I cambiamenti climatici maggiori responsabili della fine delle civiltà passate

global warming

I cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per la salute, sicurezza e sopravvivenza dell’uomo, sia in termini di eventi meteorologici estremi sia per le conseguenze sulla produzione di cibo, sulla disponibilità di acqua da bere e sulla diffusione di malattie infettive. Eppure, paradossalmente, questi rischi per la salute non sono pienamente divulgati quanto meriterebbero.

Ci siamo già occupati in più occasioni di studi che hanno spiegato come sia da ricercarsi nei cambiamenti climatici il declino di alcune civiltà del passato, (vedi “Prolungate siccità hanno costretto ad abbandonare Angkor” in Regioni&Ambiente, n. 8-9 agosto-settembre 2010, pagg. 10-12; “L’instabilità climatica determinante nel crollo dell’Impero romano” in Regioni&Ambiente, n. 3 marzo 2011, pagg. 8-10).

Ora, il Prof. Anthony McMichael dell’Università Nazionale dell’Australia - Centro Nazionale di Epidemiologia e Salute della Popolazione, passando in rassegna tutti gli ultimi studi sul tema, così come documentato nei registri storici e negli studi archeologici e sui ritrovamenti fossili degli ultimi 7.000 anni, ha trovato che la responsabilità principale della scomparsa delle antiche civiltà

deve essere individuata nei cambiamenti degli eventi climatici, come lunghi periodi siccitosi o di intenso freddo o di disastrose alluvioni (cfr. Chichen Itza, Messico. La Piramide Maya “Kulkulkan”, denominata in spagnolo “El Castillo” è stata inserita nel 2007 tra le 7 meraviglie del mondo “Insights from past millennia into climatic impacts on human health and survival”, in PNAS (Proceeding of the National Academy of Science), on line prima della pubblicazione il 6 febbraio 2012).
“Attualmente, gran parte del dibattito e della ricerca sui cambiamenti climatici si concentra sugli impatti a breve termine come l’effetto che avrà sull’economia, trascurando gli impatti a lungo termine per la salute umana - ha affermato il Prof. McMichael - Ho voluto ripercorrere la memoria storica per vedere come gli elementi cruciali per la nostra sopravvivenza siano stati colpiti dai cambiamenti climatici. E la storia ci dice alcune cose molto allarmanti”.
Vediamo in sintesi quali risultati emergono dallo studio.
1) A lungo termine i cambiamenti climatici hanno spesso destabilizzato le civiltà tramite la scarsità di cibo, la fame, le malattie conseguenti e disordini.
2) Nel medio termine le avversità atmosferiche hanno spesso causato impatti simili sulla salute, con talvolta conseguenze di ordine sociale e politiche.
3) Le epidemie e le malattie infettive si sono presentate spesso associate con episodi più brevi di sbalzi di temperatura, carenza di cibo, impoverimento e disgregazione sociale.
4) Le società hanno spesso imparato a far fronte (nonostante le difficoltà per alcuni gruppi) a ricorrenti cicli regionali a breve termine (da decennale a molti più anni) del clima (ad esempio, le oscillazioni nell’emisfero meridionale di El Niño), tranne quando si verificano fasi estreme.
5) Il nesso siccità-carestia-fame è stata la principale, ricorrente, grave minaccia per la salute umana.

A sostegno delle tesi, McMichael cita numerosi esempi:
- il “Grande congelamento”, un periodo durato più di mille anni e caratterizzato da temperature molto basse avvenuto circa 13 mila anni fa e che ha cancellato buona parte degli insediamenti umani lungo il Nilo: “Dagli scheletri di quell’epoca - spiega l’esperto - si vede una proporzione insolitamente alta di morti violente, molte accompagnate dai resti di armi“;
- il più recente caso dei Maya il cui predominio del Centro America è stato minato da tre siccità durate un decennio nel periodo tra il 760 e il 920, come testimoniano i resti degli individui di quel periodo, che denunciano deficienze nutrizionali e forme di cannibalismo;
- “La piccola età glaciale” che ha interessato l’Europa e il Continente Asiatico durante la quale si sono avute numerose epidemie di peste (famose quella che fa da sfondo al “Decamerone” del Boccaccio che devastò l’Europa nel 1347-1348 e quella descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi” che spopolò intere regioni nel 1629-1630), correlate a lunghi periodi di carestia a seguito di scarsità di raccolti per le perduranti cattive condizioni climatiche;
- la siccità, stavolta durata dieci anni, che ha scatenato le migrazioni interne, determinando infine la caduta della dinastia Ming in Cina nel 1600.

