Sono tutte "verdi" le fonti rinnovabili?

Sono tutte "verdi" le fonti rinnovabili?

Una provocatoria domanda sulle possibili conseguenze per il riscaldamento globale

riscaldamento globale

Uno degli ultimi numeri del settimanale “New Scientist”, Rivista che non pubblica articoli scientifici sottoposti ad un processo di revisione (peer review), ma notizie, approfondimenti e dibattiti su aspetti della ricerca scientifica, ha ospitato come articolo di fondo “Quant’è pulita l’energia verde” di Anil Ananthaswamy, uno dei suoi più prestigiosi collaboratori. 

L’autore, ingegnere elettronico indiano, divenuto poi divulgatore scientifico, è conosciuto agli addetti ai lavori per la recentissima uscita in italiano del suo ultimo libro “The Edge of Physics” (“Ai confini della realtà. Viaggio tra i segreti dell’universo” - Codice Edizioni, 2012) per lanciare il quale era intervenuto il 22 ottobre 2011 con una lectio magistralis al Festival della Scienza di Genova.

In “How clean is green energy?” (New Scientist, 28 january 2012, 213 (2849), pp. 34-38), Anathaswany ha preso in rassegna alcuni dei più recenti articoli scientifici sul tema delle conseguenze dell’aumento di circa il 2% all’anno nell’ultimo secolo dei consumi energetici, destinati peraltro ad aumentare secondo lo stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, a causa dell’aumento della popolazione mondiale e dei mutamenti nello stile di vita degli abitanti di molte regioni a rapida crescita economica.

Le considerazioni dell’autore gettano un’ombra sull’uso indiscriminato delle fonti rinnovabili attualmente in uso come alternativa alle fossili, per i possibili effetti a lungo termine sul riscaldamento globale. In particolare, Ananthaswany si sofferma sulle teorie di Eric Chaisson, Professore all’Harvard Smithsonian Center for Astrophysis di Cambridge (MA), secondo il quale i futuri scenari calcolati per simulare gli effetti della produzione di energia sul riscaldamento globale non tengono conto adeguatamente della seconda legge della termodinamica la quale enuncia che, tutte le volte che in un sistema fisico, chimico o biologico si verifica una trasformazione di energia, non tutta quella inizialmente disponibile può essere utilizzata: una parte di questa produzione viene dispersa.

Alla lunga, specie se la produzione di energia dovesse proseguire con tali ritmi, il riscaldamento dovuto all’energia di scarto andrebbe ad aggiungersi a quello dovuto all’aumento dei livelli di CO2, determinando entro il 2300 un aumento della temperatura globale di 3 °C.

“L’unica energia prodotta che non riscalda ulteriormente la Terra è quella solare - scriveva Chaisson, citando il suo mentore l’astrofisico Carl Sagan - Ogni civiltà intelligente vivente su qualsivoglia Pianeta alla fine dovrà utilizzare in modo esclusivo l’energia della sua stella madre” (Eric J Chaisson “Long-Term Global Heating from Energy Usage”, EOS Transaction American Geophysical Union, 2008, Vol. 89, No. 28, pag. 253).

Chaisson aveva etichettato il suo lavoro come una “congettura” (back of the envelope), sperando che qualcuno gli desse torto, ma, afferma Anathaswany, finora non è avvenuto. Insomma, non tutte le energie rinnovabili sono “green” e nel lungo periodo potrebbero rivelarsi più dannose di quanto si pensasse. Anche se in questo momento non possiamo farne a meno di fronte alla priorità di liberarci dalla dipendenza dei combustibili fossili, è bene che si cominci a pensare a quali tecnologie permetteranno alle generazioni future di controllare gli effetti sul clima della produzione di energia, investendo di più per migliorare quelle meno impattanti e creando le condizioni per sistemi di accumulo in grado di conservare l’energia prodotta in modo discontinuo dalle rinnovabili.

Solo poco più di un secolo fa (1895) lo scienziato svedese Svante Arrhenius formulò l’ipotesi che “la riduzione o l’aumento di circa il 40% dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera potrebbe innescare reazioni responsabili dell’evoluzione e involuzione delle ere glaciali”, ma “fra qualche migliaio di anni”, tanto che nel 1903 ottenne il suo Premio Nobel per la Chimica non per tale intuizione, bensì per la sua teoria sul trasferimento degli ioni visti come responsabili del passaggio di elettricità.

Non possiamo, quindi, fare a meno di riflettere come sia stato troppo a lungo sottaciuto il ruolo dell’impatto umano sugli ecosistemi e abbia subito un’improvvisa accelerazione negli ultimi decenni. Fino a qualche tempo fa si affermava pure che non c’era da preoccuparsi perché gli oceani sarebbero stati in grado di assorbire grandi quantità di CO2. Ora sappiamo che dobbiamo tener conto della progressiva e preoccupante acidificazione degli oceani, come fenomeno acclarato e inconfutabile, tant’è che ormai se ne parla nelle scuole.

Ecco il brano assegnato nell’anno scolastico 2010-2011 agli studenti di una classe seconda di Scuola di istruzione secondaria di 2° grado su cui dovevano dare risposte al fine di rilevare gli apprendimenti, secondo il cosiddetto test INVALSI:
“Nuotare negli oceani come nuotare nell’acido solforico, nell’aceto o nel succo di limone: è la prospettiva che molti scienziati vedono nel nostro futuro. Secondo loro l’intensificazione progressiva dell’emissione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera porterà a una sua iperconcentrazione nell’atmosfera; l’anidride carbonica si scioglierà poi nell’acqua degli oceani, i quali in parte la metabolizzeranno attraverso il plancton, in parte la lasceranno precipitare sul fondo sotto forma di roccia (formata dai sali, insolubili, dell’acido carbonico). Ne resterà però un 30%, che si trasformerà in acido carbonico, acidificherà progressivamente le acque, le farà diventare sempre più invivibili e finirà col mettere a rischio la vita sia del plancton sia degli invertebrati e dei vertebrati che popolano gli oceani. Quando l’uomo agisce in modo sconsiderato e quando pensa che la terra sia a sua completa disposizione la natura si ribella o addirittura muore”.

Non abbiamo nulla da perdere, bensì molto da guadagnare nell’investire maggiormente nella ricerca di tecnologie in grado di generare energia, raffreddando al contempo la temperatura della Terra, se non vogliamo ritrovarci alle prese con un nuovo problema per il clima, dopo aver pensato viceversa che lo avremmo risolto.

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