Sindrome Nimby o Amministrazioni poco trasparenti?

Sindrome Nimby o Amministrazioni poco trasparenti?

Durante il Convegno Nazionale Nimby Forum sono stati diffusi i dati del X Rapporto dell’Osservatorio Nimby Forum, promosso dall’Agenzia ARIS, che indicano in aumento il numero di articoli dedicati ai conflitti territoriali di contestazione di impianti e infrastrutture, con particolare incremento nel settore energetico con l’opposizione alle estrazioni di idrocarburi, quale effetto collaterale del Decreto “Sblocca Italia”, ribattezzato “Sbocca Trivelle”.
Evidentemente, non basta blindare come “strategiche” opere che non sono state supportate dal coinvolgimento delle comunità su cui insistono, come dimostra il caso esploso online del Movimento No Triv.

nimby facebook

Quando “Regioni&Ambiente” dedicò sull’edizione cartacea l’articolo alla prima indagine dell’Osservatorio Nimby Forum, promosso dall’ARIS (Agenzia di Ricerca Informazione e Società), era esplosa in modo drammatico la contestazione del Treno ad Alta Velocità in Val di Susa e il movimento No Tav aveva catalizzato l’attenzione dei media, diventando l’esempio emblematico dei numerosi impianti e infrastrutture che venivano contestati dalle popolazioni locali.

A distanza di 10 anni il numero di articoli dedicati al tema dei conflitti territoriali ambientali apparsi sulla stampa italiana è aumentato di pari passo con la crescita degli impianti contestati: dai 190 del 2005 si è passati ai 355 casi censiti nel 2014 (+5% sul 2013).

È quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Osservatorio, presentato il mese scorso nel corso di un Convegno alla Camera dei Deputati, che in questa X edizione ha introdotto un ulteriore e nuovo elemento di analisi, approfondendo le dinamiche di comunicazione Social di movimenti No Tav e No Triv con dati aggiornati a ottobre 2015.

A dieci anni dalla nascita del nostro Osservatorio, il suffisso 2.0 è entrato in misura dirompente nel lessico di politica, economia, informazione - ha osservato Alessandro Beulcke, Presidente di Aris - Anche il fenomeno Nimby è diventato 2.0, non solo perché, sempre più, viaggia in rete, ma anche perché ha ampliato il proprio raggio di influenza: non solo No Tav, ma anche No Expo, No Vaccini, No immigrazione, ecc. In questo contesto, in cui vacilla anche la capacità della scienza di creare fiducia attorno a conoscenze condivise, è fondamentale non retrocedere sul terreno dell’informazione, della partecipazione e della semplificazione”.

Nel 2014, con il 62,5% delle rilevazioni è il comparto energetico il macrosettore che ha attirato le maggiori contestazioni, con 222 impianti e un incremento del 4,2% rispetto al 2013, in particolar modo significativo è l’incremento delle opposizioni che investono gli idrocarburi: sui 91 impianti che per la prima volta hanno fatto la propria comparsa nel monitoraggio Nimby (acronimo inglese Not in my backyard, non nel mio giardino, per indicare lo stato d’animo psicologico e sociale di chi si oppone a determinate opere), ben 32 (erano 10 nel 2013) afferiscono a questo settore, scalando la classifica degli impianti più contestati in ambito e posizionandosi per la prima volta al secondo posto (9,3% del totale).

L’aumento dei focolai di protesta in questa area è l’effetto collaterale del Decreto “Sblocca Italia”, che ha aperto, tra l’altro, alle “attività di ricerca, prospezione e coltivazione degli idrocarburi”, dando il via alla nascita del Movimento No Triv che ha promosso la richiesta di referendum abrogativo per alcune norme contenute nella Legge, che ha poi visto l’adesione di 10 Consigli Regionali che hanno deliberato la richiesta di 6 quesiti referendari, su cui si dovrà pronunciare entro il prossimo febbraio la Corte Costituzionale, dopo il via libera della Corte di Cassazione.

In linea con la precedente edizione e con l’ormai consolidato trend di proteste contro le fonti rinnovabili, troviamo le centrali a biomasse (101 impianti, pari al 28,4% del totale) 19 progetti eolici e sono cresciute di 1 punto percentuale le centrali idroelettriche che, dal 5,1% del 2013, sono passate al 6,2% del 2014.
Si sono attestate al secondo e terzo posto tra i macrosettori più contestati, dopo quello energetico, i rifiuti (25,9%) e le infrastrutture (8,7%).

L’impatto sull’ambiente si è collocato al primo posto tra le ragioni di protesta (38,97% sul totale), evidenziando un significativo +89% rispetto al 2013.

