Sono i consumatori a determinare il maggior impatto ambientale

Sono i consumatori a determinare il maggior impatto ambientale

Uno studio svolto nell’ambito del Progetto GLAMURS, finanziato dalla Commissione UE, mette in evidenza che i consumi delle famiglie sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni di gas a effetto serra e fino all’80% dell’utilizzo di acqua.
Si suggerisce che è meglio scegliere di spendere per un servizio anziché per un bene, ma non sembra essere questa una delle “riforme strutturali” indicate dal G20 finanziario di Shanghai (26-27 febbraio 2016).

cartina exiobase

In queste settimane il calo del prezzo del petrolio e il rallentamento dell’economia cinese, maggiore delle previsioni, stanno mettendo in allarme Borse e Organizzazioni economico-finanziarie che vi scorgono nubi sull’orizzonte della ripresa economica e dello sviluppo.

Ma la minor crescita del gigante asiatico è dovuta soprattutto alla riduzione delle esportazioni verso i Paesi ricchi che hanno avuto nel frattempo una grave crisi da cui stentano a riprendersi.

Nel frattempo, però, l’ “officina del mondo”, come è stata ribattezzata la Cina, si è conquistata la triste fama di Paese maggior emettitore globale di gas ad effetto serra, proprio a seguito della grande produzione di beni, dagli iPhone alle magliette, che vengono esportati in tutto il mondo, ma prevalentemente in Europa e negli USA.

Tuttavia, “Se si guardasse all’impronta ambientale pro-capite della Cina si potrebbe constatare che essa è piccola, perché è vero che produce molti beni, ma li esporta. Se si spostasse la responsabilità dell’impatto ambientale dai produttori ai consumatori di tali prodotti, si troverebbe un risultato ben diverso”.

È quanto ha fatto Diana Ivanova, dottorando di ricerca in Ecologia Industriale presso l’Università norvegese della scienza e tecnologia (NTNU), che assieme ai suoi colleghi ha esaminato l'impatto ambientale dalla prospettiva del consumatore in 43 diversi Paesi e in 5 restanti Regioni del mondo.
Lo studio “Environmental Impact Assessment of Household Consumption”, pubblicato sul Journal of Industrial Ecology, ha dimostrato che i consumatori sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni di gas a effetto serra del mondo, e fino all’80% dell’utilizzo di acqua.

A tutti noi piace dare la colpa a qualcun altro, come ai Governi o alle imprese - ha proseguito la Ivanova che è l’autrice principale dello Studio - Ma tra il 60-80% degli impatti ambientali sul pianeta deriva dai consumi delle famiglie. Se cambiassimo le nostre abitudini, si avrebbe un drastico effetto anche sulla nostra impronta ambientale”.

L'analisi condotta ha permesso di rilevare che i consumatori sono direttamente responsabili del 20% di tutti gli impatti correlati al carbonio, ovvero quelli che derivano sia dal guidare le proprie auto che dal riscaldare le abitazioni. Ma gli altri 4/5 possono essere attribuiti egualmente ai consumatori, come impatti secondari indiretti che conseguono all’acquisto di beni prodotti.

Ne è esempio il consumo di acqua. Quando ci si propone di tagliare il consumo individuale di acqua si pensa a ridurre il tempo del docce o a utilizzare in modo più efficiente lavastoviglie e lavabiancheria, che sono comunque delle buone idee che possono essere messe in pratica opportunamente. Se si andasse ad indagare con maggiore profondità, però, si scoprirebbe che la maggior parte dell’acqua consumata sul pianeta viene ingoiata dalle merci che si acquistano.

Prendendo in considerazione la carne, la sua produzione richiede tanta acqua, perché le mucche si cibano di cereali che per crescere hanno bisogno di acqua. Dal momento che le mucche sono relativamente inefficienti nel convertire le granaglie in carne che mangiamo, ci vogliono in media circa 15.415 litri d'acqua per produrre un chilo di carne di manzo.

Altrettanti grandi quantità di acqua occorrono per la produzione di latte e dei suoi derivati. Nello Studio si rammenta che dei ricercatori olandesi, esaminando la quantità di acqua necessaria per produrre un litro di latte di soia coltivata in Belgio e quella che occorre per un litro di latte di mucca, hanno constatato che nel primo caso sono occorsi 297 litri d'acqua (il 62% dei quali per far crescere i semi di soia), mentre nel secondo sono stati necessari mediamente 1.050 litri.

