mare, con conseguenti ingenti danni per l’economia del Paese, dove l’80% dei suoi 260.000 abitanti si occupa di agricoltura di sussistenza.
Alluvioni sono state segnalate anche a Kiribati e Tuvalu (Melanesia), altri due piccoli stati insulari del Pacifico.

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Vanuatu purtroppo non è nuovo a queste situazioni, avendo avuto i primi “rifugiati climatici” 10 anni fa, quando alcuni abitanti furono trasferiti altrove, non avendo più possibilità di sussistenza nei luoghi natii perché il mare aveva invaso i terreni coltivati.

Il recente Rapporto Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction (GAR15) dell’UNISDR, rilasciato proprio in vista della Conferenza di Sendai che dovrà adottare una revisione del Quadro d'Azione di Hyogo per guidare gli sforzi di gestione del rischio di catastrofi per i prossimi 10 o 15 anni, sottolineava che i cambiamenti climatici stanno ingigantendo in molti Paesi il costo dei disastri e che per i Piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS), le perdite attese a causa dei futuri disastri non sono soltanto sproporzionatamente elevate, ma rappresentano una vera e propria minaccia esistenziale. In previsione, questi Paesi dovrebbero perdere 20 volte di più del loro capitale annuale rispetto all’Europa e all’Asia centrale. “Oggi il villaggio di Vunidogolo, in un’isola delle Fiji, è ancora relativamente sconosciuto, ma è già sulla buona strada per fare la storia”, si legge nel Rapporto, con riferimento al fatto che lo scorso anno la sua popolazione è stata definitivamente trasferita per l’innalzamento del livello dei mari.

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I 15 Stati insulari in via di sviluppo maggiormente esposti alle perdite di capitali.
 

Stiamo giocando con il fuoco - aveva commentato il Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon alla presentazione del Rapporto - C'è una possibilità molto reale che il rischio di catastrofi, alimentato dai cambiamenti climatici, raggiunga un punto di non ritorno oltre il quale gli sforzi e le risorse necessarie per la sua riduzione supereranno la capacità delle generazioni future”.

Il fatto è che per la maggior parte della comunità internazionale la vicenda di Vanuatu non assume ancora la dimensione di una “storia globale”. Nonostante gli sforzi di queste piccole nazioni per far conoscere le loro drammatiche condizioni, c’è il rischio che i Paesi sviluppati continuino a determinare con le loro politiche anche la storia socio-culturale delle popolazioni che non hanno alcuna responsabilità per i danni ambientali ed economici conseguenti a quelle scelte.
Vanuatu che per l’Happy Planet Index (HPI) era considerato il “Paese più felice al mondo”, sta ora vivendo le ore più drammatiche della sua millenaria storia, con la speranza che questa situazione non sia vissuta nell’indifferenza di chi potrebbe garantire che la sua esistenza possa continuare.