A Shenzhen avviato un progetto pilota per incentivare la riduzione delle emissioni di CO2 del settore industriale e delle costruzioni, evitando anche di esternalizzare le produzioni inquinanti nelle province interne.

tappeto-Baotou-della-Mongolia-interna

A Shenzhen, una metropoli di oltre 10 milioni di abitanti sorta dal nulla 35 anni fa nella provincia del Guandong (Cina Meridionale), è stata avviata oggi una sperimentazione di mercato delle emissioni, sulla falsariga del sistema di scambio europeo ETS.

Alle 635 imprese industriali o del settore delle costruzioni sono stati assegnati dei tetti massimi di emissioni: quelle che non ce la faranno saranno costrette ad acquistare sul mercato i diritti da quelle che sono riuscite a mantenere i limiti prefissati.

L’esperimento nel Paese che è diventato il maggior responsabile delle emissioni di CO2 a livello globale “è solo un piccolo passo, rispetto alla quantità totale delle emissioni - ha dichiarato alla Reuters Li Yan responsabile Clima ed Energia di Greenpeace China - tuttavia consente alla Cina di istituire per la prima volta sistemi di controllo del carbonio”.

L’obiettivo è continuare la tumultuosa crescita economica rendendola un “po’ più verde” ovvero sperimentare soluzioni da implementare, poi, sull’intero territorio nazionale. Oltre a Shenzhen, altre 4 metropoli (Pechino, Tianjin, Shanghai e Chongqinq) e 2 intere Province (il Guandong, appunto, e l’ Hubei), infatti, avvieranno entro l’anno progetti pilota simili, mentre per i settori non assoggettati al meccanismo, sarà introdotta una “carbon tax”.

Seppure gli analisti concordano che difficilmente si riuscirà ad arrivare ad un mercato nazionale entro il 2015, non c’è dubbio che tale iniziativa ha un valore simbolico non trascurabile e soprattutto sociale, per costituire un approccio di integrazione tra le varie aree del Paese, dove sono presenti forti squilibri.

Il 10 giugno 2013, infatti, è stato pubblicato on line su PNAS, dal titolo “Outsourcing CO2 within China” lo studio condotto da ricercatori statunitensi, cinesi, britannici ed austriaci, che mette in risalto come in Cina si stia verificando un fenomeno del quale ci siamo occupati in passato (Regioni&Ambiente, 11 novembre 2010, pag. 34), ma che sembrava esser limitato ai Paesi ricchi: la riduzione delle loro emissioni è dovuta all’importazione di beni prodotti dai Paesi in via di sviluppo.

Analogamente, tracciando le emissioni di CO2 legate ai beni, sia all’interno della Cina (suddivisa in 30 sub-regioni che comprendono 26 province e 4 città) che a livello internazionale ed utilizzando un modello globale per 129 regioni, tra le quali 107 singoli Paesi e 57 settori industriali, lo studio ha rivelato che “il 57% delle emissioni della Cina sono legate a beni che vengono consumati al di fuori della provincia in cui sono prodotti. Ad esempio, fino all’80% delle emissioni relative ai beni consumati nelle province costiere altamente sviluppate sono importati dalle province meno sviluppate della Cina centrale e occidentale, dove si producono molti beni a basso valore aggiunto, ma ad alta intensità di carbonio”.

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Fig. 1. La mappa in alto a sinistra mostra i maggiori flussi interprovinciali (lordi) di emissioni contenuti nel commercio (megatonnellate di CO2 all'anno) tra le regioni esportatrici nette (blu) e le regioni importatrici nette (rosso). La mappa in alto a destra mostra i maggiori flussi interprovinciali di emissioni contenuti dai prodotti consumati dalle famiglie, con regioni ombreggiate in base al valore dei consumi pro capite delle famiglie (dall'alto in rosso al basso in verde). La mappa in basso a sinistra mostra i maggiori flussi interprovinciali delle emissioni contenuti nei prodotti consumati dalla formazione del capitale, con le regioni ombreggiate in base al valore pro-capite della formazione di capitale (dall'alto in rosso al basso in verde). La mappa in basso a destra mostra i maggiori flussi interprovinciali di emissioni contenuti nei prodotti destinati all'esportazione internazionale, con le regioni ombreggiate in base alla quota di PIL relativa alle esportazioni internazionali (dall'alto in rosso al basso in verde). Nota: i flussi di carbonio causati dalla spesa pubblica non sono indicati separatamente in questa figura, ma sono inclusi nelle emissioni totali contenute nel commercio (in alto a sinistra).

Come le più stringenti regole ambientali nel mondo occidentale hanno portato diverse grandi e medie industrie  ad esportare le loro produzioni più inquinanti in Paesi nei quali le leggi erano meno esigente e quindi meno costose, così lo stesso processo si sta verificando nella Repubblica Popolare Cinese, specie dopo l’introduzione di obiettivi specifici per l’abbattimento dell’inquinamento nelle province cinesi, adottati nel 2009 dopo l’Accordo di Copenaghen per tagliare le emissioni di CO2, che sembrano aver incoraggiato ancora di più questo tipo di esternalizzazione interna, non essendo tenute le regioni interne cinesi, meno sviluppate, a tagliare la maggior quantità dei pericolosi gas serra.

Dobbiamo ridurre le emissioni di CO2, non solo esternalizzarle nelle regioni più povere - ha dichiarato Laixiang Sun, uno dei co-autori dello Studio - Le Regioni sviluppate debbono assumersi delle responsabilità, promuovendo tecnologie più pulite, più verdi”.

Se la Cina dovesse continuare su modelli occidentali si verificherebbero a lungo andare costi ambientali insostenibili sulle regioni interne. Viceversa, il modo con cui riuscisse a contenere le emissioni, senza nasconderle sotto il tappeto mongolo, costituirebbe un’opportunità dal valore esemplare sul piano globale.

Immagine di copertina: Un rinomato tappeto Baotou della Mongolia interna.