Gli alimenti trasformati, come la pizza surgelata che si acquista per la cena, necessitano di un consumo sproporzionato di acqua, oltre a quello di energia, materiali e acqua per coltivare le materie prime, per inviarle al trasformatore, per produrre gli articoli alimentari trasformati e per confezionare il prodotto finale.
Se poi si tratta di cioccolato, allora siamo di fronte ad uno dei prodotti a maggior intensità idrica, poiché per produrne un chilo sono necessari ben 17.000 litri di acqua.

Come anticipato, i ricercatori hanno esaminato anche l'impatto ambientale su base pro capite, Paese per Paese, constatando che il Lussemburgo ha un’impronta di carbonio che è quasi la stessa degli Stati Uniti. Seguendo un modello prevedibile: più un paese è ricco, tanto più i suoi abitanti consumano e quanto più un individuo consuma, maggiore è il suo impatto sul pianeta.

Comunque, i ricercatori hanno osservato che le differenze tra i Paesi sono notevoli: “I Paesi con i consumi più elevati - ha sottolineato la Ivanova - hanno un impatto ambientale di circa 5,5 volte superiore a quello della media mondiale”.

Gli Stati Uniti sono il peggiore Paese in termini di emissioni di gas serra, con un'impronta di carbonio pro capite di 18,6 tonnellate di CO2 equivalente, seguiti assai da vicino, appunto, dal Lussemburgo, dall’Australia, con 17,7tonn, mentre quelle pro capite della Cina sono risultate solo di 1,8 tonn.
 

paesi footprint tabella


I risultati per i singoli Paesi riflettono anche gli effetti del mix elettrico ovvero dei combustibili da cui dipendono per produrre energia elettrica. La prevalenza di energia idroelettrica o nucleare in Paesi come la Svezia, la Norvegia, la Francia e il Giappone e la Norvegia determina un’impronta di carbonio di questi Paesi inferiore rispetto a Paesi con redditi pro-capite simili, ma che hanno più combustibili fossili nel loro mix energetico.

Per questo motivo, sottolinea la Ivanova, una parte significativa degli impatti delle famiglie svedesi e francesi derivano da importazioni (65% e 51%, rispettivamente), di prodotti che derivano o vengono prodotti con l’utilizzo di combustibili fossili.

I ricercatori hanno potuto contare per lo Studio su un database estremamente ampio e dettagliato che la NTNU ha sviluppato in collaborazione con i colleghi dei Paesi Bassi, Austria, Germania, Repubblica Ceca e Danimarca, chiamato EXIOBASE che permette di analizzare gli impatti ambientali associati al consumo finale di 200 prodotti merceologici e di verificare come il consumatore medio di uno dei 43 Paesi inseriti (89% del PIL globale) e delle 5 Regioni del resto del Mondo (10% del PIL mondiale) impatti sull’ambiente, in termini di emissioni di gas serra, di consumo idrico, di uso dei suoli e di materie prime utilizzate.

Il vantaggio di identificare gli effetti delle scelte individuali dei consumatori sulle diverse misure ambientali è che si può individuare dove i consumatori dei diversi Paesi possono ridurre il loro impatto.
Le famiglie hanno un relativamente elevato grado di controllo sui propri consumi - si legge nello Studio - ma spesso non dispongono di informazioni accurate e fruibili su come migliorare le proprie prestazioni ambientali”.

Lo Studio fa parte del Progetto GLAMURS (Green Lifestyles, Alternative Models and Upscaling Regional Sustainability), finanziato dal 7° Programma quadro dell’UE, che si concluderà a dicembre 2016, per promuovere stili di vita più ecologici e il consumo responsabile nei confronti dell'ambiente in Europa (anche l’Italia vi partecipa con l’Università Roma 3).

Attualmente, i consumatori europei spendono il 13% del loro bilancio totale famigliare per prodotti manufatti. Se il consumatore medio europeo passasse invece dalla spesa di tali prodotti al pagamento per dei servizi, si taglierebbero circa il 12% delle attuali emissioni di anidride carbonica delle famiglie europee.
Quando possiamo scegliere tra acquistare un prodotto o utilizzare un servizio - ha concluso la Ivanova - non c’è dubbio che l’opzione per il servizio avrà di gran lunga un minor impatto”.

Già, ma questa “rifondazione economica” non era tra le “riforme strutturali” dell’Agenda del G20 finanziario di Shanghai (26-27 febbraio 2016) dove il crollo delle esportazioni e l’eventuale Brexit hanno “preoccupato” più degli impatti economici dei cambiamenti climatici!
 

Commenta