Le “fuoriuscite biologiche” rappresentano una pericolosa minaccia di lungo termine per l’ambiente: sono in grado di diffondere malattie e parassiti che possono provocare danni irreparabili. Per questo le Nazioni firmatarie della Convenzione Internazionale per la Protezione Fitosanitaria (IPPC) stanno valutando la creazione di un piano d’azione fitosanitario per far fronte alle sfide del commercio globalizzato.

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Negli ultimi anni sono stati tanti i disastri ambientali che si sono verificati in mare, causati dall’esplosione o dall’affondamento di piattaforme e navi petrolifere. Le famigerate “fuoriuscite di petrolio” o maree nere, per intenderci, che tutto distruggono: flora e fauna marina, aria, acqua.

Tuttavia, non dobbiamo catalizzare la nostra attenzione solo su queste ultime e considerarle tra i peggiori pericoli per la salute dell’ambiente e dell’uomo. Secondo la FAO e le Nazioni che hanno sottoscritto la Convenzione Internazionale per la Protezione Fitosanitaria (IPPC) esiste, infatti, una minaccia di lungo termine ancora maggiore per interi ecosistemi rispetto al petrolio, che spesso però non gode della stessa attenzione da parte del pubblico, passando gravemente inosservata. Parliamo delle “fuoriuscite biologiche” provocate da funghi, insetti e parassiti che, attraverso il commercio marittimo internazionale e l’utilizzo di navi cargo o container, possono portare addirittura a siccità, carestia e morte.

Fu un fungo esotico, ad esempio, a devastare miliardi di alberi di castagno americani agli inizi del XX secolo, alterando drammaticamente il paesaggio e l’ecosistema, mentre oggi il minatore smeraldino del frassino (un altro parassita che ha raggiunto nuovi habitat viaggiando lungo le rotte commerciali internazionali) minaccia di fare lo stesso con un albero di gran pregio da tempo usato dagli uomini per costruire maniglie, chitarre e mobili da ufficio.

Forse la più grande “fuoriuscita biologica” mai registrata si verificò quando un microorganismo fungino eucariote chiamato Phytophthora infestans (dal greco “distruttore di piante”) fu trasportato dalle Americhe in Belgio. In pochi mesi arrivò in Irlanda, dove innescò una malattia delle patate che portò fame, morte e migrazioni di massa.

E la lista continua. Un parente del rospo tossico delle canne molto diffuso in Australia è recentemente sbarcato in Madagascar, trasportato da una nave cargo. Il Madagascar ha una biodiversità unica, e la capacità delle femmine di rospo di deporre fino a 40.000 uova all’anno le rende una minaccia micidiale per i lemuri e gli uccelli locali, mettendo a rischio l’habitat naturale di un gran numero di piante ed animali.

A Roma, le autorità municipali hanno intensificato quest’anno la campagna contro la zanzara tigre, una specie invasiva che raggiunse via nave l’Albania negli anni ’70: l’Aedes albopictus, famosa per le sue punture aggressive, è oggi molto prolifica in tutta Italia e il riscaldamento globale non fa che peggiorare le cose, rendendo le coste dell’Europa settentrionale particolarmente adatte alla sua colonizzazione.

Per questo, già sessant’anni fa, le Nazioni del mondo siglarono la Convenzione Internazionale per la Protezione Fitosanitaria (IPPC) con sede presso la FAO, come strumento per contribuire a frenare la diffusione di parassiti e malattie oltre i confini nazionali attraverso il commercio internazionale, e per proteggere agricoltori, silvicoltori, biodiversità, ambiente e consumatori.

Le perdite dei raccolti e i costi per il controllo provocati dai parassiti esotici impongono una tassa considerevole sulla produzione di cibo, fibre e foraggio - ha dichiarato Craig Fedchock, coordinatore del Segretariato dell’IPPC - Nel complesso, mosche della frutta, coleotteri, funghi e loro simili riducono i raccolti globali dal 20 al 40 per cento”.

