Anche le Marche hanno presentato il ricorso alla Corte Costituzionale contro gli Artt. 37-38 del Decreto Legge “Sblocca Italia”, convertito nella Legge n. 164 dell’11 novembre 2014, che consente le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale senza prevedere la necessaria acquisizione dell’intesa con la Regione interessata, come previsto dall’Art. 117 della Costituzione.

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Con le Marche sono 6 le Regioni italiane che hanno deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale gli Articoli 37 e 38 della Legge 166/2014 di conversione del Decreto n. 133/2014 “Sblocca Italia”, ribattezzato “Sblocca trivelle”.
Lo avevamo annunciato e abbiamo mantenuto l’impegno - ha sottolineato il Presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca - La parte dello Sblocca Italia relativa alle misure per l’approvvigionamento del gas naturale contrasta con il titolo V della Costituzione. Di nuovo, dunque, un tentativo di ricentralizzare competenze delle Regioni, in un settore, per di più, di particolare importanza e delicatezza per le comunità locali. Per quel che riguarda l’Adriatico stiamo parlando di un mare semichiuso e con un lento ricambio delle acque; un’area dall’ecosistema molto sensibile e che sta puntando con grande determinazione, rafforzata dalla nascita della Macroregione adriatico ionica, sulla crescita turistica legata all’ambiente e al paesaggio. Impensabile che su tematiche come la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia il parere e l’intesa delle Regioni, previsti dalla nostra Costituzione, non vengano tenuti nella debita considerazione”.

Con gli articoli 37 e 38 dello “Sblocca Italia” si attribuisce, tra l’altro, al Ministero dello Sviluppo economico il compito di predisporre un piano delle aree in cui sono consentite le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale senza prevedere la necessaria acquisizione dell’intesa con la Regione interessata. È previsto, inoltre, che venga richiesta alla Regione la necessaria intesa al rilascio del titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, solo se tali attività si svolgono sulla terraferma e non anche in mare.
In questo modo si ledono le competenze legislative regionali previste dall’articolo 117 della Costituzione in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, oltre che quelle di governo del territorio, nonché le competenze amministrative delle Regioni in base al principio di sussidiarietà stabilito nell’articolo 118 della Costituzione.

Il 30 settembre 2014, intervenendo in rappresentanza delle Regioni all’Audizione della Commissione Ambiente alla Camera, l’Assessore all’Ambiente della Lombardia Claudia Terzi aveva annunciato sulla questione il parere negativo “condiviso da tutte le Regioni dove sono localizzati la gran parte degli impianti, tant'è che tutte abbiamo chiesto lo stralcio dell'articolo. Per noi è già difficile condividere con i territori la parte della prospezione, figuriamoci quella della ricerca”.
Inoltre, le Regioni avevano fatto presente di non comprendere le misure urgenti, tali da richiedere un Decreto Legge, per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale e quelle per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali.

Il 10 novembre 2014, allorché il Decreto venne definitivamente approvato dal Senato, alcune delle Associazioni ambientaliste più rappresentative (Greenpeace, FAI, Legambiente, Mare Vivo, WWF) avevano rivolto ai Presidenti delle regioni un appello per “procedere agli atti necessari per l’impugnazione dell’articolo 38 del decreto legge 133/2014 una volta convertito in legge”, perché nonostante le modifiche introdotte dalla Camera dei Deputati, il Decreto contiene disposizioni che a tutt’oggi:
1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che venga chiarito se il “piano delle aree”, come previsto dalle leggi vigenti, si applichi la Valutazione Ambientale Strategica;
2) trasferiscono d’autorità nel marzo 2015 le procedure di VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;
3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni, cui al vigente Titolo V della Costituzione, non prevedendo che sono necessarie “intese forti” con le Regioni;
4) prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione, in contrasto con la distinzione comunitaria tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi;
5) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico, derivante dalle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, in “progetti sperimentali di coltivazione”;
6) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità, secondo quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/30/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

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In particolare, sottolineavano le Associazioni, “nei commi da 1 a 5 dell’art. 38 del decreto legge n. 133/2014" risulta evidente non solo l’esclusione degli enti locali ma soprattutto si ha la marginalizzazione delle stesse Regioni, considerate alla stregua di tutte le amministrazioni che concorrono al processo decisionale, senza che vengano rispettate le loro competenze di cui al Titolo V della Costituzione che presuppongono la necessità di intese forti nel rispetto del principio di leale collaborazione richiamato dalla Carta.

Dopo quell’invito, come annunciato all’inizio, 6 Regioni hanno impugnato presso la Corte Costituzionale il Decreto entro il termine prescritto. Prima delle Marche l’avevano fatto: Lombardia, Veneto, Abruzzo, Campania e Puglia.
Sicilia e Sardegna, essendo Regioni Autonome a statuto speciale, godono di maggior “protezione” con l’introduzione nella conversione in Legge dello “Sblocca Italia” dell’art. 43 bis, che recita “Le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle regioni a statuto speciale... compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti e con le relative norme di attuazione”.
A differenza di Regioni come la Puglia che non è una Regione autonoma, la Sardegna non ha motivo di fare ricorso alla Corte Costituzionale poiché gode di norme di salvaguardia del proprio territorio - ha affermato l’Assessore all’Ambiente Donatella Spano - Abbiamo un rapporto di leale collaborazione con il Governo, se questo dovesse venire meno e da Roma intuissimo il volontario tentativo di aggirare la norma in materia, allora sì ci sarebbe motivo di contemplare un ricorso”.
In Sicilia, tuttavia, l'ANCI regionale si è schierata a fianco delle Associazioni ambientaliste nel presidio contro le trivellazioni che si è svolto il 7 gennaio 2015 a Piazza del Parlamento, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana.
L'ANCI - ha dichiarato il Presidente ANCI Sicilia e Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando - assieme ad alcuni Comuni della costa sud della regione, ha anche aderito al ricorso presentato in sede amministrativa contro i provvedimenti del Governo nazionale”.