Sos elefanti: approvato l’accordo contro il traffico illegale di avorio

Sos elefanti: approvato l’accordo contro il traffico illegale di avorio

I mercati legali di avorio grezzo e lavorato che esistono in alcune Nazioni devono essere urgentemente chiusi per contrastare il bracconaggio che sta decimando le popolazioni di elefanti. E’ quanto è stato deciso dai rappresentanti di 182 Paesi riuniti a Johannesburg, in Sudafrica, per il meeting della CITES, la Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie minacciate di Estinzione che fa capo all’ONU. 

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I mercati legali interni di avorio presenti in alcune Nazioni devono essere urgentemente chiusi, e non più solo regolati, altrimenti tra pochi anni gli elefanti scompariranno dal Pianeta. Lo hanno deciso i rappresentanti di 182 Stati riunitisi a Johannesburg, in Sudafrica, i primi di ottobre al meeting della CITES, la Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie minacciate di Estinzione che fa capo all’ONU.

L’accordo non è legalmente vincolante, ma mostra la manifesta intenzione della comunità globale di voler porre fine progressivamente al commercio interno nei singoli Stati, dopo le proibizioni sui mercati internazionali in auge da 27 anni, al fine di contrastare il fenomeno del bracconaggio che sta decimando intere popolazioni di elefanti nell’ultimo decennio.

Il traffico di fauna selvatica è da sempre, infatti, uno dei maggiori pericoli per le specie in via di estinzione e rappresenta la quarta più grande rete criminale internazionale dopo droga, uomini e armi. Gli ultimi anni hanno visto un aumento drammatico di questo traffico e si stima che dagli 8 ai 20 miliardi di euro passano ogni anno tra le mani di gruppi del crimine organizzato. Si tratta di un’attività illegale che non solo minaccia la sopravvivenza di alcune specie emblematiche, ma alimenta anche la corruzione, finanzia gruppi di miliziani, provoca vittime umane e priva le comunità più povere di reddito.

Oltre 140mila elefanti sono stati uccisi nella savana africana tra il 2007 e il 2014, con i bracconieri che hanno fatto fuori un terzo della popolazione totale e che in media continuano ad abbattere un esemplare ogni 15 minuti. Con i ritmi attuali, l’elefante africano potrebbe estinguersi nei prossimi 10 anni.

Stando alla decisione storica della CITES, le Nazioni dovranno adottare tutte le misure legislative, regolamentari e attuative per chiudere con urgenza i mercati domestici di avorio grezzo e lavorato, e non più solo regolamentarli, dando il via libera alla distruzione delle scorte sequestrate al fine di smaltirle e sanzionando le nazioni che stanno fallendo nel contrastare il commercio illegale. Nel mirino ci sono soprattutto realtà come Camerun, Etiopia, Nigeria e Gabon che avrebbero dovuto condividere dei report sulle misure implementate, ma che non hanno onorato i propri impegni.

Tuttavia, molti osservatori hanno giudicato l’accordo troppo debole per ottenere dei risultati concreti. Da un lato, è vero che i canali legali dello smercio di avorio sono vettori dei traffici illegali, per cui ridurne progressivamente gli scambi può contribuire a mettere in difficoltà le reti criminali che se ne approfittano. Dall’altro lato, però, ciò non esclude affatto la possibilità che i network del bracconaggio internazionale si riorganizzino in fretta, continuando quasi indisturbati nelle loro attività.

Inoltre, l’accordo ha carattere meramente volontario. E già si sono registrate le prime defezioni: il Giappone, negando i rapporti dell’Environmental Investigation Agency (EIA) che provano la presenza di attività di contrabbando all’interno dei propri confini, ha annunciato che non aderirà perché secondo il delegato nipponico il mercato giapponese (uno dei più grandi al mondo) non sarebbe affatto un punto di smercio dell’avorio illegale. A sorpresa, invece, la Cina (altro grande mercato di approdo dell’avorio) ha appoggiato alcune delle misure più stringenti.

Ricordiamo, a chiusura, che mentre per gli elefanti l’intesa c’è stata, al meeting è mancato l’altro tanto atteso accordo sul divieto completo al commercio delle parti di leone. Il compromesso raggiunto, infatti, impedisce la compravendita di ossa, denti e artigli di leoni selvatici, ma non quella di leoni allevati in cattività, così come resta legale l’esportazione di trofei di caccia. E se pensiamo che di leoni selvatici ne sono rimasti appena 20mila esemplari e circa 1.500 vengono uccisi ogni anno come trofei (una pratica venuta alla ribalta l’anno scorso con l’abbattimento del leone Cecil in Zimbabwe per mano di un dentista statunitense), è chiaro che anche per questa specie devono essere presi al più presto drastici provvedimenti, altrimenti il re della foresta rischia di sparire per sempre.

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