Secondo il report degli animalisti, fra il 2010 e il 2015 sono stati trasportati dai paesi dell’UE in Turchia 900.000 pecore, 850.000 bovini e 5.000 capre, numeri cresciuti del 39% nell’ultimo anno e previsti in ulteriore aumento fin dai prossimi mesi. Un’indagine di Eyes on Animals e TSB/Animal Welfare Foundation, col supporto di Compassion in World Farming, rivela le inaudite e illegali sofferenze degli animali allevati nel nostro Continente e venduti in Medio Oriente e Asia.

animali maltrattati

900 mila pecore, 850mila bovini e 5mila capre sono stati deportati dall’Unione Europea in Turchia tra il 2010 e il 2015, destinati al macello, all’ingrasso e alla produzione di latte. Sono i numeri che cresceranno ancora di più nei prossimi anni e che emergono dalle ispezioni effettuate al confine turco a Kapikule da Animal Welfare Foundation (Germania), Tierschutzbund Zürich (Svizzera), Eyes on Animals (Olanda) supportati da Compassion in World Farming (CIWF), e riassunti in un dossier di 1000 pagine dal titolo “Il viaggio del condannato”.

Ciò che è drammatico, infatti, e che viene evidenziato in modo sconvolgente dal rapporto redatto dalle associazioni ambientaliste è che su 352 camion con animali (ispezionati in 93 giorni di investigazione) e diretti in Medio Oriente e Asia, 247 (il 70% di quelli controllati) violavano uno o più punti del Regolamento europeo 1/2005 sul trasporto. In poche parole, le bestie erano costrette a sopportare orribili condizioni di viaggio che le portavano a grave disidratazione, stress, lesioni e spesso anche morte.

Non si tratta di eventi casuali relativi a singole aziende di trasporto, ma di violazioni sistematiche. Nessuno dei 13 Stati Membri dell’UE da cui provengono gli animali ha i dati in regola - ha affermato Lesley Moffat, ispettrice di Eyes on Animals - E quel che è peggio è che l’istituzione Europa conosce bene l’esistenza di questo problema, ma sta a guardare e non adotta alcuna misura concreta per creare un’infrastruttura adeguata in grado di arrestare un simile commercio (basterebbero semplici stalli per scaricare e nutrire gli animali). In ogni caso, dopo aver attraversato il confine, l’UE non è più competente sul controllo dei carichi e di conseguenza sul sanzionamento di coloro che violano la normativa in caso di infrazioni. Così gli Stati Membri possono continuare ad eseguire le intenzioni politiche dei loro governi esportando le proprie eccedenze di animali in ogni condizione”.

L’UE resta in disparte come se fosse completamente impotente ma in realtà dovrebbe fermare questo traffico che rappresenta una tortura inaudita e allo stesso tempo infrange le leggi, solo ed esclusivamente per meri interessi economici - ha continuato Iris Baumgärtner, ispettrice di TSB/AWF - Le tragiche conseguenze per gli animali possono essere rilevate ogni giorno nei trasporti a lunga distanza attraverso i confini esterni dell’UE: violazioni dei tempi di guida, piani di viaggio irrealistici, dichiarazioni false sulle pause per il riposo, temperature estreme, mancanza di riserve d’acqua e cibo, sovraccarico di animali, spazio insufficiente per il capo degli animali, lettiere mancanti e conducenti non formati sono all’ordine del giorno. Feriti, morenti, malati e partorienti gli animali sono lasciati al loro destino e quelli che muoiono spesso rimangono a bordo dei camion fino a destinazione”.

Eppure, l’anno scorso, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che il regolamento per il trasporto diventi valido a tutti gli effetti e debba essere rispettato dai camion con animali vivi dal luogo di partenza fino a quello di destinazione, anche se quest’ultimo si trova in un Paese al di fuori dell’Unione. Inoltre, l’esportazione di animali vivi oltre i confini europei viola anche l’Articolo 13 del Trattato di Lisbona, secondo il quale i requisiti del benessere degli animali in quanto esseri senzienti devono essere tenuti pienamente in conto.

Le ragioni che stanno dietro a questo tipo di trasporti “illegali”, secondo le varie associazioni ambientaliste, sono gli interessi dell’UE di dare sollievo al mercato interno di animali da allevamento cercando di mantenere i prezzi stabili. Basta pensare che ci sono voluti lunghi anni di negoziati da parte dell’Unione per convincere finalmente la Turchia nel 2010 a comprare animali europei.

Quest’ultimi provengono perlopiù da Ungheria, Bulgaria, Francia, Estonia, Germania, ma anche dall’Italia. E sebbene in percentuale molto minore rispetto ad altri paesi, secondo le statistiche UE sull’export, lo scorso anno ne abbiamo esportati oltre quattromila, quasi quattro volte di più rispetto alla stagione 2014. In ogni caso, dei 6 carichi italiani ispezionati durante l’indagine, tutti infrangevano il regolamento per diversi motivi.

I risultati delle inchieste condotte dai colleghi di Eyes on Animals e TSB/AWF mostrano tutta la crudeltà delle esportazioni di animali vivi in Turchia - ha concluso Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus - Come CIWF Italia chiediamo al Governo del nostro paese che si schieri in sede europea per la fine di questo barbaro commercio. Gli animali italiani esportati in Turchia sono ancora pochi, ma sempre troppi. I cittadini possono unirsi alla nostra richiesta firmando una petizione sul nostro sito”.