Secondo lo studioso a volte bastano episodi più brevi per scatenare effetti devastanti. Il settore più delicato è quello dell’agricoltura, con la carestia che rappresenta il fattore più imputabile per la sparizione delle popolazioni: sette anni di alluvioni e clima freddo in Europa nel ’700 hanno portato ad esempio ad una carestia che ha ucciso il 10% della popolazione e che ha fatto da prologo alla comparsa della peste, mentre una sola estate estremamente calda a Filadelfia (USA) nel 1793 è stata sufficiente a causare un’epidemia di febbre gialla che ha fatto decine di migliaia di morti: “Ovviamente nessuna delle antiche civiltà aveva i benefici Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1530 - † 1569), Il censimento di Betlemme, 1566. Olio su tavola (h cm 116 x l cm 164). Nei quadri del pittore fiammingo ricorre spesso il paesaggio innevato con corsi d’acqua e conche lacustri completamente gelati, a dimostrare che la “piccola età glaciale” è durata a lungo. 12 della medicina o della tecnologia che abbiamo oggi - fa notare McMichael - ma nessuna epoca ha visto cambiamenti climatici improvvisi come quelli che vediamo adesso a causa dei gas serra, che mettono seriamente a rischio la salute e la sopravvivenza di una gran parte della popolazione mondiale“.
Secondo McMichael, l’esame di quel che è accaduto storicamente dovrebbe aiutarci ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici in atto. Il riscaldamento di questo secolo rischia di superare di molto le fluttuazioni multidecali di temperatura dell’Olocene e di arrivare più velocemente. A suo dire, le società moderne, anche se dispongono di maggiori risorse, sono più interconnesse rispetto a quelle del passato, sono meno flessibili, più dipendenti dalle infrastrutture, con la popolazione addensata, di conseguenza risultano più vulnerabili. “L’esperienza storica mostra che cambiamenti di temperatura di uno o due gradi, soprattutto verso l’alto, ma anche verso il basso, possono compromettere le rese dell’agricoltura e influenzare il rischio di malattie infettive - ha osservato l’illustre epidemiologo - Quindi il rischio per la salute nel futuro in un mondo che vede un riscaldamento indotto dall’uomo a una velocità mai vista prima è molto alto“.

Al riguardo delle cause che avrebbero provocato quel periodo climatico “anomalo” denominato “Piccola era glaciale” (Little Ice Age) di cui si faceva riferimento più sopra, dopo un dibattito durato a lungo tra i sostenitori della tesi di una minor intensità delle radiazioni solari e quelli propensi ad attribuirne l’origine alla intensa attività vulcanica di quel periodo, uno studio apparso di recente farebbe prevalere la seconda ipotesi (cfr: Miller, G. H. et al. “Abrupt onset of the Little Ice Age triggered by volcanism and sustained by-sea/ oceans feedbacks”. Geophysical Research Letters, 2012, 31 January, 39). La soluzione di questo “giallo” climatico era stata ostacolata dalla incertezza sull’inizio di questo periodo. La soluzione è intervenuta con il ritrovamento in una regione artica del Canada di resti vegetali di piante, riemerse con il ritiro della calotta glaciale (ndr: di questo eccezionale ritrovamento Regioni&Ambiente aveva dato ampio notizia sul numero di marzo 2011 a pag. 10).

Miller, geologo della Colorado University di Boulder ha sottoposto con l’aiuto della strumentazione e dell’esperienza dei ricercatori del National Center for Atmospheric Research (NCAR) di Boulder, ha sottoposto i resti organici delle piante al metodo di datazione del radiocarbonio che ha mostrato come la loro morte sia avvenuta in un periodo compreso tra il 1275 e il 1300, a seguito di un brusco cambiamento climatico che ha fatto estendere i ghiacciai a latitudini più basse, congelando le piante.
Lo stesso segnale di cambiamento “improvviso” intervenuto alla fine del 1200 è stato rilevato in Islanda dai ricercatori dell’Istituto di Scienze della Terra dell’Università di Reykjavick, che hanno analizzato i sedimenti di nefrite di un lago glaciale degli altopiani interni islandesi che tra il XIII e il XV secolo mostravano un ispessimento maggiore dei secoli precedenti e di quelli successivi.
In quel periodo si sa che 4 vulcani tropicali hanno manifestato contemporaneamente un’intensa attività, con l’emissione di ognuno di loro di oltre un milione di tonnellate di detriti sulfurei in atmosfera, che avrebbero potuto oscurare la luce radiante del sole e provocare un abbassamento della temperatura. Restava da verificare come un’attività eruttiva avesse potuto causare un così lungo periodo di raffreddamento, quando si sa che dopo pochi anni il fenomeno si esaurisce con la caduta dei detriti dalla stratosfera.

Miller e i suoi colleghi hanno utilizzato il Community Climate System Model che è stato messo a punto dagli scienziati del NCAR per testare gli effetti del raffreddamento dovuto al vulcanesimo sull’estensione e lo spessore dei ghiacci del Mar Artico. Il modello ha mostrato che il raffreddamento indotto dai vulcani avrebbe allungato i ghiacci artici lungo la costa orientale della Groenlandia, che si sono poi disciolti nel Nord Atlantico. Dato che il ghiaccio marino non contiene sale, lo scioglimento ha reso più densa l’acqua di superficie, impedendone la miscelazione con le acque più profonde del Nord Atlantico, rinviando verso l’Artico le acque fredde. Questo fenomeno, completando un ciclo di feedback, avrebbe fatto aumentare la formazione di ghiaccio marino, anche per molto più tempo successivo al placarsi dei fenomeni di aerosol vulcanico.
“Abbiamo fornito la prova attendibile di un sistema di feedback climatico che spiega come la Piccola Età Glaciale è durata molto più a lungo della sua causa scatenante - ha affermato Gifford Miller - Le nostre simulazioni hanno mostrato che le eruzioni vulcaniche hanno innescato reazioni a catena, influenzando l’estensione e lo spessore del ghiaccio marino e la direzione delle correnti oceaniche, in modo tale da abbassare la temperatura media dell’emisfero boreale per secoli”.