Un prelievo ittico equilibrato

Un prelievo ittico equilibrato

Dalla IUNC un nuovo approccio di pesca selettiva

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A Nagoya (Giappone) in vista della 10^ Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (18-29 ottobre 2010) venne organizzato il 14 ottobre dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura - Commissione sulla Gestione degli Ecosistemi (IUNC-CEM) e dall’Ufficio Europeo per la Conservazione e lo Sviluppo (EBCD) un seminario scientifico dal titolo “Pesca selettiva e sfruttamento equilibrato in relazione alla sostenibilità del settore ittico e degli ecosistemi”.

Scopo del Workshop, a cui hanno partecipato i maggiori esperti di pesca e di conservazione, era di valutare la possibilità di una diversa gestione delle attività di pesca, in considerazione che l’approccio selettivo, quale finora praticato, deve essere riesaminato dal momento che non è stato in grado di assicurare la conservazione, la sostenibilità e la ricostituzione degli stock. Nell’occasione si decise di avviare uno studio approfondito per comprendere meglio il ruolo e l’impatto della pesca selettiva sugli ecosistemi, da pubblicare poi “in una rivista di alto profilo”.
Ora, il frutto di un’intensa attività di ricerca scientifica che ha visto coinvolti specialisti di ambiente e pesca è stato pubblicato (cfr: S. M. Garcia et al. “Reconsidering the Consequences of Selective Fisheries”- Science 2 March 2012:Vol. 335 no. 6072 p. 1045).

Lo studio, che ha preso in esame i risultati di 36 modelli di simulazione dei diversi tipi di pesca selettiva compiuta in 30 ecosistemi di tutto il mondo, conferma che la pesca praticata su un numero maggiore di specie e taglie, le rese sono più elevate e gli impatti negativi sulla biodiversità sono più bassi.
“Per secoli abbiamo creduto che una pesca selettiva che eviti i pesci giovani e le specie rare e simboliche e preferisca gli individui più anziani e di grande taglia permetta di accrescere le catture e di ridurre gli impatti sull’ambiente - ha affermato François Simard, Consigliere senior IUCN per la pesca - Ma, in realtà, gli individui più anziani hanno un forte potenziale di riproduzione e la loro cattura altera la struttura ed il funzionamento dell’ambiente.
Può così avere degli effetti secondari gravi sul piano dell’evoluzione e dell’ecologia”. Come esempio lo studio cita quanto accaduto nell’area marina Eastern Scotian Shelf, dove l’uso di tradizionali pratiche di pesca selettiva ha modificato la struttura della catena alimentare dell’ambiente nel Mare del Nord, con un crescente aumento della popolazione di specie di minor taglia.

Viceversa, in molte acque interne dell’Africa dove la pesca viene praticata su piccola scala, la gamma delle dimensioni del pescato - una modalità della struttura della comunità - è stata mantenuta nell’ambito delle attività di pesca intensiva e diversificata che causano un’alta mortalità con una bassa selettività. Un “prelievo equilibrato”, come viene definito questo nuovo approccio, che abbia per obiettivo tutte le componenti commestibili dell’ambiente marino in modo proporzionale alla loro produttività, migliorerebbe la sicurezza alimentare preservando le potenzialità dell’ambiente marino e minimizzando, al contempo, gli impatti negativi della pesca sugli ecosistemi.
“Il prelievo equilibrato è un modo di pesca selettivo, ma di una selettività estesa in una prospettiva ben più larga di quella utilizzata fino ad oggi, in conformità all’approc- L’uso delle FAD per la pesca ai tonni cattura molte altre specie minacciate cio basato sull’ecosistema adottato dalla Convention on Biological Diversity e dalla FAO - ha osservato Serge M. Garcia, Presidente del Gruppo di esperti per la Pesca dello IUNC - Invece di guardare esclusivamente all’ottimizzazione delle catture di un certo numero di specie mirate e di taglie selezionate, ha per obiettivo quello di preservare la struttura e la produttività dell’insieme dell’ecosistema”.