Il commercio è il vettore, i container il veicolo
Le specie invasive raggiungono nuovi habitat in vari modi, ma il trasporto marittimo resta il principale. Oggi, ciò significa soprattutto container marittimi: a livello globale, vengono effettuati circa 527 milioni di trasporti via mare su container ogni anno e solo la Cina ne gestisce oltre 133 milioni.
Non solamente il carico, ma anche l’involucro stesso dei container può fungere da vettore per la diffusione di specie esotiche capaci di provocare veri e propri disastri ecologici ed agricoli. Ad esempio, un’analisi effettuata su 116.701 container marittimi sbarcati in Nuova Zelanda negli ultimi cinque anni ha rivelato che uno su 10 era due volte più contaminato al suo esterno rispetto all’interno. Tra gli infestanti nocivi figuravano la falena, la lumaca gigante africana, le formiche argentine e la cimice marmorata asiatica: tutte minacce alle coltivazioni, alle foreste e agli habitat urbani. Senza dimenticare i residui del suolo che possono a loro volta contenere semi di piante invasive, nematodi e piante patogene pericolosissime per i terreni coltivabili.
Secondo uno studio presentato a un recente incontro della Commissione sulle Misure Fitosanitarie (CPM), l’organo decisionale dell’IPPC - ha riferito Eckehard Brockerhoff, esperto dell’Istituto Neozelandese per la Ricerca sulle Foreste - i dati ottenuti da ispezioni realizzate negli Stati Uniti, in Australia, in Cina e in Nuova Zelanda rivelano che migliaia di organismi appartenenti ad una vasta gamma di taxon o sistemi di raggruppamento animale vengono trasportati involontariamente proprio attraverso i container in mare”.

La cimice asiatica e la catena di approvvigionamento
I danni vanno ben oltre i temi dell’agricoltura e della salute dell’uomo: le specie invasive possono, infatti, provocare ostruzioni delle vie idriche e arresti delle attività delle centrali elettriche. “Le invasioni biologiche infliggono danni pari a circa il 5% dell’attività economica annuale globale, corrispondente a un decennio di disastri naturali - ha continuato Brockerhoff - E l’inclusione degli effetti più difficili da misurare potrebbe raddoppiare questo dato”.
Oggi, circa il 90% del commercio mondiale avviene via mare, tramite un’ampia e variegata gamma di soluzioni logistiche, rendendo elusivo qualsiasi accordo su un metodo di ispezione comune. Circa 12 milioni di container sono entrati negli Stati Uniti nello scorso anno, attraverso non meno di 77 porti d’approdo. Molti carichi, inoltre, si muovono velocemente verso l’interno per accedere direttamente alle filiere di commercio. Ed è stato in questo modo che la temibile cimice asiatica - che divora rapidamente colture e frutta pregiate - ha iniziato la sua diffusione in Europa qualche anno fa, partendo da Zurigo. Questo animale predilige gli angoli e le fessure dei macchinari in acciaio per ripararsi durante i lunghi viaggi, ed una volta stabilitosi tende a costruire delle nicchie per il letargo invernale nelle abitazioni umane.
La Nuova Zelanda, che è altamente dipendente dalle esportazioni agricole, ha attivato un sistema di controllo della sicurezza biologica e dell’igiene dei container nel tentativo di tenere le specie invasive lontane. Esso si basa sulla collaborazione dell’industria marittima e sui controlli nei porti d’approdo del Pacifico, ed offre l’incentivo economico di minori verifiche all’arrivo per le imbarcazioni che ne rispettano gli standard. I tassi di contaminazione dei container erano superiori al 50% prima che questo sistema entrasse in vigore un decennio fa, e da allora sono diminuiti del 90%.

Delineare un piano d’azione fitosanitario
L’anno scorso, la Commissione sulle Misure Fitosanitarie ha adottato una raccomandazione che incoraggia le Organizzazioni nazionali per la Protezione delle Piante ad individuare e comunicare i rischi provocati dai container in mare, e al tempo stesso a sostenere l’attuazione delle parti del Codice di Condotta ONU per l’Imballaggio delle Unità di Trasporto Merci (Codice CTU), un codice-guida dell’industria di carattere non normativo che consiste in un sistema basato su gru automatiche capaci di caricare o scaricare i container in circa 20 secondi in un porto di medie dimensioni come Amburgo, che gestisce un quarto del volume di Shanghai, permettendo agli stakeholder di non rallentare il commercio.
Sebbene sia necessario più tempo, già da ora sta emergendo tra i Paesi interessati un ampio consenso all’adozione di tale Codice e alla messa a punto delle prime misure volontarie per un uso diffuso delle buone pratiche e per una più diligente attuazione delle procedure. E in base al successo di questi primi sforzi per contenere i rischi delle fuoriuscite biologiche nel Mondo, la Commissione ha fatto sapere che rivaluterà il possibile sviluppo di un futuro standard internazionale.