Vaccinare i bambini è un obbligo, non una scelta

Vaccinare i bambini è un obbligo, non una scelta

I dati mostrano un calo di vaccinazioni pediatriche mettendo a rischio tutta la popolazione con l'esposizione a malattie gravi come morbillo e difterite.

I vaccini provocano l'autismo. I vaccini possono avere conseguenze a lungo termine sulla salute della persona. È meglio far prendere la malattia al bambino che vaccinarlo.

Queste sono solo alcune delle frasi più usate dal web e dalla disinformazione per propagandare falsi miti sui vaccini. Se malattie prima gravissime oggi non esistono più è proprio grazie all'azione di tanti, tra medici, ricercatori e genitori, che hanno incrementato l'uso della vaccinazione e protetto la società.

I vaccini obbligatori devono essere fatti in età pediatrica, ma a volte esporre i bambini alla vaccinazione può creare dubbi e paure nei genitori.

La confusione sulla tematica, unita al fatto che dal 1999, in Italia, non c'è stato più l'obbligo delle vaccinazioni per andare a scuola, ha portato molte famiglie a scegliere di non vaccinare i propri figli. Secondo le ultime stime del 2015, in Italia, il livello di vaccinazioni obbligatorie era già al 93% circa, quindi sotto quello di guardia. Infatti, secondo l'Oms, il 95% della copertura garantisce l'immunità di gregge, cioè la protezione totale della popolazione nonostante la sua non completa vaccinazione.

Ma che cosa è un vaccino? E perché è così importante?

Un vaccino è un preparato contenente parte del microrganismo che trasmette la malattia. Si distinguono in vaccini classici e sintetici: i primi sono costituiti da microrganismi vivi, uccisi o da immunogeni purificati; mentre i secondi sono creati in laboratorio. L'azione del vaccino è quella di indurre, una volta iniettato, la produzione di anticorpi al microrganismo e di conferire una resistenza specifica alla malattia. Una volta che la popolazione si è vaccinata, queste malattie tendono a manifestarsi con meno frequenza e con meno forza, fino ad una definitiva scomparsa. Caso esemplare è il vaiolo: nel 1980 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha assicurato la sua completa eradicazione e, in seguito, non sono più servite vaccinazioni al morbo.

I vaccini presenti e disponibili oggi sono estremamente sicuri, in quanto vengono sperimentati prima di essere immessi in commercio. Come per tutti i medicinali, esistono delle reazioni ai vaccini, ma raramente sono gravi. Le reazioni più comuni sono febbre e gonfiore nel punto dell'iniezione. I rari casi in cui avvengono delle reazioni gravi, queste vengono valutate e, in base ad accurate ricerche, si decide se è necessario rinviare o sospendere la somministrazione. Per questo continuo monitoraggio, i vaccini vengono considerati tra i medicinali più controllati, quindi più sicuri per la popolazione. Se si considerano i loro reali benefici, come prevenire migliaia di casi di malattie e di morti ad esse legate, si può concludere che nella maggioranza dei casi i rischi dei vaccini sono modesti.

Ancora, però, in Italia non si ha una visione chiara sulla vaccinazione. Ad esempio, una ricerca condotta dall'Istituto di ricerche demoscopiche specializzato nell'area salute , mostra il pensiero degli italiani sulla tematica. Lo scopo era capire, dopo il caso del ritiro dell'antinfluenzale, se la percezione sui vaccini in generale fosse cambiata da parte della popolazione. Sono state coinvolte 1000 persone provenienti da tutta la penisola, genitori di bambini fino ai 6 anni di età, tra maggio e giugno 2015. Il quadro che ne emerge è preoccupante: il 33% dei genitori pensa che i vaccini siano più pericolosi delle malattie che prevengono e il 73,3% non sa che bisogna far fare tutte le dosi dei vaccini affinché abbiano efficacia. Per il 25% non tutti i vaccini sono necessari e per il 19,6% sono troppi.

Nella nostra penisola le vaccinazioni non sono distribuite in maniera uniforme. Stando ai dati del 2015, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Basilicata sono considerate le più virtuose, in quanto hanno il maggior numero di vaccinati; mentre è la Provincia Autonoma di Bolzano a vederne diminuire il numero. Inoltre, ogni regione si comporta in maniera autonoma su questo particolare argomento. Ad esempio, l'Emilia Romagna ha approvato una legge regionale per cui all'asilo nido non possono entrare bambini senza aver completato le vaccinazioni obbligatorie, reintroducendo una norma che quasi 20 anni fa era stata tolta. Dall'altra il Veneto, che già nel 2008 ha tolto l'obbligatorietà delle vaccinazioni.

Il calo delle vaccinazioni in Italia ha portato, per la prima volta dopo anni, a registrare un caso di difterite. A darne notizia è stato il Presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, in un congresso di pediatria a Firenze. Partendo dalla difterite, si è poi spostato l'argomento alla poliomelite, di cui ci si aspetta un ritorno anche in Italia, e al morbillo. A quest'ultimo ha dedicato particolare attenzione, in quanto ci sono, in Italia, almeno 670.000 bambini non vaccinati e 1 milione e mezzo di giovani a rischio, arrivando a 2 milioni di persone che potrebbero contrarre l'infezione, visto che la malattia non è ancora stata debellata in Paesi vicini all'Italia, come l'Albania.

L'Italia non è un caso a sé, ma questa tematica coinvolge anche il continente europeo. Nonostante la difterite abbia una copertura vaccinale superiore al 95%, a marzo di quest'anno in Belgio, c'è stato un caso mortale di un bambino di 3 anni. Ancora, nel 2015, la sanità spagnola ha segnalato il primo caso di difterite nel Paese dopo 30 anni. In questo caso, il bambino di 6 anni a cui è stata riscontrata la malattia non era stato vaccinato e, sia la diagnosi che la cura sono arrivate in ritardo, in quanto quest'ultima non era disponibile nell'immediato. Inoltre, per molte malattie, le aziende hanno cessato la produzione della cura vista l'efficacia dei vaccini, di conseguenza molte nazioni non hanno la possibilità di reintegrare le scorte, come l'Italia, e se non vaccinati si rischia di morire.

Il problema del calo delle vaccinazioni non è solo italiano. Questo significa che l'informazione riguardante la vaccinazione è stata approssimativa e che, probabilmente, dovrebbero essere i pediatri stessi ad iniziare con i neogenitori una seria campagna informativa, in modo da farne comprendere l'importanza.

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