Thomas Fuchs! Chi è costui?

Thomas Fuchs! Chi è costui?

Sconosciuto ai più, novello Carneade di manzoniana memoria, questo signore austriaco rischia di diventare famoso tra i proprietari italiani che hanno installato, come ha fatto lui, un impianto fotovoltaico sul tetto delle proprie abitazioni.

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Il Sig. Thomas Fuchs, residente nell’Oberösterreich, nel 2005 installò un impianto fotovoltaico sul tetto della sua casa. Poiché l’impianto non aveva capacità di immagazzinamento dell’energia elettrica, Fuchs cedeva la produzione con contratto stipulato a tempo indeterminato alla società Ökostrom Solarpartner, remunerata al prezzo di mercato e assoggettata all’IVA. Fuchs, quindi, riacquistava dalla stessa società l’energia elettrica necessaria per le proprie esigenze domestiche, di quantità superiore a quella ceduta, allo stesso prezzo al quale l’energia elettrica prodotta dal suo impianto fotovoltaico era stata ceduta in rete, chiedendo all’Autorità tributaria competenteil rimborso dell’IVA da lui assolta al momento dell’acquisto dell’impianto fotovoltaico.

Al rifiuto di tale rimborso, giustificato dal fatto che Fuchs, nello sfruttare il suo impianto fotovoltaico, non esercitava un’attività economica, questi opponeva un ricorso dinanzi Commissione tributaria indipendente di Linz che l’accoglieva.

A sua volta l’Autorità tributaria si rivolgeva alla Corte Amministrativa austrica che, in tale contesto, chiedeva alla Corte di Giustizia dell’Unione europea se lo sfruttamento di un impianto fotovoltaico installato sopra o accanto a un edificio privato ad uso abitativo e strutturato in modo tale che la quantità di energia elettrica prodotta, da un lato, sia costantemente inferiore alla quantità complessiva di energia elettrica consumata per uso privato dal gestore dell’impianto e, dall’altro, sia ceduta in rete verso un corrispettivo, con la realizzazione di introiti aventi carattere di stabilità, rientri nella nozione di “attività economiche”.

Ora, con la Sentenza 20 giugno 2013 la Corte si è pronunciata in senso affermativo. 

La Corte di Lussemburgo, interpretando l’Art. 4 della sesta Direttiva 77/3887CEE in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative a alle imposte sulla cifra di affari, ha rilevato, infatti, che l’impianto installato sulla casa del sig. Fuchs produce energia elettrica che viene immessa nella rete a fronte di una remunerazione, sfruttando l’impianto al fine di ricavarne introiti. Inoltre, dato che le cessioni di energia elettrica in rete sono effettuate in base a un contratto a tempo indeterminato, tali introiti hanno carattere di stabilità. È irrilevante al riguardo che la quantità di energia elettrica prodotta dall’impianto sia sempre inferiore alla quantità di energia elettrica consumata dal gestore per le proprie esigenze domestiche.

Secondo la Corte, lo sfruttamento di un impianto fotovoltaico costituisce “attività economica” se avviene al fine di ricavarne introiti aventi carattere di stabilità, laddove la nozione di introiti dev’essere intesa nel senso di una remunerazione percepita come contropartita dell’attività esercitata. Ne risulta che, per considerare che lo sfruttamento di un bene avvenga al fine di ricavarne introiti, è irrilevante che tale sfruttamento sia o meno finalizzato a generare profitti.

La Corte ricorda, peraltro, che secondo la logica del sistema dell’IVA, il soggetto passivo può detrarre l’IVA che ha gravato a monte sui beni o sui servizi da lui impiegati per le sue operazioni soggette ad imposta. La detrazione delle imposte a monte è connessa alla riscossione delle imposte a valle. Nella misura in cui beni o servizi sono impiegati ai fini di operazioni imponibili a valle, la detrazione dell’imposta che ha gravato su di essi a monte è necessaria per evitare una doppia imposizione. La qualità di soggetto passivo presuppone in particolare che la persona interessata eserciti un’ “attività economica”.

Qualcuno potrebbe giustamente domandarsi in qual modo il caso del Sig. Fuchs dovrebbe interessare i contribuenti italiani, dal momento che le sentenze della Corte di giustizia europea non risolvono i casi nazionali (su cui deve intervenire la Giustizia del Paese membro), bensì la validità degli Atti dell’UE o interpreta la coerenza con il suo diritto.

Orbene, la Sentenza va in direzione opposta a quella espressa dalla stessa Agenzia nella risposta ad un quesito rivoltole dal GSE (Risoluzione n. 84/E del 10 agosto 2012) che per i proprietari di piccoli impianti non sussiste l’obbligo dell’apertura di partita IVA. 

Seppur alcune testate hanno affermato che l’Agenzia delle Entrate avrebbe escluso conseguenze dirette per i proprietari, non c’è traccia ancora di note ufficiali in merito. 

Cosa succederebbe se, in forza della predetta sentenza, fossero i proprietari stessi a chiedere di aprire la partita IVA, seppur sia evento assai remoto, per il lungo contenzioso che si aprirebbe, oltre che improbabile sul piano della convenienza per i richiedenti?

E se fosse la stessa Agenzia delle Entrate a rivedere le sue posizioni, sulla base della gerarchia delle fonti del diritto ovvero della supremazia interpretativa della Direttiva UE rispetto a quella amministrativa italiana?

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