Un Patto per le condizioni di lavoro nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh

Un Patto per le condizioni di lavoro nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh

Dopo la tragedia del “Rana Plaza” di Dacca in cui sono morti 1.129 operai, per lo più donne, la Commissione UE si è fatta promotrice di un Patto volto a garantire che le sue imprese rispettino le normative sul lavoro lungo tutta la loro catena di approvvigionamento in linea con i principi della Responsabilità Sociale riconosciuti a livello internazionale.

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La Commissione UE ha lanciato l’8 luglio 2013 un’iniziativa congiunta per il miglioramento delle condizioni di lavoro, salute e sicurezza nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh. Siglato a Ginevra dall’Commissione UE, il Governo del Bangladesh, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), Rappresentanti dei produttori tessili bangladeshi e dei principali importatori europei di abbigliamento, nonché di altri stakeholder che sostengono l’iniziativa, il Patto (“Compact for Continuous Improvements in Labour Rights and Factory Safety in the Ready-Made Garment and Knitwear Industry in Bangladesh”) costituisce una risposta alla tragedia del crollo il 24 aprile 2013 del “Rana Plaza” a Savar, un distretto dell’area metropolitana della capitale Dhaka, dove un edificio commerciale di 8 piani che ospitava una banca, dei negozi e, abusivamente, 5 fabbriche di abbigliamento, è crollato, uccidendo 1.129 operai, in prevalenza donne e alcune di minore età, e altri 2.500 feriti sono stati estratti dalle macerie. 

Il giorno prima, allorché si erano manifestate crepe nella struttura dell’edificio, i responsabili dell’istituto bancario e dei negozi collocati nei primi 4 piani avevano deciso di sospendere ogni attività. I titolari delle fabbriche, viceversa, avevano minacciato gli operai di trattenere un mese del loro stipendio (38 euro!) qualora non si fossero presentati l’indomani al lavoro, preoccupati di non poter rispettare i tempi di consegna imposti dai subappaltatori delle multinazionali dell’abbigliamento occidentali alla continua ricerca dell’abbattimento dei costi di produzione, per mantenere alti i profitti. Secondo le autorità locali sono state proprio le vibrazioni e il peso dei generatori delle fabbriche ad aver causato quello che può essere considerato il più mortale incidente industriale che sia mai accaduto.

Nel Bangladesh, tuttavia, gli incidenti mortali nelle fabbriche non costituiscono una eccezione, dal momento che l’anno scorso (24 novembre 2012) un’altra fabbrica tessile in un altro quartiere di Dhaka era andata distrutta dal fuoco sprigionatosi per un corto circuito, uccidendo 117 operaie. In seguito alla catastrofe del “Rana Plaza”, gli scioperi e le proteste dei lavoratori per i bassi salari e, soprattutto, per gli inadeguati standard di sicurezza, avevano fatto chiudere 300 fabbriche tessili del distretto, in attesa di verifiche e controlli.

Di fronte al rischio del danno di immagine che ne deriverebbe qualora si verificassero ulteriori incidenti di tale portata in cui, seppur indirettamente, fossero coinvolti marchi ed etichette di prestigiose griffe europee, anche italiane, c’era la preoccupazione che il  Bangladesh venisse abbandonato. Ne sarebbe derivato un danno economico e sociale di proporzioni enormi per il Paese, dal momento che l’industria dell’abbigliamento ha indotto cambiamenti positivi nella società del Bangladesh, soprattutto a favore delle donne, tant’è che, per scongiurare un tale evento, il Premio Nobel per la Pace 2006 Muhammad Yunus, ideatore e realizzatore del microcredito moderno ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali, era intervenuto sulle colonne del britannico “The Guardian” per fare una proposta (“After the savar tragedy, time for an international minimum wage”, in The Guardian” del 12 maggio 2013).

L’esportazione dei capi di abbigliamento ready-made rappresenta il valore di 18 miliardi di dollari per il Bangladesh. L’Unione europea importa capi confezionati per 9,2 miliardi di euro all’anno, pari al 90% di tutte le merci importate da quel Paese asiatico, rappresentando il 10% del suo PIL e la creazione di 2,5 milioni di posti di lavoro. Premettendo che non avrebbe senso che le multinazionali lascino il Bangladesh che beneficia del loro business, Yunus aveva proposto che fossero i compratori stranieri a fissare congiuntamente un salario minimo internazionale per i lavoratori del settore, un po’ più alto di quello pagato finora, la cui maggior quota sarebbe andata a coprire gli investimenti per prevenire tragedie simili. I maggiori costi si scaricherebbero sul consumatore finale, indifferente di quel “maggior” prezzo, mentre le multinazionali si avvarrebbero di un’etichetta di marketing che testimonia che quel capo garantisce il benessere di coloro che l’hanno prodotto”.

Il Patto sottoscritto non entra, però, nel merito dell’equo prezzo dei capi di abbigliamento, anche se l’iniziativa dell’UE è volta a garantire che le sue imprese rispettino le normative sul lavoro lungo tutta la loro catena di approvvigionamento in linea con i principi della Responsabilità Sociale riconosciuti a livello internazionale. Tra gli impegni sottoscritti sono indicati:

- la Riforma della legge sul lavoro del Bangladesh per  rafforzare i diritti dei lavoratori, in particolare per quanto riguarda la libertà di associazione e il diritto alla contrattazione collettiva, la salute e la sicurezza, da emanarsi entro il2013;

- entro lo stesso anno dovranno entrare in azione ulteriori 200 ispettori, come garanzia che saranno effettuate visite regolari nelle fabbriche per valutare le condizioni di lavoro, la sicurezza, e salute, nonché il rispetto delle nuove normative deliberate; 

- migliorare la costruzione strutturale delle fabbriche di abbigliamento e la sicurezza antincendio entro giugno 2014, con il coordinamento e le risorse tecniche dell’ILO. 

È chiaro che abbiamo bisogno di unire le forze per essere in grado di migliorare le condizioni di lavoro per le migliaia di lavoratori del Bangladesh nel settore abbigliamento - ha dichiarato il Commissario al Commercio Karel De Gucht - Questo patto è un approccio, ora abbiamo bisogno di fare ogni sforzo per far sì che un’altra tragedia simile a quella del Rana Plaza possa essere evitato. A tal fine, l'UE è pronta e impegnata a sostenere ogni sforzo al riguardo del Bangladesh”. 

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