La necessità di riduzione dello sfruttamento degli stock di pesci, deve far cambiare radicalmente il nostro modo attuale di gestione della pesca, che punta al pieno sfruttamento delle popolazioni catturate individualmente e comporta spesso il sovra sfruttamento.
“Questa nuova concezione di gestione della pesca può essere vista come un’utopia, essendo limitata la capacità umana di gestire gli ecosistemi - ha aggiunto Jeppe Kolding, membro del gruppo di esperti nel settore della pesca, nonché coautore dello studio - Ma si tratta di un’utopia che permette di mobilitare le energie nella giusta direzione.
Noi abbiamo attualmente sufficienti elementi che dimostrano che questo nuovo approccio può accrescere considerevolmente la sostenibilità della pesca, ridurre il suo impatto sugli ecosistemi e migliorare l’ambiente marino così come la sicurezza alimentare”.

Lo studio dello IUNC è intervenuto dopo che un’altra prestigiosa rivista aveva pubblicato la ricerca di un team internazionale di scienziati sugli effetti della pesca del tonno e di specie simili a partire dall’inizio degli anni 1960, che ha portato a un declino di queste popolazioni ittiche di circa il 60% (M. J. Juan-Jordá et al. “Global population trajectories of tunas and their relatives”.
Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), december 20, 2011, vol. 108, n. 51, pp. 20650-20655). I risultati della ricerca co-finanziata dalla Commissione UE nell’ambito del 6° Programma Quadro - Progetto METAOCEANS (Elucidating the structure and functioning of marine ecosystems through synthesis and comparative results), hanno messo gli scienziati in allarme, sottolineando che diverse specie di pesci sono state sfruttate eccessivamente e in particolare che la maggior parte delle specie di tonno sono state sfruttate fino ai limiti della sostenibilità.
I ricercatori, provenienti da Canada, Italia, Regno Unito e Spagna, hanno determinato che il tonno delle acque fredde è la specie maggiormente colpita dallo sfruttamento, con il loro numero ridottosi dell’80%.

I tonni “pinna azzurra” dell’Atlantico e del Mediterraneo fanno parte di questo gruppo, che è noto per le grandi dimensioni, la longevità e il suo significativo valore economico. Anche un’altra specie, lo sgombro, ha risentito degli effetti dello sfruttamento. Anche se è più piccolo e vive meno a lungo, lo sgombro fa parte di una preoccupante tendenza in aumento. I risultati dello studio suggeriscono che la pesca non conosce confini: piccole o grandi, tutte le specie sono a rischio.
“I risultati di questo studio, che si basano su una raccolta di stime più precise, mostrano una situazione globale delle popolazioni di tonno che si discosta da interpretazioni precedenti più cupe - spiega l’autrice principale María José Juan-Jordá dell’Università de La Coruña in Spagna - Ma i preoccupanti fattori riscontrati dovrebbero esser tenuti in conto dalle organizzazioni regionali per la pesca per assicurare un futuro sostenibile in queste zone di pesca”.
La maggior parte del tonno pescato nel mondo è catturato da reti a circuizione con “sistemi di aggregazione per pesci” (FAD dove, purtroppo finiscono anche molte altre specie come squali, mante e tartarughe, ed esemplari giovani di tonno. Si stima che per ogni nove chilogrammi di tonni catturati, si peschi un chilogrammo di altri animali “indesiderati”.

I risultati suggeriscono che aumentare la pesca potrebbe continuare a essere rischioso e che tutte le attività di pesca globali devono essere seguite con grande attenzione visto che la domanda continua a crescere. Secondo lo studio, e organizzazione di gestione della pesca non devono usare le loro risorse solo per gestire specie di grande valore, come i grandi tonni, ma anche per le specie che hanno un valore economico più basso, che sono importanti perché sono una notevole fonte di proteine per molti Paesi in via di sviluppo.
“Sono necessari un impegno serio e azioni efficaci per ridurre la pesca eccessiva in tutto il mondo, per ripristinare le popolazioni eccessivamente sfruttate e regolare il commercio che le mette a rischio - ha aggiunto il Prof. Juan Freire dell’Università de La Coruña - Solo allora possiamo garantire maggiori quantità, profitti economici stabili e ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi marini”.


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