Meno sentite, rispetto agli anni passati, le preoccupazioni per la salute e la qualità della vita, che sono calate rispettivamente al 13,6% e all’11,7% (-8% e -44% sul 2013).

Per quanto riguarda la dislocazione geografica, l’Italia continua a presentarsi come un Paese diviso tra Nord e Sud. Le sole regioni Lombardia e Veneto hanno ospitato ben il 29% delle contestazioni, contro il 21,6% delle Regioni del Sud.

Nel 2014 la sindrome Nimby si è diffusa prevalentemente attraverso comitati e movimenti di iniziativa popolare. Promotori della protesta nel 32,5% dei casi, questi soggetti ha trovato spesso il sostegno dei rappresentanti della politica nazionale (24,8%) e degli enti pubblici (21,1%).

Il rinnovato slancio delle opposizioni contro il settore idrocarburi si riflette in un accresciuto attivismo delle associazioni ambientaliste, le cui iniziative Nimby sono passate dal 13,9% del 2013 al 15,6% del 2014.
 

cartina impianti contestati



clicca per ingrandire

Sulla base delle rilevazioni riferite al 2014, si è riscontrato un fenomeno della contestazione sul territorio nazionale alimentato sempre più dalla società digitale, dal web e dai social, che sono divenuti a tutti gli effetti un acceleratore della protesta (+6%), mentre sono diminuiti gli incontri pubblici e le manifestazioni o sit-in (rispettivamente 21,8% e 17% sul totale).

Proprio a questo nuovo veicolo della protesta contro le grandi opere, capace oggi di fare più informazione dei Rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) o del Gruppo Intergovernativo dell’ONU sui Cambiamenti Climatici (IPCC), l’Osservatorio Nimby Forum ha dedicato un focus particolare, concentrando l’analisi sui movimenti No Tav e No Triv, rilevante questo anche in funzione dell’incremento registrato sul fronte del “No agli idrocarburi”.

Presenti su Facebook dal 2008, i No Tav comunicano prevalentemente attraverso la pagina “No Tav. Organizzazione comunitaria”, che conta 56.860 like, con decine di pagine e gruppi collegati: No Tav Valle di Susa, No Tav Venaus, No Tav La Maddalena, ecc., rappresentando declinazioni geograficamente più mirate e in grado di coinvolgere fino a ulteriori 70.000 utenti.

Più recente la pagina Facebook “Coordinamento Nazionale-No Triv” che ha all'attivo 5.856 like circa, circa 20 pagine collegate (Coordinamento No Triv-Terre di Bari, No Trivelle Capo di Leuca, ecc.), un totale di sostenitori pari a 10.000 e aggiornamenti di pagina quotidiani.

Dal punto di vista qualitativo dell’utilizzo delle piattaforme social, risulta evidente la maggiore capacità del movimento No Triv di governare e condurre in maniera organica l’engagement online con la propria base, che ha introiettato una forte identificazione con la ‘causa’ - ha sottolineato l’Osservatorio - Diverso l’approccio dei No Tav, per i quali la ragione iniziale di contestazione è in parte diluita in un contesto di comunicazione antagonista, anche rispetto a tematiche differenti e di natura politica, ideologica, economica e internazionalista”.

Insomma, non solo non si è fermata la contestazione No Tav, ma è sorto il movimento No Triv, spontaneo e altrettanto radicale, che non può essere liquidato anche questo come il mero atteggiamento di chi si oppone aprioristicamente allo “sviluppo” o di chi usufruisce dei risultati del “progresso”, senza volerne in alcun modo sopportare i disagi che provocano.

Se dopo 10 anni il fenomeno si è accresciuto, evidentemente la pubblica amministrazione ha perseverato nella scarsa trasparenza, nascondendosi dietro il “carattere strategico” delle opere per evitare l’informazione e la partecipazione, che quando vengono occasionalmente utilizzate sono anche fraintese.

Illustrare” il progetto di un impianto di trattamento dei rifiuti o “presentare” un piano di assetto territoriale, non vuol dire avere coinvolto la comunità in scelte che riguardano il loro presente e il futuro dei propri figli e nipoti.

La partecipazione informata e consapevole dei cittadini passa attraverso la possibilità offerta loro di contribuire sulla base di idee e conoscenze, anche di tipo culturale, alla realizzazione del progetto, fatte salve le scelte che governanti e amministratori prenderanno, dopo aver valutato attentamente la reale necessità delle opere rispetto ad un piano di sviluppo, nonché alle risorse e ai costi, perché anche “sviluppo” e “progresso”, pur usati come sinonimi, sono due concetti assai diversi.

È per queste ragioni che dopo 10 anni abbiamo mantenuto lo stesso titolo!
 

Commenta