Complice il Festival milanese “Piccolo grande Cinema”, il documentarista ferrarese Folco Quilici partecipa ad una proiezione pubblica del suo film del 1962 e parla del rapporto interrotto Uomo-Mare.

atollo polinesiano

Un tuffo nel passato, letteralmente…
È stata questa l’immagine e la sensazione provata durante la serata di sabato 29 novembre, a Milano, presso lo Spazio Oberdan, dove, nell’ambito della VII edizione del Festival “Piccolo grande cinema” (manifestazione della Cineteca meneghina dedicata alle scuole e alle famiglie), il grande cineasta e documentarista italiano, Folco Quilici, è stato invitato in qualità di ospite d’eccezione  per un “cineforum” dedicato alla proiezione della sua pellicola “Ti-Koyo e il suo pescecane” (1962).

Interamente girato in Polinesia (quando ancora non era stata “contaminata” dal turismo di massa), nel periodo 1960-1961, il film, prodotto dall’allora Titanus, è una vera e propria “fabula” ispirata alla realtà che narra di un curioso rapporto di amicizia che si crea fra un ragazzo che vive su un atollo delle isole Tuamotu ed uno squalo. L’idea, ha raccontato il grande documentarista, gli venne allorquando, da buon osservatore notò come in quell'atollo remoto del Pacifico dei ragazzi giocavano in un avvallamento dell'atollo; i pescatori dopo aver preso i pescecani li spingevano in quella grande “vasca” dove i ragazzi giocavano con gli squali... Allora pensò di fare un film sulla vita di questi pescatori polinesiani facendosi coadiuvare per le riprese da una piccola troupe che per un anno intero abitò insieme a lui in una capanna messa a disposizione da una famiglia locale con la quale, ha sottolineato Quilici, nacque una bella ed autentica amicizia.
Ma c’è di più, per scrivere la storia chiese ed ottenne la collaborazione del noto scrittore Italo Calvino.

La visione della pellicola originale (la forza delle immagini e quella delle voci e dei doppiaggi sono sorprendenti malgrado gli sfregi del tempo e gli inevitabili segni lasciati  dalle centinaia di passaggi in sala di cinquant’anni fa), ha consentito al pubblico presente di ammirare i paesaggi fantastici e lontanissimi nel tempo e nello spazio dei meravigliosi atolli polinesiani allora incontaminati. In questo senso, il film di Quilici, al di là della componente narrativa di finzione, resta, pertanto, un documento unico e raro di un paesaggio che adesso non esiste più!

Al di là della dell’operazione prettamente culturale di riproposta, sul grande schermo, di una pellicola di difficile reperibilità, ci ha colpito l’operazione sottesa alla proposta di visione, tanto più in un ambito riservato alle famiglie: ragionare insieme, a partire dal media Cinema, sulla necessità del recupero di un rapporto più amichevole fra Uomo e Mare (e per estensione, fra Uomo e Natura).
Lo stesso Quilici, durante l’incontro ha affermato: “Simbolicamente l'amicizia fra il ragazzo e lo squalo é la battaglia per salvare il mare; la caccia il tentativo di avvelenarlo”. “Si tratta di una favola ecologista - ha proseguito Quilici che nella sua lunga carriera di fotografo e regista di film-documentari si é fatto paladino della difesa dell'ambiente... - che però é tutta vera, comprese le pericolose scene con il pescecane; era dunque una società semplice che non aveva costruito nulla, in continua lotta per la sopravvivenza, con grandi famiglie in cui le donne avevano un ruolo importante”.

Nel raccontare come, vent’anni fa il regista è tornato negli stessi luoghi di allora per scoprire che tutto era cambiato: sull'atollo si arriva in aereo, ci sono alberghi, strade, il telefono… non esistono più quelle differenze di vita che il regista aveva trovato allora, ormai tutto è livellato dalla globalizzazione, lo spunto cinematografico è stato l’esca per una riflessione a tutto campo sulla rapidità con la quale l’uomo è in grado di distruggere le meraviglie della natura sacrificandole sull’altare del denaro e di uno sterile “progresso”. In tal modo della straordinaria bellezza della natura resta solo memoria nelle pellicole di film e documentari girati negli anni '60 o nella vecchia documentazione fotografica.

Terminata la proiezione, Folco Quilici ha congedato il pubblico con la promessa che in primavera uscirà un suo film dedicato all'estate del 1943 in Sicilia, allorquando lì terminò la seconda guerra mondiale con lo sbarco degli americani… Il documentario, ha assicurato il regista, proporrà una analisi storica differente da quella comunemente accettata ma non ha voluto svelare altri particolari. Una piccola anticipazione, questa, che ci fa comprendere come, nonostante i suoi 84 anni, la polivalenza e vivacità intellettuale del regista, scrittore e fotografo sia immutata dagli anni ’50, da quando, cioè, cominciò a girovagare attorno al mondo dall' India al Pacifico, dal Sudamerica all'Africa fin nel profondo degli abissi marini, testimone con i suoi documentari di culture ed ambienti destinati a cambiare o forse a soccombere.

Ricordiamo che Folco Quilici é nato a Ferrara nel 1930 da Nello Quilici, storico e giornalista e Mimì Buzzacchi, pittrice. I suoi film dedicati al rapporto fra uomo e mare sono stati distribuiti e premiati in vari Paesi del Mondo. Fra questi: “Sesto Continente” (Premio Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia, 1954), “Ultimo Paradiso” (Orso d'Argento al festival di Berlino, 1956), “Ti-Koyo e il suo pescecane” (Premio Unesco per la Cultura, 1961), “Oceano” (Premio Speciale Festival di Taormina, 1971 e Premio David di Donatello, 1972), “Fratello Mare” (Primo Premio al Festival Internazionale del Cinema Marino, Cartaghena, 1974) e “Cacciatori di Navi” (Premio Umbria Fiction, 1992).