Un nuovo studio ha dimostrato che è possibile prevedere il rischio a lungo termine di sviluppare il cancro dopo un’esposizione chimica, misurando gli effetti a breve termine della stessa esposizione. Anche l’OCSE ha pubblicato un opuscolo in cui si sottolinea la necessità di uno screening rapido delle nuove sostanze chimiche per identificare velocemente quelle potenzialmente pericolose per la salute umana e l’ambiente.

ocse green growth


I risultati dello studio permetteranno di sviluppare test più semplici e meno costosi per lo screening di sostanze chimiche, capaci di predire il loro potenziale rischio di provocare il cancro.
È quanto emerge da uno studio della Boston University School of Medicine (BUSM), della Boston University School of Public Health, del BU Bioinformatics Program e del National Toxicology Program del National Institute of Environmental Health (USA), pubblicato il 24 luglio su PLoS ONE, rivista scientifica internazionale peer-reviewed pubblicamente accessibile.

Nonostante una diminuzione complessiva dell’incidenza e della mortalità per cancro, secondo gli autori, a circa il 40% degli statunitensi verrà diagnosticato un tumore nel corso della loro vita e circa 20% morirà a causa di questa malattia.
Attualmente meno del 2% delle sostanze chimiche presenti sul mercato sono state testate per la loro capacità di indurre il cancro.

Utilizzando un modello sperimentale, i ricercatori hanno misurato gli effetti sui tessuti sani dopo pochi giorni di esposizione a una data sostanza e, in particolare, hanno valutato gli effetti sulla risposta dell’espressione genica nel fegato.
Confrontando le risposte ai cancerogeni chimici noti e quelle ai non cancerogeni siamo stati in grado di estrarre una ‘firma’ e un modello predittivo associato alla capacità di discriminare con elevata precisione tra i due - ha spiegato Stefano Monti, uno degli autori e Professore associato di medicina presso la BUSM - Inoltre, mediante l’analisi selettiva di un set coordinato di geni che guidano la risposta all’esposizione chimica, siamo stati in grado di mettere a fuoco i potenziali meccanismi che inducono al formarsi del cancro".

Secondo i ricercatori, vi è una crescente consapevolezza che il ruolo svolto dagli inquinanti ambientali nell’induzione del cancro è sotto-studiato e che sono necessari approcci più formali per analizzare le conseguenze biologiche di un'esposizione prolungata alle sostanze inquinanti.
Come risultato della nostra scoperta - ha concluso Monti - ci aspettiamo che lo screening accurato e a bassi costi per valutare il potenziale cancerogeno delle oltre 80.000 sostanze chimiche attualmente in commercio sia presto una realtà”.

Anche l’OCSE ha pubblicato nel mese di luglio un opuscolo dal titolo “Green Growth: chemicals safety and biosafety”, ammonendo che le tecnologie emergenti, quali biotecnologie e nanotecnologie “possono contribuire alla crescita nella misura in cui le autorità di regolamentazione siano in grado di affrontare i problemi di salute umana e di sicurezza ambientale e se la società civile ha fiducia che siano in grado di farlo”.
Con l’obiettivo di fornire ai Governi indicazioni per evitare effetti nocivi per la salute e per l'ambiente derivanti dalla produzione e dall'uso di sostanze chimiche, vengono indicati dei punti-chiave.

Prevedere le proprietà delle sostanze chimiche senza la sperimentazione animale: il software OCSE QSAR [acronimo di Quantitative structure-activity relationship, indice che esprime quantitativamente l'attività biologica di una sostanza] permette un rapido screening delle proprietà dei nuovi prodotti chimici, identificando velocemente le sostanze chimiche potenzialmente pericolose.

Sostituzione di sostanze chimiche pericolose: l'OCSE sta sviluppando un software che fornirà un inventario degli strumenti di valutazione disponibili per la loro sostituzione.

L'uso sostenibile dei nanomateriali di sintesi: l’OCSE identifica gli strumenti analitici che possono essere utilizzati per ottenere una migliore conoscenza degli impatti socio-economici e ambientali delle applicazioni delle nanotecnologie.

La Gestione integrata delle infestazioni (Integrated Pest Management): può aumentare la redditività agricola riducendo al contempo il degrado ambientale, conservando le risorse naturali e limitando i rischi per la salute umana.