Tra 33 anni l’agricoltura italiana scomparirà

Tra 33 anni l’agricoltura italiana scomparirà

Allarme Coldiretti: ogni giorno in Italia chiudono 60 stalle e fattorie. Tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri e la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte proveniente dall’estero. Tutto questo significa conseguenze devastanti sull’economia, sull’occupazione, sull’immagine del Made in Italy nel mondo e anche sulla sicurezza alimentare.

lavoro nei campi

Dall’inizio della crisi sono state chiuse in Italia oltre 172.000 stalle e fattorie ad un ritmo di più di 60 al giorno, con effetti drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare e sul presidio ambientale. A lanciare l’allarme è il dossier presentato recentemente dalla Coldiretti al valico del Brennero dove sono giunti migliaia di agricoltori per fermare i traffici di una Europa che chiude le frontiere ai profughi, ma le spalanca ai prodotti stranieri.

Dall’inizio della crisi sono state chiuse in Italia oltre 172.000 stalle e fattorie ad un ritmo di più di 60 al giorno, con effetti drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare e sul presidio ambientale. A lanciare l’allarme è il dossier presentato recentemente dalla Coldiretti al valico del Brennero dove sono giunti migliaia di agricoltori per fermare i traffici di una Europa che chiude le frontiere ai profughi, ma le spalanca ai prodotti stranieri.

Occorre fermare chi fa affari sulle spalle degli agricoltori e dei consumatori con le speculazioni sui prodotti - sottolinea l’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana - favorite dalla mancanza di trasparenza sulla reale origine e sulle caratteristiche degli alimenti, che stanno provocando l’abbandono delle campagne secondo i dati Unioncamere relativi ai primi sei mesi del 2015 rispetto all’inizio della crisi nel 2007”.

Oggi sono meno di 750mila le aziende agricole sopravvissute in Italia, ma se l’abbandono continuerà a questo ritmo in 33 anni secondo la Coldiretti non ci sarà più agricoltura lungo la Penisola, con conseguenze devastanti sull’economia, sull’occupazione, sull’immagine del Made in Italy nel mondo e anche sulla sicurezza alimentare ed ambientale dei cittadini.

Coldiretti denuncia che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri e la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio indicarlo in etichetta. In Italia le poco più di 35.000 stalle sopravvissute hanno prodotto nel 2014 circa 110 milioni di quintali di latte, mentre sono circa 86 milioni di quintali le importazioni di latte equivalente: “Per ogni milione di quintali di latte importato in più - spiegano gli allevatori - scompaiono 17 mila mucche e 1.200 occupati in agricoltura. E la situazione sta precipitando nel 2015, con il prezzo riconosciuto agli allevatori che non copre neanche i costi di produzione e spinge verso la chiusura gli allevamenti”.

L’impatto negativo è anche sulla sicurezza alimentare. Nell’ultimo anno le cagliate importate dall’estero hanno superato il milione di quintali, pari al 10% dell’intera produzione italiana. Si tratta di prelavorati industriali che vengono soprattutto dall’Est Europa e che consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità. La situazione rischia di aggravarsi con la richiesta della Commissione Europea all’Italia di porre fine al divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari previsto dalla legge nazionale.

Bisogna cambiare verso anche in agricoltura dove la chiusura di un’azienda significa - spiega la Coldiretti - maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione. Sono questi i drammatici effetti di quelli che sono i due furti ai quali essa è sottoposta giornalmente: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente”.

Rischiamo di perdere un patrimonio del nostro Paese sul quale costruire una ripresa economica sostenibile e duratura che faccia bene all’economia all’ambiente e alla salute - afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - L’invasione di materie prime estere spinge prima alla svendita agli stranieri dei nostri marchi più prestigiosi e poi alla delocalizzazione delle attività produttive”.

Oggi a causa della concorrenza “sleale” che fa chiudere le aziende agricole, l’Italia è costretta ad importare il 40% del latte e carne, il 50% del grano tenero destinato al pane, il 40% del grano duro destinato alla pasta, il 20% del mais e l’80% della soia. Ma l’invasione riguarda anche prodotti dove siamo praticamente autosufficienti: dall’olio di oliva con la nostra Penisola che si classifica come il principale importatore mondiale per realizzare miscele di bassa qualità da “spacciare” come Made in Italy fino all’ortofrutta, dove il frutteto italiano si è ridotto di un terzo (-33%) negli ultimi quindici anni con la scomparsa di oltre 140mila ettari di piante di mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti. Senza dimenticare il settore delle carni, a partire da quelle bovine, spesso preda di traffici illeciti con l’importazione di animali privi dei necessari documenti e marchi auricolari, soprattutto dall’Est Europeo.

A rischio per l’Italia - conclude l’associazione - è il primato europeo nella produzione di una delle componenti base della dieta mediterranea per il crollo dei compensi pagati agli agricoltori che non riescono più a coprire neanche i costi di produzione mentre al dettaglio i prezzi aumentano”.
 

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