La massiccia diffusione di antibiotici nelle filiere dell’allevamento rischia di aumentare la resistenza dei patogeni e, per assurdo, di diminuire la capacità degli antibiotici stessi di combattere quelle malattie degli animali e dell’uomo, per le quali sono stati prodotti. 

antibiotici

Sulle pagine della prestigiosa Rivista scientifica multidisciplinare PNAS (Proceedings of the National Academy of Science of the Unitet States of America), recentemente sono stati pubblicati i risultati di una ricerca che mette in relazione la produzione e l’utilizzo massiccio di antibiotici nelle filiere dell’allevamento a scopo alimentare con la possibilità che, nel tempo, questi possano perdere la capacità di interferire positivamente con le patologie per le quali sono stati creati.

Infatti, secondo la ricerca, l’eccesso di produzione e uso di antibiotici, circa la metà dei quali è utilizzata nella produzione animale, aumenta e rafforza i geni resistenti ai trattamenti e riduce di conseguenza la capacità degli antibiotici di sconfiggere le malattie negli animali e nell’uomo.
È cosa nota da tempo, infatti, che l’abuso di antibiotici, nel tempo, ne causa l’inefficacia, dal momento che i microrganismi sono in grado – per naturali vie evolutive – di sviluppare resistenza nei confronti della sostanza mirate a distruggerli. Tale resistenza è il risultato di una mutazione genetica (cromosomica o extracromosomica) la cui casualità di insorgenza è direttamente proporzionale alla capacità dei microrganismi stessi di riprodursi con estrema facilità.

Tale pericolo dovrebbe mettere in allerta le Istituzioni contro l’uso massiccio e sconsiderato di antibiotici ad ampio spettro negli esseri umani, non si comprendere, però, tale prudenza non abbia luogo quando le stesse sostanze vengono somministrate con leggerezza negli animali da allevamento.
Sappiamo da studi diversi come la produzione di carne a scopo alimentare e commerciale ha impatti notevoli sulle risorse del pianeta, ma un ulteriore fattore di rischio è rappresentato proprio dalla leggerezza con la quale molti Paesi, soprattutto la Cina emergente, fanno uso di farmaci per ottenere animali più performanti e “garantiti” dal punto di vista della resistenza alle malattie.

Lo studio PNAS ha rilevato, ad esempio, negli allevamenti commerciali dei maiali in Cina la presenza di 149 geni unici resistenti agli antibiotici - La nostra ricerca riguarda principalmente la Cina ma riflette ciò che sta accadendo in molti paesi del mondo - ha spiegato James Tiedje, tra gli autori dello studio che approfondisce il rapporto tra l’uso degli antibiotici negli allevamenti e la pericolosa diffusione dei geni resistenti. “L’Organizzazione Mondiale della Sanità e la U.S. Food and Drug Administration hanno segnalato più volte la necessità di una migliore regolamentazione dell’uso veterinario degli antibiotici. La Cina attualmente utilizza quattro volte gli antibiotici per scopi veterinari usati in Usa”.

Succede, dunque, che i farmaci non sono del tutto metabolizzati degli animali e una gran parte delle sostanza finisce nelle deiezioni degli stessi che vengono utilizzate come letame: circa 700 milioni di tonnellate nella sola Cina che diventano un vettore di diffusione (anche internazionale) dei geni resistenti.
L’esposizione quotidiana agli antibiotici, come quelli per l’alimentazione animale, permette ai microbi che trasportano i geni resistenti di prosperare – ha affermato James Tiedje - In alcuni casi, questi geni diventano altamente mobili, nel senso che possono essere trasferiti ad altri batteri che possono causare malattie negli esseri umani. Si tratta di una situazione preoccupante perché le infezioni che causano non possono essere trattate con gli antibiotici”.

Se a questo problema si somma l’estrema mobilità di merci e di persone che caratterizza il nostro quotidiano, compresa la possibilità di moltiplicare considerevolmente la capacità di mutazioni casuali naturali nei microrganismi (senza contare quelle direttamente provocate da mutate condizioni climatiche e contaminazioni chimiche o radioattive), si capisce bene come un ripristino dei processi di allevamento e di produzione agricola più naturale sia, non solo un obiettivo ecologico, ma soprattutto una urgenza in termini sanitari.

E la Cina?
Lungi dall’essere l’unico responsabile, così come si sta ponendo il problema dei traffici transfrontalieri in ingresso di rifiuti da riciclare, delle emissioni in atmosfera, delle bonifiche di un territorio e di una popolazione martirizzati in ossequio ad una idea di sviluppo che, a torto, ha visto l’Occidente come esempio da imitare, sta, comunque con un certo ritardo, provando a rimediare in extremis.

Già in novembre, in occasione della Conferenza annuale sulla sicurezza alimentare in Cina il viceministro dell’agricoltura Chen Xiaohua aveva affermato che, proprio nel passaggio dall’agricoltura tradizionale a quella moderna la nazione dovrà promuovere l’attuazione di norme legali per la supervisione e l’amministrazione della sicurezza e della qualità. Da un lato verranno severamente punite le iniziative illegali, dall’altro si procederà verso la standardizzazione della produzione agricola e la trasformazione del modello di sviluppo dell’agricoltura, in modo da prevenire i rischi per la sicurezza e la qualità dei prodotti.
Ci auguriamo che l’allarme della comunità scientifica non cada nel vuoto e che i Governi, una volta tanto, sappiano dare una risposta concreta ai consumatori, non solo fornire rimedi per accidenti causati all’uopo.