Gli scenari su cui si è discusso a Doha sono già improbabili per gli effetti dei cambiamenti climatici che stiamo già subendo.

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“Vogliamo che i nostri figli vivano in un’America che non sia gravata dai debiti, che non venga indebolita dalle disuguaglianze, che non sia minacciata dalla potenza distruttiva di un pianeta surriscaldato”.

Nel corso della Campagna per la Presidenza degli Stati Uniti i due candidati si erano ben guardati dall’inserire nei loro comizi il problema del global warming, che sondaggisti e opinion maker avevano ritenuto essere un tema da tralasciare in un momento di crisi economica per l’impatto che le conseguenti azioni di mitigazione e adattamento avrebbero comportato sulle finanze delle imprese del settore energetico e metallurgico.
Ad urne chiuse, nel “discorso di accettazione” che Barack Obama, rieletto Presidente per un secondo mandato, tiene subito dopo la proclamazione ufficiale dei risultati elettorali, ha inserito questo specifico riferimento (la trascrizione completa è reperibile sul sito).

Non sappiamo se la citazione sia dovuta alla considerazione che non dovrà più fare alcun altra campagna elettorale e, pertanto, è pronto ad intraprendere una battaglia più dura con il Congresso che su tali tematiche, in modo anche bi-partisan, ha dimostrato di non accogliere con favore i limiti alle emissioni delle industrie che l’EPA ha tentato di imporre.
Forse, a rimettere con “forza” il problema dei cambiamenti climatici ai primi posti nell’agenda politica dell’Amministrazione Obama, ha pesato di più l’effetto distruttivo dell’uragano Sandy, che nei giorni immediatamente precedenti lo svolgimento delle elezioni ha imperversato sugli Stati di New York e New Jersey, causando oltre 100 morti e 50 miliardi di danni.
In questo caso, avrebbe sbagliato generazione, perché prima ancora dei nostri figli, a doversi preoccupare delle conseguenze del global warming saremo noi che vediamo anno dopo anno le devastazioni di un clima che sta cambiando con una velocità superiore di quanto ci si aspettasse e, forse, di quanto avessero previsto 5 anni fa gli scienziati dell’IPCC che hanno redatto l’ultimo Rapporto di Valutazione sul Clima (AR4).

Certo, se anche gli scienziati non avevano previsto che questi eventi estremi sarebbero arrivati così a breve termine, non si può incolpare un Capo di Stato per quel che sta accadendo. Ma 4 anni fa Obama aveva affermato: “Ora è il momento di affrontare questa sfida una volta per tutte…il ritardo non è più un’opzione”. Nel suo programma di mandato c’era la riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050 e di investire 150 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili, mentre alle annuali Conferenze ONU sul Clima, le delegazioni statunitensi si sono sempre opposte ad accordi vincolanti, e i combustibili fossili hanno continuato ad usufruire di 1.000 miliardi di dollari all’anno.

Ripartire da quelle promesse, oggi non è più sufficiente, perché quei target di riduzione delle emissioni e degli investimenti per le clean technologies non sono più adeguati, essendo trascorsi 4 anni di defatiganti discussioni e “giochi delle Parti” durante i vari climate change talks, tra Paesi industrializzati e Paesi delle economie emergenti, che hanno avvicinato quello che gli scienziati chiamano il tipping point climatico, il punto oltre il quale le azioni di mitigazione eventualmente intraprese non riusciranno più ripristinare la situazione di stabilità.

Per evitare il punto di non ritorno, si era convenuto alla COP 15 di Copenhagen di mantenere il riscaldamento globale a +2 °C entro la fine del secolo con drastici tagli delle emissioni (cfr: “Le major countries dettano le condizioni”, in Regioni&Ambiente, n. 1-2 gennaio-febbraio 2010, pagg. 6-9).

Ora, nel suo ultimo “Low carbon economy index 2012”, appena pubblicato, la PricewaterhouseCoopers (PwC), una delle maggiori società di consulenza a livello mondiale, non già una delle tante ONG ambientaliste, titolava “Too late for two degrees?”.

L’Indice dell’economia a basse emissioni di PwC valuta annualmente il tasso di decarbonizzazione dell’economia globale, necessario per limitare a +2 °C il global warming, basandosi su un bilancio del carbonio stabile a 450 ppm, che vuol dire una riduzione dell’intensità del carbonio del 3,7% annuo. Viceversa, in questi ultimi anni l’Index ha evidenziato che la decarbonizzazione è stata pari solo al 7-8% annuo.
A causa di questo lento avvio, secondo PwC, l’intensità globale del carbonio deve essere tagliata in media del 5,1% l’anno da qui al 2050, un tasso che dal secondo dopoguerra non si è mai verificato. Anche se potrebbe essere realizzabile a lungo termine, non è realistico aspettarsi che la decarbonizzazione possa essere aumentata immediatamente, quindi, nei prossimi anni la riduzione necessaria dovrà essere di gran lunga superiore al 5,1%, evento che appare piuttosto irrealistico.

A queste previsioni, si sono aggiunti gli scenari pessimistici a +4 °C - +6 °C dell’ultimo Word Energy Outlook 2012 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), tant’è che nella presentazione del report 2012 di PwC, il Socio e Responsabile Sostenibilità e Cambiamenti Climatici, Leo Johnson conclude che “Una cosa è chiara: Imprese, Governi e Comunità di tutto il mondo debbono pianificare per un Pianeta più caldo, non di 2 °C, bensì di 4 C° o addirittura di 6 °C”.
Ma a Doha i negoziatori hanno bisticciato sullo scenario del +2 °C!